Gomma

13 Novembre 2009 di sarastascrivendo

Si sbaglia. Chi più chi meno, tutti sbagliamo.
Allora si prende la gomma e si cancella, riempiendo il foglio di trucioletti grigi.
La gomma regala certe soddisfazioni, la sensazione di essere stati perdonati e di avere l’occasione, di nuovo, di rifare come va fatto, sicuri che non si potrà fallire per l’ennesima volta. Ma dà anche la possibilità di sbagliare ancora e ancora, continuando a cancellare.
Col risultato che più si sbaglia più è difficile far sparire del tutto il segno: resta sempre quell’alone, la riga dei quadretti si fa più lucida, la carta si tira.
Sbagliare e cancellare, sbagliare e cancellare, di continuo e sempre su quello stesso punto…che non ci viene bene. Magari prendendo anche la gomma blu, il dischetto tondo e duro per levare l’inchiostro, quella che gratta la superficie – quella per i perfezionisti. Si pensa di far bene a raschiare via una volta per tutte lo scarabocchio e ci si mette d’impegno a farlo sparire. Finché a furia di grattare…si rompe l’incantesimo una volta per tutte, si strappa la pagina.
Piangere sul foglio peggiora solo le cose perché l’inchiostro del quadretto si scolora e il ghigno dello strappo è sempre più beffardo.
Bastava girare pagina, lasciare in pace l’errore e andare avanti, siamo appena all’inizio del quaderno. E invece no, accanirsi sulla cancellatura ha prodotto la ferita e ora le lacrime le stanno smangiucchiando gli orli.
È il peggio che si possa immaginare, pensando di agire bene, fare il buco con la gomma.

Su foglie gialle

1 Novembre 2009 di sarastascrivendo

Sulla mia foglia gialla,
scrivo col filo del fiato.
Ci sta la nebbia di domani,
l’odore vecchio della legnaia
e quel sogno tiepido sotto la coperta.
Il gusto amaro del ricordo
lo lasco a terra:
che possa marcire.
Fallo anche tu.
Perché dolce è il tempo
che stende tappeti sotto gli alberi:
noi ci dormiremo sopra,
e sogneremo così la nuova vita.
Ecco, questa foglia gialla è tua:
scrivici quello che vuoi.

Il giorno dell’indipendenza

19 Ottobre 2009 di sarastascrivendo

«Qualcuno più onesto di noi direbbe che sei diventato mio complice, ma noi non siamo onesti e sappiamo che il paradiso inizia proprio dove finisce, è l’istante in cui ti cacciano, un istante che si ripete all’infinito e così siamo sempre bloccati sulla soglia come capita ai maiali quando vedono le ombre al posto delle cose. Vedi, il problema non è tornarci in paradiso, ma riuscire a venirne fuori una volta per tutte. Se ti scrivo solo oggi e non ti risponderò domani, è perché festeggio il nostro giorno dell’Indipendenza, il resto sono solo lotterie, bandiere che sventolano e fuochi che esplodono sulla mia infanzia a Philadelphia»

È il paradiso delle balle che ci raccontiamo continuamente, tanto che ci crediamo e facciamo in modo che ci credano anche gli altri. È il paradiso delle dipendenze dalle polveri bianche come dalle menzogne, che ci fanno sembrare tutto più giustificabile, ma anche tutto più piatto e senza sapore.
Finché non si tocca il fondo e si finisce a lavorare con i maiali, lì il paradiso finisce e di fronte alla realtà del fango non si può più mentire, ma solo fare spazio alla verità che affranca il cuore. Si squarcia allora un angolo di felicità tra i maiali neri.

Un bel libro che si “beve su” in un solo giorno, anche per chi non legge mai. Secondo me potrebbero tranquillamente farci un film.

Letizia Muratori, Il giorno dell’indipendenza



Matricola

9 Ottobre 2009 di sarastascrivendo

Stamattina mi lascio la pelle vecchia sulla strada, una carcassa leggera come una foglia secca. Sento che una parte della vita è irrimediabilmente conclusa. Lo penso mentre cammino mimetizzandomi perfettamente tra tutte queste matricole: hanno sempre meno in comune con me, ma questo non cambia la mia vera condizione, anzi la rende solo un po’ più assurda.
Io che matricola non sono più da un pezzo e ormai non sono neanche più “studente”.

Tra la sonnolenza si infiltra il pensiero che avevo in prima elementare quando osservavo dall’alto in basso quelli di quinta…mi parevano degli dei, grandissimi e inavvicinabili: arriverò mai lassù?
Ma venuto il mio turno di essere tra i “grandi”, mi stupivo: ma dov’è tutta ’sta grandezza? E così sbirciavo dalla rete a guardare quelli di terza media – enormi e dunque rassicuranti per la mia piccolezza – che facevano ginnastica nell’altro cortile.

