Non so se prendere a picconate questa lastra di ghiaccio che imprigiona il tempo: sembra non scorrere più, così trasparente e fermo, vita senza vita.
Non so se provare a scioglierla con il fiato questa lastra di ghiaccio immobile: non lascia passare niente e deforma l’immagine di ciò che sta sotto. È così che un filo d’erba è diventato un mostro tentacolare.
Non so se ricamarci su con l’unghia, giusto qualche riga, per dare comunque un senso.
O scivolarci sopra, senza pensare che potrebbe spezzarsi.
Potrei dare la colpa all’inverno che non passa più.
Oppure a quelli che, promettendomi acqua calda, mi hanno versato addosso quella gelata.
O a me stessa perché non so scaldare a sufficienza e sto con il sangue fermo, intrappolata nella morsa gelata con quel filo d’erba tentacolare.
Non so se aspettare – trovando una pazienza che mi pare di non avere – i primi raggi tiepidi, lasciando che la natura segua il suo corso.
O se prendere d’impeto un grande phon e soffiare vento caldo artificiale che incrini la banchisa in cui sto.
C’è una scena del film Il Laureato in cui Benjamin, il protagonista, interpretato da Dustin Hoffmann, si trova imprigionato in una muta da palombaro, con tanto di boccaglio e arpione. È chiuso in casa e non vuole uscire in giardino, nonostante gli inviti melensi dei genitori che si crogiolano fuori, in tenuta da barbecue. Questi hanno invitato amici e parenti a bordo piscina promettendo un’esibizione strabiliante del figlio che proverà davanti a loro l’equipaggiamento da sub, regalo per il suo ventunesimo compleanno. Ben dentro lo scafandro farfuglia di non voler uscire, ma il padre, con un sorriso di plastica, sibila di non volerne sapere – così li deludi Ben! Alla fine gli spalanca davanti la porta a vetri e così Ben è costretto a muovere incerto le pinne verso gli ospiti che applaudono e ammiccano. L’audio scompare, per qualche istante siamo calati in una soggettiva: è come se fossimo con il ragazzo nello scafandro e vedessimo con i suoi occhi, sentissimo con le sue orecchie. La gente gesticola, il padre e la madre si gonfiano di parole orgogliose ma non si sente nulla, risaltano i movimenti concitati e i labiali delle persone con i cocktail in mano. Procediamo nella passeggiata del palombaro, goffa e innaturale, in un silenzio rotto solo dal risucchio dell’aspiratore. Sulle bocche di tutti si legge facilmente l’invito a buttarsi, dai siamo qui apposta, facci vedere cosa sai fare figliolo, vai, in acqua, in acqua! Alla fine Ben si tuffa lasciandosi cadere verso il fondo della vasca, dritto come un piombo, con la fiocina al suo fianco. Si avverte solo il gorgogliare del boccaglio, ovattato dall’acqua e si intravede lo sguardo vuoto e paralizzato di Benjamin attraverso la visiera. È bloccato, incapace di qualsiasi performance, terrorizzato dai suoi stessi movimenti, estraneo al mondo e a quello che gli altri vogliono da lui, annegato nelle aspettative. Ha capito forse solo cosa non vuole, non vuole quello, proprio quello che tutti si aspetterebbero da un ragazzo così brillante. E resta immobile, con i piedi sul fondo azzurro e clorato della piscina.
Non ho genitori simili e per fortuna non sono in condizioni di tale asfissia – anzi spero e voglio scongiurarla – ma nei giorni di paralisi, in cui tutto sembra fermo, non posso fare a meno di pensare a quella scena.
Solo due rampe di scale e già aveva il fiatone, delle goccioline di sudore tra naso e labbra, gli occhiali che scivolavano verso il basso, insomma quella concitazione silenziosa provocata dal portarsi appresso l’ingombro della sua persona. La donna si diresse ondeggiando come una boa verso la vetrinetta, gli occhi già fissi sull’oggetto dei suoi desideri.
Portava un pullover fucsia di seconda mano con inserti di paillettes sulla scollatura, una camicia bianco lucida e una gonna lunga, scura ma slavata, con il bordo plissettato. I capelli crespi e biondicci erano tirati indietro da un cerchietto sottile di metallo. Si avvicinò senza spostare lo sguardo e rimase in silenzio per qualche istante. All’altezza della vetrinetta si scorgevano i tronconi delle sue gambe, ritagliate e messe in cornice: due monoliti compatti incassati in un paio di stivaletti con i lacci, condannati a restare sempre fuori moda. Sollevò finalmente la testa e gli occhi minuscoli, persi in quella pienezza degna di una creatura di Botero, accennarono allo snack più calorico tra quelli esposti. Bofonchiò qualcosa di simile a quel nome vagamente esotico, riempiendosi già le guance con un boccone d’aria. Prese la barretta e se la rigirò in mano come un piccolo scettro, mentre la borsa le scivolava dal braccio. Si guardò attorno, diede un’occhiata in giro e poi recuperando il fiato, trascinò i piedi verso l’uscita, facendo un gradino alla volta e una pausa più lunga sul pianerottolo. In strada controllò che nessuno stesse a guardarla e davanti a un’altra vetrina, quella dei giocattoli in saldo, prese a mordere il cioccolato, fin dentro al cuore bianco di cocco.
