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Puzzle

Fare i puzzle è un bel casino.

Pezzi dappertutto: si confondono, ma sono tutti diversi e farne combaciare anche solo due è un’impresa. Non si distingue nemmeno l’ombra di quello che sarà la figura finale.

Si comincia dai bordi, scegliendo i pezzi lisci da un lato e così si fa la cornice.

Ci vuole pazienza, ci vuole tanta pazienza e si manderebbe tutto all’aria. A volte lo si fa.

Altre volte si è talmente convinti che due tessere possano combaciare che si forza l’incastro: ma se non va, non va. Punto. E ci si prende una pausa. Ci si rinuncia per un po’. Ci si convince che è inutile, magari i pezzi non ci sono nemmeno tutti.

E poi all’improvviso succede.

I pezzi cominciano a essere più riconoscibili, con un colpo d’occhio si trovano le combinazioni e, come per una strana legge dell’entropia cosmica, il caos comincia ad assumere una forma. I vuoti trovano i pieni e i pezzi si mettono a posto. Non tutti, ma molti.

Si ha la sensazione che i molti tentatavi siano stati necessari e indispensabili per avvicinarsi alla soluzione. Si trova una giustificazione ai buchi, che improvvisamente si colmano.

Si trova un filo di senso, ma misteriosamente.

I pezzi fondamentali erano sotto gli occhi, ma nella confusione risultavano indistinguibili.

Ci si stupisce dell’ovvietà, sorridendo si butta un’occhiata alla figura che va formandosi e si pesca un altro pezzetto dal mucchio, rigirandolo tra le dita.

my puzzle

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La seconda volta che sono nato

 n.d.r. Per ora posso pubblicare solo l’incipit di questo mio racconto che è stato selezionato per l’antologia del CartaCarbone festival di Treviso, a cura di Kellermann editore. Coming soon…

http://sinfonina.blogspot.it/
Illustrazione di Francesca Ballarini http://sinfonina.blogspot.it/

Io ho paura del buio, ma è meglio che non lo dico a nessuno.

L’unica possibilità è viaggiare di notte, anche se la notte non basterà – dice la mamma. Dobbiamo portarci via poche cose indispensabili, di sicuro una coperta: perché di notte sarà freddo e perché di giorno non ci devono vedere. Ci metteremo una coperta sopra la testa per sembrare tanti sacchi nella barca. Ho fatto le prove: devo rannicchiarmi e tenere il bordo della coperta stretto nei pugni, così mi nascondo tutto sotto.

Mi pare che sono bravo a fare il sacco.

La mamma dice di sbrigarmi, che c’è poco tempo.

Poche cose e indispensabili. Non sono sicuro di sapere cosa significa indispensabili, ma penso che è come dire importanti, che senza di loro non vivi.

Ci sono tre cose per me importanti, oltre alla mamma: il nonno, la mia capretta Kiwi e la maglietta del Milan che mi ha regalato lo zio Ahmed.  Due però le ho già lasciate al villaggio: il nonno è troppo vecchio e ha detto che dalla sua terra non se ne vuole andare, quindi non ho potuto portarlo con me, nemmeno trascinandolo con la forza.

E poi la mamma dice che non abbiamo i soldi anche per lui.

Kiwi è troppo grande, fa i salti e delle cacche piccole e puzzolenti: non me la lascerebbero mai tenere nella barca. Allora non mi resta che la maglia: me la metto addosso sopra all’altra, perché la mamma ha detto di vestirsi tanto. Che non vuol dire pesante, ma con tanti vestiti uno sopra l’altro, così è un po’ come se uno la valigia ce l’ha addosso.

La maglia del Milan va sopra a tutto perché si deve vedere bene il numero, che è il 45.

Secondo me il numero mi porta fortuna perché è di un giocatore dell’Italia – che è dove dobbiamo andare con la barca – ma è anche nero come me, ed è famoso e ha un sacco di soldi.  Io non so se diventerò un calciatore famoso e pieno di soldi, però l’unico modo per saperlo è andare via di qua.

La mamma dice di fare in fretta.

Lei è stata occupata fino ad ora con Aisha, la mia sorellina, che ha appena un anno e non sa preparare la borsa. Non sa fare ancora molte altre cose come parlare e camminare bene.

Io invece sono grande e so capire, ad esempio, quali sono le robe da portare e quali no.

***

Topinambur

Luce nei primi grigi di ottobre,

sono fiori in ritardo per cui l’autunno è una primavera.

Relatività della fioritura.

Girati verso il sole, ne rubano ancora un po’ il calore

e il giallo.

Crescono liberi, inselvatichiti, ma fieri sugli steli alti.

Li raccoglie solo chi si avventura al di là dei fossi

e crede che ci sia nobiltà in quella resistenza,

in quella libertà,

in quella selvatichezza ribelle

– e quasi folle – di fiorire a ottobre.

Li regalo solo a chi li può capire,

a chi è così come loro.

