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memorie

Forró

C’è festa in strada: nell’aria odore di pesce fritto, lime e legna bruciata.
Sono i giorni della festa di Sao João.
Ovunque bandierine colorate che scattano sotto i colpi della brezza dell’oceano.
Sotto un gazebo c’è un trio che sta preparando gli strumenti per suonare: chitarra e voce, percussioni e basso.
La gente passeggia, mangia seduta fuori dai locali, girovaga tra i banchetti dei dolci fatti in casa.
Comincia a diffondersi la musica che attira la gente all’imboccatura del mercatino artigianale.
Ci sono bambini che corrono, gruppetti di adolescenti, famiglie rilassate, coppie giovani.
E poi ci sono loro, che si sono materializzati con i primi accordi di chitarra.
Lei ha un vestito verde, stampato a grandi fiori bianchi, ibisco forse.
Lui ha una camicia patchwork, bermuda e sandali di cuio. I capelli candidi e gli occhiali.
Ballano sotto il ritmo incessante dei colpi di cajon.

Morena Tropicana
Eu quero teu sabor
Ai! Ai! Ioiô! Ioiô!

Hanno cominciato a ballare prima che ci fosse la piccola folla che si è creata, hanno continuato a ballare nella folla che lascia loro lo spazio che si meritano.
Ballano come se non ci fosse un domani e l’asfalto della strada scottasse sotto i piedi.
Lui fa girare lei, lei ancheggia mulinando le mani in aria, lui incrocia i passi battendo il ritmo con i piedi e percuotendosi le caviglie. Si prendono con un trasporto da ventenni, ma senza essere inopportuni.
Perchè in quel momento, mentre ballano, sono effettivamente dei ventenni. Dei ventenni di quarant’anni fa. Ma a nessuno importa. A loro men che meno.
Così belli che tutti li stanno a guardare, anche i giovani che tentano di ballarci a fianco.
Il loro amore fa battere le mani, è tutto in quello spazio tra i corpi che si fa via via più stretto per poi riaprirsi. Come un fiore di ibisco.

Applausi, inchino, saluti.

Cartaz Ilha Plaza

Marmelada

Proust aveva la madeleine, io ho la marmelada*.

Ogni volta che gusto questa delizia, la mia memoria ritorna alle prime volte che l’ho assaggiata.

La scatoletta di marmelada arrivava, più o meno mensilmente, in borse di plastica riutilizzabili assieme ad arance, panini morbidi e tavolette di cioccolata. Erano le provviste per i volontari che la signora Conceição ci consegnava ogni volta che poteva, come segno di gratitudine per il nostro lavoro. In più era sempre preoccupata che il cibo della mensa delle scuole dove svolgevamo il nostro servizio non fosse abbastanza o abbastanza buono… (e in molti casi aveva ragione). Quando non arrivava da lei, me la compravo io, anche perché era la più economica e la più buona del supermercato Pingo doce, mentre le altre confetture di frutta erano più costose e finte.

L’ho apprezzata subito, ma amata con il tempo e solo dopo un po’ di mesi ho capito che il marmelo, da cui derivava, era la mela cotogna.

È un frutto antichissimo. È duro e acerbo, difficile da mangiare crudo, ma se viene cotto libera gli zuccheri e diffonde profumo di miele. Ha bisogno di tempo e di calore per sprigionare la dolcezza che non sa di avere in sé.

La marmelada è grezza e autentica, il suo gusto ha un lontano ricordo amarognolo che lo zucchero non riesce a cancellare del tutto. Ma è anche per questo che mi piace.

Mi ricorda colazioni in piedi, aspettando che un microonde lentissimo scaldasse il latte nella mia tazza senza manico, merende delle sei del pomeriggio davanti a skype oppure dessert spartani dopo una cena a turno (perché la cucina e il tavolo erano troppo piccoli per cenare in più di tre).

Non conosco un sapore simile. Lo riconoscerei tra mille.