Ora che sto finendo la mia vita con lo zainetto mi ritrovo con quelle stesse domande, che hanno il sapore di un’illusione infranta: sono adulta, adesso? O posso ancora voltarmi a guardare verso qualcuno per sentirmi piccola –  da difendere e da ammaestrare? Spero di sì, matricola perenne, ma non più qui. Qui non c’entro più nulla.
Mi sembra di camminare sollevata da terra, tra due parentesi, sulla parentesi più grande che è questo ponte. Qui, dove tutti quelli che lo percorrono sembrano traballanti marmocchi ai primi passi – incespicare è un attimo.
E proprio qui e ora sto cambiando pelle. Sento un grumo che preme in gola e ho gli occhi pieni di acqua, ma non è per l’alta marea.
Proseguirò più vulnerabile, perché momentaneamente senza difese, sperando e aspettando che se ne riformi presto un’altra. Ma si stava così bene in quella vecchia…e qualcuno può dirmi dov’è tutta ‘sta grandezza?



pHemmine

6 Ottobre 2009 di sarastascrivendo

Limone, aceto, latte andato a male, yoghurt bianco quel che volete.
Alcune donne, ad un certo punto della vita, si inacidiscono.
Sembra un processo naturale inevitabile tipo fotosintesi clorofilliana o fermentazione del mosto.

Due in mezz’ora fanno pensare:

1. La segretaria. Mi ha guardato con sufficienza ancora quand’ero sulla porta della direzione didattica, poi, piccata, mi ha detto che ero in anticipo nella consegna dei documenti (da quando in qua consegnare in tempo è esecrabile?), mi ha trattato male per nessun motivo, tranne una sua paturnia burocratica di cui io non potevo essere responsabile. “Chi sei tu, più bella, per avere due correlatori?!”. Ho tentato di spiegarle che la bellezza non c’entra un fico secco e che non sono stata io a decidere questa cosa, ma il risultato è stato uno sbuffo d’impazienza e un post-it giallo con il mio numero di telefono in caso di problemi, sottolineato problemi.  Aceto puro, non balsamico.

2. La commessa della libreria. Educatamente le ho chiesto se avevano in negozio un libro che desideravo acquistare, le ho indicato autore e titolo, poi le ho fatto lo spelling perché non capiva. Ha consultato il pc, infine con aria supponente mi ha replicato: “E chi sarebbe questo Zadoorian?! Mai sentito! Ti sei sbagliata”. Io ho tentato di farle capire che è uno scrittore americano, che non mi ero sbagliata e che ero nel posto giusto se volevo cercare notizie su quel libro, dato che la libreria è piuttosto grande. Ma lei, invece di ammettere umilmente la sua ignoranza, mi ha liquidato e non ha voluto ordinarmelo. Un limone acerbo, mezzo verde.

A questo punto avrei dovuto sorridere dolcemente a queste incarnazioni dell’acidità che mi corrodevano una mattinata felice come una brioche alla marmellata, ma non ce l’ho fatta…Perché non ce l’ho fatta? Non voglio diventare così, fermatemi prima, datemi un maalox.  Ammetto che in diverse occasioni posso essere sembrata triste, pensierosa, maldestra, difficile, frettolosa, contorta, impaurita, distratta…ma acida?
Scanso equivoci ho deciso che da domani mattina comincio con la cura del miele: che io possa morire sciolta nella salamoia se il mio ph femminile supera la soglia di sopportabilità umana.
Limone, aceto, latte andato a male, yoghurt bianco quel che volete.

Il sempre nel mai

4 Ottobre 2009 di sarastascrivendo

Che vuol dire “cercare il sempre nel mai”?