E che luce fanno.

topinambur

11 cose che si imparano andando in bici ad Amsterdam

1. La strada è tua, pedala e vai. Segui la pista rossa e se non c’è, prenditi il tuo spazio.

2. Difendi il tuo potere. Sii aggressivo: il pedone ti deve rispettare…anche l’auto e pure il camion della monnezza (v. punto 1)

3. Nell’incertezza…non esitare: è meglio sbagliare strada che essere investito o causare un incidente. Vai dove ti pare: perditi, ritrovati, ma non stare fermo!

4. I veri olandesi frenano con i pedali!

5. Scampanella a volontà (vedi punto 2), ma anche un po’ a caso – se ti va! (è una cosa per emotivi, quindi gli olandesi non lo fanno)

6. Se tagli la strada fallo con disinvoltura e non voltarti indietro (gli olandesi non hanno ripensamenti!)

7. Goditi i parchi, il sole quando c’è, i ponti, le piccole discese. Impara ad accettare i giorni di pioggia, nebbia e gelo. In ogni caso non farti scoraggiare dal meteo. Tu e la tua bici siete più forti.

8. Puoi andare ovunque, ma non dentro a bar e negozi (?!)

9. Tratta bene la tua bici, raramente ti deluderà. Difendi il tuo mezzo: incatenala ai ponti, ai pali, alle ringhiere, alle impalcature, ai cartelli stradali. Risparmia gli alberi e le altre bici, please.

10. Se la bici è tua falla diventare tua, ma ricorda che prima di essere bella deve essere funzionale. Se è a noleggio…non affezionartici troppo, la devi restituire!

11. Bike power: diffondilo nel tuo paese, se non c’è abbastanza.

bike

Un paese ci vuole…

C’è un posto, è un paese abbandonato. Una manciata di case aggrappate alla collina e i capperi che crescono tra le crepe dei muri.

È un paese di vecchi, con ritmi lenti e abitudini solide.

I giovani, se c’erano, se ne sono andati.

I nuovi sono solo turisti facoltosi, che si innamorano della quiete e del buon cibo, si comprano un rustico da sistemare dove passare prima il resto delle loro estati, poi il resto della loro vita.

È un posto tranquillo, lontano dalle manie della città: di notte si vedono bene le stelle, si sentono concerti di rane, grilli frinire tra l’erba umida e bestie misteriose grufolare nel bosco.

La mattina ci si sveglia presto e si va a raccoglie la verdura e la frutta dell’orto, si scende a prendere il pane cotto a legna, si fa la marmellata o la conserva.

Nel silenzio cresce l’erba, cresce il rovo, il nocciolo, la quercia e il carpino.

Le mani sporche di terra, gli zoccoli per andare nell’orto, il profumo di cose buone, maturate secondo i ritmi della natura.

Lontano dalle cose del mondo, qui quel che fa notizia è la famiglia di cinghiali che ha sfondato il recinto della vicina danneggiando il frutteto. Il sindaco dovrà prendere seri provvedimenti.

Il sabato sera si beve un grappino al circolo, si gioca a bocce o si intavola una briscola. Si beve un secondo grappino. Un terzo.

Le zanzare non risparmiano nessuno, ti si incollano addosso ancora prima che tu te ne accorga.

Non c’è traffico, un’unica auto passa alle undici di sera. Poi più nulla.

Il cimitero è piccolo, ha lapidi vecchie e senza lettere che nessuno si è preoccupato di sostituire. Non serve altro spazio.

Una preoccupazione eppure esiste: ha il pelo fulvo e il passo felpato. Ma il contadino ha ingegno, conosce i trucchi della città e le paure della volpe: c’è una radio che trasmette giorno e notte dentro al pollaio.

La radio è la voce, la voce è l’uomo, l’uomo è il nemico.

Anatre, faraone, oche e galline zampettano sicure al ritmo dell’ultima hit di Rihanna e tra un programma e l’altro fanno un ovetto.

È un paese abbandonato, ma nel pollaio dell’ultima casa in fondo alla via c’è una radio accesa a tutte le ore.

Pavese 

Cara Ragazzina dai capelli rossi

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Cara Ragazzina dai capelli rossi*,

Ti ricordi di me? O forse no?

Se stai leggendo queste righe significa che finalmente ho avuto il coraggio di firmare, non accartocciare, affrancare e imbucare questa lettera. A dire la verità ti ho scritto anche milioni di altre lettere – non spedite o finite nel bidone della carta straccia – e forse proprio per questo mi amerai ancora di più, oppure penserai che sono solo un cacasotto. Sarei il primo a non darti torto.

Tutto questo tempo ti ho amato di nascosto, mi sei cresciuta dentro come un germoglio di fagiolo (no, che scrivo?!) come un bocciolo di rosa – è più carino – una rosa rossa come i tuoi bellissimi capelli. Io capelli ne ho pochi e per questo non so se saremmo una bella coppia, ma magari a te piacciono i bambini con pochi capelli…o forse no…oddio e se non ti piacciono?!  Beh, sappi che io ti ho amato fin dal primo giorno, quando Snoopy ti ha annusato e mi ha riportato il tuo profumo alla violetta.  Da allora ho cominciato a capire di che cosa sa l’amore: sa di violetta, un po’ di cane e sa di te.