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 *nota:

La marmelada (assieme al Pastel de Belém) ha per me il sapore del Portogallo ed è stata una sorpresa scoprire per caso che la parola marmellata viene dal portoghese marmelo che è il nome lusitano del cotogno. Tutte le altre conserve di frutta si chiamano generalmente “compota”. È la Marmellata delle marmellate, insomma.

Il termine si è diffuso a partire dai primi anni del 1500, così come tante altre parole che viaggiavano nelle stive delle navi. 

La marmelada è più densa della confettura di qualsiasi altro frutto: è una gelatina compatta, ruvida al palato e rossastra. Si taglia con il coltello, tanto da poter chiedere : Vuoi una fetta di marmellata?

 

 

Ricordando Tabucchi

“La vita non è in ordine alfabetico come credete voi. Appare… un po’ qua e un po’ là, come meglio crede, sono briciole, il problema è raccoglierle dopo, è un mucchietto di sabbia, e qual è il granello che sostiene l’altro? A volte quello che sta sul cocuzzolo e sembra sorretto da tutto il mucchietto, è proprio lui che tiene insieme tutti gli altri, perché quel mucchietto non ubbidisce alle leggi della fisica, togli il granello che credevi non sorreggesse niente e crolla tutto, la sabbia scivola, si appiattisce e non ti resta altro che farci ghirigori col dito, degli andirivieni, sentieri che non portano da nessuna parte, e dai e dai, stai lì a tracciare andirivieni, ma dove sarà quel benedetto granello che teneva tutto insieme… e poi un giorno il dito si ferma da sé, non ce la fa più a fare ghirigori, sulla sabbia c’è un tracciato strano, un disegno senza logica e senza costrutto, e ti viene un sospetto, che il senso di tutta quella roba lì erano i ghirigori.” (A. Tabucchi, Tristano muore)

tabucchi

Quête

«E lui perché la sta cercando con tanta insistenza?».

«Chi lo sa» dissi io, «è difficile saperlo, questo non lo so neppure io che scrivo.

«Forse cerca un passato, una risposta a qualcosa.

Forse vorrebbe afferrare qualcosa che un tempo gli sfuggì.

In qualunque modo sta cercando se stesso.

Voglio dire, è come se cercasse se stesso, cercando me:

nei libri succede spesso così, è letteratura».

Antonio Tabucchi, Notturno indiano, 1984

Geografia umana

Era una sera, di tre, forse quattro anni fa. Era nel pieno dell’inverno,  i tergicristalli erano ghiacciati mentre noi eravamo rintanate vicino al caminetto della taverna, con tre tazze di tè fumanti tra le mani, e parlavamo del futuro. Qualcuno annunciava di andarsene, era la prima volta che qualcuno non si limitava solo a dirlo, ma prendeva davvero una decisione. Il vapore che saliva sopra le nostre tazze si mischiava ai nostri discorsi e ai nostri pensieri. Fu in quel preciso momento che sentii, sulla pelle, irrazionale come un brivido, che finiva un capitolo delle nostre vite e amicizie e ne stava cominciando un altro. Avvertii questo, solo questo, in un secondo di estrema e lucida preveggenza. Come se avessi avuto il dono di vederci tutte da fuori, per un istante soltanto, ma sufficiente a rimanermi impresso nella pellicola della memoria.

E a turno siamo partite, tornate, partite di nuovo, ritornate e chissà…

Mai come in questo tempo considero così naturale l’idea che non tutti siamo nati per stare nello stesso luogo tutta la vita. Ci potremo sempre tornare, quello sì. E da lì potremo sempre ripartire, tornado ogni volta diversi, con una nuova geografia in testa.

Finché troveremo la felicità, e lì ci fermeremo un po’ di più.

Sindrome post-sve

Mi chiamo Sara e ho un problema: sono una ex-volontaria sve.

Le storie degli ex-volontari hanno trame comuni, anche se ognuno l’ha scritta con la propria grafia sulla pelle.

Persino i nostri profili su facebook si assomigliano: abbiamo ancora il cuore e la testa da un’altra da parte del mondo, la residenza incerta, parliamo in genere più di tre lingue, tanti amici di diverse nazionalità, ricordi seminati in bacheca, puntini di sospensione alla voce futuro.