È voler cavare il ragno dal buco, quando nel buco non c’è proprio nulla? La tortura di ogni giorno che  porta ad accanirci su quello che non fa per noi, come topi appiccicati al vischio che tentano invano di togliere le zampette dalla morsa filamentosa. Chi ha un lavoro, vorrebbe fare tutt’altro; chi cerca un impiego qualsiasi, non lo trova; chi ama, non è ricambiato; chi è ricambiato non è innamorato; chi è in coppia vorrebbe stare solo; chi è da solo vorrebbe qualcuno; chi cerca, non trova; chi trova, non ha cercato. È quello che manca che ci fa andare avanti? Perennemente affamati…
Non del tutto.
Che vuol dire “cercare il sempre nel mai”? È voler quadrare il cerchio sapendo che non ci riusciremo mai perfettamente. La perfezione non è nostra: sfioreremo sempre il cerchio ma resteremo sempre un po’ quadrati. Camminiamo lungo un ramo d’iperbole dove quello che ci tiene in vita è tendere alla felicità, senza mai toccarla e pare proprio che questo ci consenta di estenderci all’infinito. Perché se la tocchi si dissolve, bolla di sapone nell’aria.
Forse.
“Cercare il sempre nel mai”, come ripete la protagonista del libro che ho appena finito di leggere. È forse il miracolo insano che ci fa amare la bellezza in questo schifo, l’infinito nel finito, l’eternità nella fine.
Sì, dev’essere questo.

Metadelirio

24 Settembre 2009 di sarastascrivendo

Come in una casa degli specchi, la stessa faccia si moltiplica, moltiplica, moltiplica, deforma, deforma, deforma, fa linguacce, linguacce, linguacce, sorride, sorride, sorride, ghigna, ghigna, ghigna.
In edicola, una dopo l’altra sfilano le testate con la sua cera terrea e si sovrappongono i sorrisi da striscetta sbiancante; in treno si alzano i giornali e trionfa il suo nome, ancora la sua faccia, in tv ogni giorno si parla di lui; nei rotocalchi che sfoglio dal dentista c’è ancora lui, questa volta in famiglia, carta scadente impregnata di foto lucide.
Dopo un po’ il bombardamento mediatico diventa psicosi pandemica, delirio di massa.
Su Facebook si moltiplicano i gruppi di fanatici, eretici ed esasperati: uno solo il legame, lui.
Gli hanno scritto un’ode che neanche l’acr le fa così brutte. Per il giorno del suo compleanno vorrebbero proiettare il video della canzone in tutti i cinema d’Italia, prima dello spettacolo della sera.
C’è chi lo vuole candidato per il premio Nobel della pace nel 2010. Martin Luther King si rivolta nella tomba, Nelson Mandela e Lech Walesa sono colti da un colpo per lo spavento.
C’è chi giura che la guardia col colbacco scuro, simbolo dell’austera Oxford School, ha la sua fisionomia, stesso sorriso piacione, di sicuro poco british.
Qualcuno pensa a lui e ai suoi discorsi come possibile materia per una tesi di semiotica.
Sabato una bambina di nove anni mi ha fatto vedere il disegno che aveva appena colorato. A fianco c’era la didascalia: “Questo è un gorilla disperato (Magilla!) in crisi per colpa di S…” – ancora lui!
Non è stato forse lui a fare il primo passo sulla luna? a incoronare Carlo Magno la notte di Natale dell’anno 800? a fare il bagno con Rita Haworth nella fontana di Trevi?
Si infiltra subdolamente anche nel mio inconscio e qui la cosa è davvero grave: nel giro di dieci giorni l’ho sognato due volte. Nel primo caso moriva per infarto, nel secondo mi processavano per una filastrocca goliardica in suo dis-onore. E se Morfeo fosse stato assoldato per il break di mediashopping tra un sogno e l’altro?
Oddio mi sto ammalando, il contagio mediatico mi ha raggiunta. La mascherina, lavarsi spesso le mani, evitare i saluti troppo viscidi, occhio agli sputacchi (niente baci con la lingua ?!)…è per questo vero, per evitare il contagio. E io devo aver dimenticato l’amuchina e ieri in stazione un moccioso mi ha starnutito troppo vicino senza mettere la mano davanti alla bocca. È per lui che stanno preparando il vaccino, vero? Intanto la sua faccia si sta staccando, giorno dopo giorno, scivola secondo un impercettibile slittamento verso il basso…ma la maschera è la faccia, questo il dramma.