Passavo i giorni a disegnare cuori, provare i discorsi allo specchio e scriverti mille biglietti di san Valentino, ma quando comparivi, anche solo fuori campo, mi si rammollivano le gambe, la saliva mi si seccava in bocca e andava a finire che mi mettevo un sacchetto di carta in testa. Hai mai visto qualcuno aggirarsi nei paraggi con un ridicolo sacchetto in testa? Beh, ero io quel miserabile sacchetto umano! Ogni giorno ero sempre più triste perché non ricevevo mai lettere d’amore ed ero depresso e il burro di arachidi aveva perso il suo sapore.

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Merda

Willie Sutton è il più grande rapinatore di banche d’America. La sua è una storia di povertà e ricchezza, di illusioni e crude realtà, di prigioni ed evasioni. È un criminale eppure non ti riesce di pensarlo cattivo, provi solo una gran compassione. Sutton è un ladro gentiluomo che nonostante tutto non perde mai la dignità e che ha sempre molte storie da raccontare…come di quella volta che per tentare di evadere dal carcere ha nuotato in mezzo alla merda.

C’era questa fognatura che passava sotto Eastern State.

Girava voce che portasse alla libertà. Scoprii invece che ti portava nella merda, e poi verso altra merda e che quella merda ti portava ancora e sempre più dentro la merda. […]

Merda. È una parola che si usa con troppa facilità. Basta che la minima cosa vada storta che tutti sono lì a dire merda. Non lo direbbero così, come niente, se dovessero nuotarci dentro davvero. Anzi, in realtà le persone ragionerebbero in modo diverso, se a fronte di ogni cosa che vogliono nella loro vita cominciassero a chiedersi: sono disposto a nuotare nella merda, per averla?

 

J. R. MOEHRINGER, Pieno giorno

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VolontApp

Il cellulare e i primi sms, poi internet, e-mail, chat, Messenger, Skype, Facebook, WhatsApp.

Ad ogni evoluzione dei sistemi per comunicare, ci sembrano subito spalancate le infinite possibilità di raggiungere chiunque e con maggior facilità. I cugini australiani, l’amica dell’asilo, il vicino di ombrellone di dieci vacanze fa. In parte è vero, ma passata l’eccitazione della novità, alla fine ci si accorge che le persone con cui ci si sente più spesso sono più o meno sempre le stesse e che chi non ci rispondeva per sms, ora non lo fa neanche su WhatsApp, anche se vediamo che ha visualizzato il messaggio (sistema infernale).

Sono sempre più convinta che è la volontà a determinare la buona riuscita o meno di una comunicazione. Se una delle due parti ne è sprovvista, qualcosa non va per il verso giusto.

Se anni indietro si decideva di inviare una lettera, la motivazione e la volontà dovevano essere altissime: il tempo per pensarla e scriverla a mano (o dettarla), imbustarla, affrancarla, spedirla e attendere. Andava messa in conto anche la possibilità che andasse smarrita e non arrivasse a destinazione. Eppure si scrivevano milioni di lettere nonostante questo rischio.

Oggi il rischio che non arrivi un messaggio è ridottissimo e lo sforzo di volontà per inviarlo è molto minore di un tempo. Di sicuro ne abbiamo guadagnato in praticità e velocità, ma è diminuita quella dose di volontà che ci faceva comunicare meno, con buone dosi di attesa, ma più efficacemente. Forse era proprio l’attesa, che poi innescava il desiderio, ad essere la chiave dell’efficacia.

Non c’è ancora un’applicazione per la volontà, quella – ahimè – la dobbiamo trovare in noi!

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Smarriti e ritrovati

 È la sensazione di quando perdi qualcosa. Ti rode averla persa, anche se non la usavi più da tempo. Anche se era un cd che non ascoltavi più, un libro rovinato, una maglietta scucita, una biglia scheggiata.

E più cerchi, più aumentano le tue domande e la frustrazione, perché la cosa non salterà più fuori, per lo meno non in quell’immediato e affannoso cercare.

E così ti rimane un piccolo buco, una perdita non colmabile a cui ti devi abituare e di cui ben presto ti dimenticherai.

 Solo un giorno qualsiasi, magari un giorno di pulizie, in cui rovisti negli angoli bui e nei cassetti polverosi, ritrovi la cosa che ti eri stancato di cercare.

Oramai non pensavi più a ritrovarla, l’avevi destinata per sempre al regno delle cose perdute.

È solo allora che ti accorgi che la sensazione di aver ritrovato per caso qualcosa che davi per perso è davvero e infinite volte più grande del valore della cosa stessa. Ne è valsa la pena averla perduta per un po’ di tempo.

Perdere e dimenticare, lasciar passare il tempo e non pensarci più, è la condizione indispensabile per poter, forse, un giorno vivere la sensazione del ritrovare insperato.

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