Odiamo la domanda: “e adesso?”, ci piace immaginarci felici chissà dove.

Sembriamo drogati, nomadi dipendenti, inquieti.

Il problema è affrontare l’ora della muta: cambiare pelle non è facile, non lo è mai stato…vederla secca e abbandonarla sul cammino, ci riempie gli occhi di acqua.

Dopo aver vissuto giorni in cui la densità della vita era altissima, ora ci troviamo a girare su noi stessi in giornate che sembrano tutte uguali; cerchiamo appigli nella rete, per non perdere quello che all’improvviso sembra così distante.

Conforta sapere che non si è soli, che c’è chi sta vivendo le stesse cose, ha la stessa testa piena di tutto e di niente, e che in quella confusione, a volte, i sogni riaffiorano – nonostante la paura di chiamarli per nome e crederci.

Conforta sapere che siamo tutte persone con un enorme potenziale e che abbiamo avuto la fortuna di poter dare una scossa alla nostra vita e di aprirla a molte possibilità.

Conforta che possiamo pensarla diversamente e possiamo essere il cambiamento che vogliamo, qua o là.

Mi chiamo Sara e ho fatto una cosa bella nella vita: sono stata una volontaria sve.

Potevamo presentarci tutti così, ex volontari, per riassumere le nostre storie, senza tanti altri dettagli.

Case

Se sacro è l’ospite, benedetto sia il padrone di casa.
In questo girovagare che è stato il mese di agosto ho imparato il valore dell’ospitalità.
Perché l’ho visto messo in pratica e l’ho apprezzato come se scoprissi per la prima volta che cosa vuol dire.
Offrire un tetto, e se si può un letto, una tazza per la colazione, una doccia, un asciugamano pulito.
Entro sulle punte dei piedi nelle case degli altri, per non calpestare la vita di tutti i giorni.
Ogni casa è un piccolo mondo e dice molto di chi vi abita, delle sue storie, delle sue passioni e delle sue manie, del suo gusto e della sua indole. A volte anche di come sta il suo cuore. Per questo meritano di essere raccontate, in punta dei piedi.

A Braga siamo state ospitate da Bruno e Filipe.
E da Pedro e tio Zezinho.
A Porto da Elvis e Cristiano.
Ad Alcobaça da Sandra.
A Carrapateira da Hugo e Samba.

A casa di Tabucchi

Un luogo non è mai solo “quel” luogo: quel luogo siamo un po’ anche noi. In qualche modo, senza saperlo, ce lo portavamo dentro e un giorno, per caso, ci siamo arrivati. Ci siamo arrivati il giorno giusto o il giorno sbagliato, a seconda, ma questo non è responsabilità del luogo, dipende da noi. […]

Dipende da chi siamo nel momento in cui arriviamo in quel luogo.

Antonio Tabucchi, Viaggi e altri viaggi

È cominciato tutto per caso, o forse no. Dipende da che valore diamo al caso.

E poi tutto è continuato secondo una rete di fortunate coincidenze: la grazia di trovarsi al posto giusto, nel momento giusto e la disponibilità a conoscere chiunque. Ogni persona conosciuta aggiunge una tessera al tuo mosaico, e subito dopo averla incontrata, non puoi immaginarti senza.

Io ho conosciuto lui, il quale conosceva lei che a sua volta abitava vicino a Lui.

Sono cominciati così gli appostamenti.

Avvicinamenti, per gradi, quasi a prepararsi.

Dove abita la vicina, suoniamo alla vicina? Quale sarà la casa: questa qui di fronte con la finestra aperta? E quale sarà il campanello? Suoniamo a caso? Lo aspettiamo qua fuori? E cosa diciamo se risponde qualcuno…prepariamoci una frase da dire!

E poi alla fine abbiamo suonato tutti i campanelli, come i bambini che poi scappano a gambe levate. Tutti perché solo l’ultimo tocco ha dato qualche risultato: non sono servite presentazioni, ci è stato direttamente aperto sulla fiducia.