Fu allora che le scese una riga umida dagli occhi, di sudore o di pianto. Con la bocca ancora piena, prese la sciarpa di tweed rossa – mal abbinata, e si asciugò il viso.
Contro i Lunedì, la dieta dell’ananas, le domeniche senza calcio, le domeniche con il calcio, il riscaldamento globale, le lavatrici che si rompono senza preavviso, i giorni grigi, i sintomi premestruali, la menopausa maschile, le radici quadrate, l’insopportabile leggerezza dell’essere, i ricci ribelli senza una buona causa, quello sfigato dell’uomo del meteo, le chiavi che si perdono da sole, il prezzo delle case in generale e la noia in particolare.
Posologia:
Consumare allegramente.
L’ultimo giorno dell’anno, gironzolando per un paese che non era il mio, sotto un sole che non era inverno, guidata da una luce di grazia ho trovato un dolce antidoto per l’anno nuovo. Mi sento davvero fortunata ad essere caduta in tutte queste circostanze, sono già felice così…ancora prima di assaggiare una delle mie pasticche zuccherine, dure o gommose, frizzantine o lisce: vanno conservate gelosamente per i momenti amari, dosate al milligrammo, senza lesinare né eccedere.
A incappare in una farmacia della felicità il 31 dicembre ci vuole fortuna e un occhio un po’ allenato per le piccole cose che fanno la differenza.
Con queste premesse, che sia un buon anno, per tutti!
Narriamo quel che successe al sovrano
per mano di un povero pazzo di Milano.
«Io sono bello, io sono il re,
sono il migliore e attento a te!»
questo era il suo discorso pacato
in un giorno di trionfo assicurato.
Ma un povero pazzo di Milano,
stufo delle smanie del sovrano,
si intrufolò silenzioso alla celebrazione
senza destare la minima attenzione.
Eppure aveva un’arma perfetta,
non dico pistola, non dico accetta:
nessuno sospettava che quel pazzo uomo
stringesse in mano un modellino del duomo.
Sicuro di non essere il solo stanco
tra la folla presto si aprì un varco,
tant’è che scagliò il corpo contundente
proprio in faccia al presidente:
il colpo è deciso e le guglie son tante,
il risultato? Un volto sanguinante…
«Non è di plastica!?!» pensò il pazzo
«che ho combinato, o cazzo!»
Questa la goccia che ha traboccato il vaso,
e, oltre ai denti, ha incrinato il naso.
La tensione è alta, non si abbassano i toni
anche se è tempo di panettoni…
Tutti pensano a un attentato,
ma si tratta di un quarantenne squinternato.
Silvio va all’ospedale di fretta,
mentre l’altro è caricato in camionetta.
Tuttavia il re ancora non ci crede:
a quel matto il primo processo breve!
Ecco quel che successe al sovrano
per mano di un povero pazzo di Milano.
In queste settimane ho tentato di conoscerti meglio, essendo costretta a vederti davanti a me per diverse ore, puntata dai tuoi occhi rossi da coniglio in diverse angolazioni.
Certo i nostri dialoghi non sono stati tanto calorosi -come potrebbero?- ma presumo di averti capito.
Credo di essere stata anche molto invidiata da un certo pubblico femminile per via di questa nostra assidua vicinanza – non che me ne importi più di tanto, ma basta poco per farmi felice.
Suppongo che, per sfinimento, tu abbia finalmente sentito il bisogno di sfogarti un po’, è normale.
Con tutte quelle ragazzine che ti saltano addosso, si tagliuzzano il collo per farsi succhiare, si sciolgono davanti al tuo manifesto-sindone (ti devo confessare che l’addominale di marmo bianco, fa molto cristo-deposto-dalla-croce). Hanno anche chiesto, supplicanti, di scattare delle foto con il tuo cartonato e mi hanno pregato di ritagliare la testa di Bella per poterla sostituire con la loro. Come sai, alla fine, non l’ho fatto…per il tuo bene.
Anche perchè più sono e più implorano…più tu impallidisci.
È evidente che non ce la fai più, ti rendi conto che sei stato più volte sul punto di tagliarti le vene?! Lo so, sei immortale. Ma non sarebbe stato un gesto completamente controproducente? Avrebbe solo stuzzicato la sete di queste pazze fanatiche.