oxford

Rifiuti speciali

8 Settembre 2009 di sarastascrivendo

Ci stava giusto qualcos’altro: strappò la pagina del calendario e la appallottolò assieme ai brandelli dell’oroscopo della settimana e del mese. Niente differenziata, quella roba meritava di marcire nell’indistinto. Pressò poi il contenuto informe con una mano per compattare il tutto e ricavare uno spazio agevole per fare il nodo al sacco. Lo prese e lo gettò nel bidone aspettando il tonfo con una soddisfazione elementare.
Si chiese se ci fossero bidoni anche per i rifiuti speciali. Non pensava ai vecchi frigoriferi puzzolenti o alle collezioni di pile incancrenite dall’ossido, ma ad altri tipi di roba andata a male.
Come le attese ammuffite sotto le ragnatele delle possibilità, i giorni pieni di pensieri appiccicosi in direzioni sbagliate, i sogni scaduti, la pazienza logora, il tempo marcito a contemplare i pezzi tentando di ricomporli, le ferite a cui troppe volte è stata tolta la crosta, i cuori consumati come  vecchi calzini, le speranze ridotte a un filo…appeso all’ultimo brandello di illusione.
Dove andavano buttati tutti questi rifiuti? Dove finivano i sentimenti che non attecchivano, i battiti cardiaci andati a vuoto, gli appuntamenti morti prima di diventare piacevoli abitudini?
Dissolti nell’aria in micro particelle cancerose: ipotesi pessimista.
Stipati nel fondo di discariche invisibili, aspettando la lenta ma inevitabile decomposizione: ipotesi fatalista.
Ridotti a compost (leggi letame) per concimare di nuovo il giardino: ipotesi ottimista.
Bastava scegliere.

Disarmare

13 Agosto 2009 di sarastascrivendo

Se vi capita di passare per uno dei più brutti quartieri di Torino, quello dei tossici e degli extracomunitari sulle panchine, fermatevi e chiedete di Ernesto.
Suonate all’arsenale e si aprirà il portone, anche alle due di notte.
I due grossi cani, bianchi e pelosi, che vi verranno incontro vi guarderanno impassibili, senza abbaiare- potete starne certi.
Varcata la porta, troverete un mondo alla rovescia, al primo impatto davvero straniante: una vecchia fabbrica di morte, ora in disuso, produce tonnellate di pace. Silenziosa e concreta, come i veri miracoli. L’edera cresce libera sui muri e i buchi delle bombe sono diventate aperture che fanno passare il sole.
Capirete che i fiori nei cannoni appassiscono se non ci si sporca le mani per piantarli a fondo.
Vi mostreranno un grande magazzino, pieno dei vostri eccessi, dove si imballano pacchi per l’80% dell’umanità depredata, che non siete voi.
Conoscerete molta gente che si spacca la schiena per niente, dice di avere tutto e ha sempre qualcosa da restituire.
Incontrerete chi è convinto che i giovani contano e possono cambiare il mondo, se sognano in grande.
Sì, avete capito bene, i giovani, non gli adulti.
Condividerete l’antilogica di chi guarda il mondo dal basso, per aiutare quelli sul fondo-che potreste anche essere voi-a risalire.
Vi toccherà non lasciare avanzi sul piatto e riconoscerete che le date di scadenza degli alimenti sono fatte il più delle volte per far consumare più in fretta.
Troverete chi crede, nonostante tutto, alla vecchia storia della goccia che può forare un masso e alle lunghe distanze raggiunte a piccoli passi.
Vi si spalancherà un universo sovversivo ma poco rumoroso e per nulla violento, e dopo averlo conosciuto penserete, come me, che il resto del mondo, fuori dal portone, non può farne a meno.

Se vi capita bussate al Sermig. 
Anche se non ve ne rendete conto, siete voi ad averne bisogno.

C’è un cassetto

31 Luglio 2009 di sarastascrivendo

C’è un cassetto senza fondo in cui butto tutto quello che all’istante non mi soddifa.
Proprio quello che non mi piace vedere, toccare, ascoltare, rileggere, ma non ho il coraggio o la forza di uccidere. Ci sono pagine stropicciate, cd strisciati, foto calpestate, volti oscurati, cuori ammaccati.
Lo chiudo a chiave così che non salti fuori niente che non voglia, evitando il rischio che gli obbrobri prendano vita in mia assenza e mi facciano vergognare in giro. E poi si sa che divento rossa.
Così dimentico quello che vi ho messo, per due giorni oppure qualche settimana. Può passare un mese, anche anni. Basta non vederlo più, quello schifo, per dimenticarsi che esiste e tanto basta a staccargli il pensiero di dosso. Vero? Sì, quasi.
Poi quando mi sono ripulita la memoria, ho fatto respirare tutte le cellule cerebrali, riapro il cassetto e toh! salta fuori quella cosa, oddio quella cosa che mi faceva tanto orrore: quanto era brutta, acerba e malfatta! Tanto mi ripugnava, incompleta e deforme, mi violentava solo pensarla possibile, esistente, fatta da me. Bleah!

Ma, forse, non è così male come credevo. Anzi è quasi quasi accettabile – come mai non me ne ero accorta che valeva qualcosa? Dio mio, a pensarci bene è perfino bella questa creatura di due anni fa…tre mesi fa…ieri. Qualcosa di buono c’era, ma non lo vedevo.
Il tempo l’ha salvato.
Grazie cassetto.