Una testa mezza pelata è sbucata fuori e si è scusata per non avere gli occhiali e non poter distinguerci bene. Io l’ho riconosciuto subito, mentre qualcun altro gli stava domandando dove abitasse il signor Tabucchi. È lui, è lui, certo che sa dove abita!

E subito ci ha detto di entrare, senza esitare nemmeno un attimo, fidandosi del nostro italiano variegato portoghese e con un’ingenua curiosità, tipica di chi sa leggere in ogni incontro la possibilità di una storia da raccontare. Accoglierci con i pantaloni tagliati sopra le caviglie, le ciabatte ai piedi e chiamando al rapporto la nipotina di sette anni è stato  il modo migliore per farci sentire a nostro agio, levando ogni possibilità di imbarazzo.

Ci ha fatti accomodare sul divano di fronte a un tavolino colmo di libri e riviste, sistemati per rimanere su quel tavolo.

E mentre lui giocherellava con un paio di occhialini tascabili di un altro secolo, io cominciavo a sciogliere i nodi che ci avevano portati fino al suo salotto.

Ascoltava, avido di storie e collegamenti, alzandosi e tornando a sedersi. Mentre andavo ricomponendo il puzzle della mia vita precedente – il cui ultimo pezzo era il momento presente -ogni tanto lui interrogava Bia,  la nipotina preferita, che rispondeva compassata aggiustandosi i riccioli. Abbiamo conversato un po’ in italiano, un po’ in portoghese lasciando che i discorsi venissero da sé, senza renderci conto del tempo che ci passava accanto senza sfiorarci.

Abbiamo parlato della mia vecchia tesi, del suo nuovo libro, dei dipinti visionari di Paola Rego, delle sue tre case sul triangolo Pisa-Parigi-Lisbona, della storia che avrebbe dovuto leggere alla scuola di Bia, dei suoi figli, del mio progetto, di livrarias lisboetas.

Ad un tratto ho pensato che tutto fosse accaduto per portarmi a quel momento. Il momento in cui mi trovavo di fronte a uno dei miei scrittori preferiti e non sembrava strano, perché era così normale.

Normale l’acqua che ci ha offerto, la sigaretta che si è fumato, i libri sul tavolo, il ritratto stilizzato di Pessoa, gli occhialini antichi, le vetrate con le tende bianche lunghe, il libro regalatomi con la dedica e l’indirizzo di Pisa, la scrittura blu e obliqua.

Tutto così straordinariamente normale, come bussare a casa di uno zio.

Mi sono chiesta quando ho cominciato davvero a pensare a Lisbona: forse tutto è partito dai suoi libri, la sua Lisbona mi aveva attratto inconsapevolmente, sentivo un’affinità irrazionale.

E poi c’è stata una strada di anni, lunga e faticosa, una quête piena di nebbia che solo a poco a poco andava schiarendosi.  Finché si è dipanato il filo degli eventi: arrivare nella sua Lisbona per farla diventare mia e nel suo salotto per dirgli: “ Grazie, questo viaggio ha un senso”.

È la magia dei libri, di chi li scrive e di chi li legge.

Riti sull’erba

Sono tornata in un posto di un anno fa, un anno dopo.
Non ci avevo più messo piede.
È vicino a casa, eppure sembra così distante da tutto.
Esiste da millenni, ma il tempo qui pare essersi fermato.
È un posto fatto per conservare l’intimità delle confessioni a mezza voce.
Passato più di un anno, penso a quante cose sono cambiate
e a quante cose sono rimaste le stesse.
È un posto dove l’erba cresce sulle cicatrici.
Quel giorno il sole mi faceva male agli occhi e il caldo afoso mi soffocava.
Oggi il sole è amico, il caldo è fresco e il tramonto è dietro agli alberi.
Racconto le mie vite ai fili d’erba, appendo domande ai rami.
Non c’è nessuno.
Sono rimasta finchè il sole è scomparso dietro le chiome, poi sono tornata a casa.
Oggi è il mio capodanno.
Perchè si ricomincia da capo ogni giorno.

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