Ammetto che questa non deve essere una vita facile per un vampiro vegetariano ultracentenario, costretto a fare l’ultimo anno di liceo in eterno. No, per niente.
Con quegli occhi infossati e la cera che ti ritrovi, per quanto io riconosca il tuo fascino decadente, ti dico che non è salutare una dieta a base di mele e pomodori. Hai bisogno di proteine, guardati…sei anemico, mio caro. Devo insegnartelo io cosa vuol dire avere sete di sangue – sei tu il vampiro, o no? Caro Edward, quando troppi te l’hanno succhiato, reclami la tua parte: fatti coraggio e affila i dentini.
Facciamo così, tieniti libero quando smontano il film perché voglio portarti a mangiare in un posto che conosco. Così ci facciamo una fiorentina da chilo, al sangue.
Come ti chiami? un solo nome.
Contare per uno e dividere per due.
Un sì che sia sì. Un no che sia no.
Soggetto verbo oggetto:
ami o non ami – bacio a stampo.
Voglia di mangiare solo pane,
poi chiudere gli occhi e dormire.
Vita semplice a piccoli bocconi:
tagliare, tagliare, tagliare.
Si sbaglia. Chi più chi meno, tutti sbagliamo.
Allora si prende la gomma e si cancella, riempiendo il foglio di trucioletti grigi.
La gomma regala certe soddisfazioni, la sensazione di essere stati perdonati e di avere l’occasione, di nuovo, di rifare come va fatto, sicuri che non si potrà fallire per l’ennesima volta. Ma dà anche la possibilità di sbagliare ancora e ancora, continuando a cancellare.
Col risultato che più si sbaglia più è difficile far sparire del tutto il segno: resta sempre quell’alone, la riga dei quadretti si fa più lucida, la carta si tira.
Sbagliare e cancellare, sbagliare e cancellare, di continuo e sempre su quello stesso punto…che non ci viene bene. Magari prendendo anche la gomma blu, il dischetto tondo e duro per levare l’inchiostro, quella che gratta la superficie – quella per i perfezionisti. Si pensa di far bene a raschiare via una volta per tutte lo scarabocchio e ci si mette d’impegno a farlo sparire. Finché a furia di grattare…si rompe l’incantesimo una volta per tutte, si strappa la pagina.
Piangere sul foglio peggiora solo le cose perché l’inchiostro del quadretto si scolora e il ghigno dello strappo è sempre più beffardo.
Bastava girare pagina, lasciare in pace l’errore e andare avanti, siamo appena all’inizio del quaderno. E invece no, accanirsi sulla cancellatura ha prodotto la ferita e ora le lacrime le stanno smangiucchiando gli orli.
È il peggio che si possa immaginare, pensando di agire bene, fare il buco con la gomma.
Sulla mia foglia gialla,
scrivo col filo del fiato.
Ci sta la nebbia di domani,
l’odore vecchio della legnaia
e quel sogno tiepido sotto la coperta.
Il gusto amaro del ricordo
lo lasco a terra:
che possa marcire.
Fallo anche tu.
Perché dolce è il tempo
che stende tappeti sotto gli alberi:
noi ci dormiremo sopra,
e sogneremo così la nuova vita.
Ecco, questa foglia gialla è tua:
scrivici quello che vuoi.
«Qualcuno più onesto di noi direbbe che sei diventato mio complice, ma noi non siamo onesti e sappiamo che il paradiso inizia proprio dove finisce, è l’istante in cui ti cacciano, un istante che si ripete all’infinito e così siamo sempre bloccati sulla soglia come capita ai maiali quando vedono le ombre al posto delle cose. Vedi, il problema non è tornarci in paradiso, ma riuscire a venirne fuori una volta per tutte. Se ti scrivo solo oggi e non ti risponderò domani, è perché festeggio il nostro giorno dell’Indipendenza, il resto sono solo lotterie, bandiere che sventolano e fuochi che esplodono sulla mia infanzia a Philadelphia»
È il paradiso delle balle che ci raccontiamo continuamente, tanto che ci crediamo e facciamo in modo che ci credano anche gli altri. È il paradiso delle dipendenze dalle polveri bianche come dalle menzogne, che ci fanno sembrare tutto più giustificabile, ma anche tutto più piatto e senza sapore.
Finché non si tocca il fondo e si finisce a lavorare con i maiali, lì il paradiso finisce e di fronte alla realtà del fango non si può più mentire, ma solo fare spazio alla verità che affranca il cuore. Si squarcia allora un angolo di felicità tra i maiali neri.
Un bel libro che si “beve su” in un solo giorno, anche per chi non legge mai. Secondo me potrebbero tranquillamente farci un film.