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Le conseguenze del vento

Il vento io non l’ho mai visto.

Vedo le foglie che volteggiano, un palloncino che vola verso l’alto, una girandola impazzita, un sacchetto che vortica su se stesso. Sento l’aria in faccia, ma non riesco a toccarla.

Il vento si manifesta nelle sue conseguenze. Come tutte le cose che non si vedono.

Eppure  il vento fa accadere delle cose: aiuta certe piante a riprodursi, solleva le gonne, spettina i capelli, sbatte le porte, stacca le foglie, scoperchia i tetti, spezza i rami, asciuga il bucato, fa ammattire la gente.

E fa volare ciò che normalmente non vola, ma è abbastanza leggero per farlo.

Non ho mai visto un sacco di altre cose come ad esempio i virus, Dio, l’ossigeno, l’amore, il colesterolo e lo spread.

Eppure qualcuno dice che esistono e come il vento, che non si vede, innescano dinamiche, creano scompiglio e si manifestano nelle loro conseguenze.

wind

This is water (David Foster Wallace)

Questo è un video/discorso che vorrei vedere inciso sulla pietra, nei secoli dei secoli amen (ma sempre per la vita prima della morte):

Con i piedi per terra

A Berlino ho conosciuto un ragazzo che girava sempre scalzo. Camminava con la stessa disinvoltura sulla moquette di casa come sulla banchina della metro o sul marciapiede sudicio.

Era una sorta di piccolo principe biondo, vegano e probabilmente ateo. Parlava poco, solo se interpellato, per il resto rimaneva chiuso in un alone di francescanità insondabile.

Tanto la sua faccia era pulita quanto le suole dei suoi piedi erano nere e inspessite dall’abitudine.

La sera in cui siamo usciti tutti a bere qualcosa mi sono permessa di fargli qualche domanda in più. Riuscii a carpire poche altre informazioni: non si metteva le scarpe dal giorno del suo diploma, un anno o giù di lì, non le aveva mai rimpiante, non si era mai ammalato o  infettato e quanto alle ragioni aveva accennato a una non ben definita scelta di principio che non ho mai capito. Tutto il tempo mi sono sentita a disagio, mentre lui era tranquillissimo. Non sapevo se dover giustificare il fatto che per me era naturale portare le scarpe per la maggior parte dei casi, se ammettere che ci fosse in lui un briciolo di pazzia naturista o se invidiare la sua libertà. Poi ho pensato che era perfetto così, un personaggio fatto e finito come solo la realtà sa regalare. Facevo fatica a parlargli senza guardagli i piedi. Dedussi che per poter sopravvivere alla giungla urbana camminasse quel tanto che bastava sospeso da terra, un paio di centimetri. Come i pazzi e i poeti.

In un mondo fatto sempre meno per potervi camminare scalzi, in quel contesto, non avere le scarpe era l’atto più sovversivo che avessi visto in vita mia. Chissà se Jann oggi è tornato nel suo piccolo pianeta…di certo non era troppo terreno.

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Freddo buono

Sarà che sto diventando grande…e certe cose le cominci ad apprezzare solo ad una certa età, come le liquirizie amare, il cioccolato fondente e i grandi classici.

Mai come in questi giorni sto apprezzando il freddo: quello gelido e pulito che mi arriva addosso come una pioggia di cristalli.

Mi fa bene questo freddo, mi ci trovo bene e ci porto il mio cervello fare un giro, gli cambio l’aria, così si ossigena meglio.

Mi galvanizza lo spirito, perché tutto il corpo è più sveglio se passano degli spifferi d’aria tra una giornata e l’altra.

Respiro e sento il sangue che gira più veloce, le mani si sfregano tra loro, il sorriso un po’ tirato, con le spalle strette, perché non posso far altro che sorridere di fronte alle giornate limpide, con il cielo che quasi si spacca in due da quanto è terso. E di notte ci sono più stelle.

Il freddo fa fiorire idee nella mia testa, sbocciano come crochi in mezzo alla neve.

Sarà forse un po’ di pazzia. In questo mondo di matti, la mia pazzia è la cosa più sana che esista.

Come questo freddo. Finalmente.

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Berlino, ovvero costruire sulle macerie

Muri. Di calcestruzzo, crollati, dipinti, venduti, pieni di crepe, grigi, con il filo spinato, colorati, griffati, con l’erba in cima, che non ci sono più, rimasti, souvenir, scritti, di memorie, con croci, come croci.
Moniti monolitici, detriti politici.
Berlino è la città del muro, il muro, o quel che ne resta.

Pare incredibile che una città di tale dignità e civiltà potesse essere tagliata in due da un muro, uno stupidissimo muro alto tre metri. Una trovata così primitiva, così miope, così provinciale, da vicini biliosi che mal si sopportano.
Quel che ne resta sono brandelli diventati cimeli, diventati pareti per murales e schegge allegate alle cartoline o vendute un tanto al metro quadro.
Mi sono chiesta come Berlino sia potuta risorgere dalle sue ceneri così tante volte da sembrare ora quasi impossibile da scalfire.
Una fenice di diamante, dura e brillante.

Ha la fierezza bruciante di chi non ha nulla da nascondere, di chi è riuscito a rifarsi da sé e  soprattutto di chi ha saputo fare delle macerie di guerra materiale da costruzione, delle vergogne musei alla memoria, dei quartieri collezioni di umanità e dei muri macerie per nuova arte.

La storia non è poi
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli. C’è chi sopravvive.

(E. Montale, La storia)

Club degli amori impossibili

Ogni sei mesi ci troviamo. Ogni sei mesi ci troviamo e facciamo il punto della situazione.
La felicità passa sempre troppo in fretta e cerchiamo di ricordarci l’ultima volta che l’abbiamo sentita sotto la pelle.
Siamo il club degli amori impossibili. L’unica certezza è che nessuna è abbastanza felice, così com’è.
Siamo protagoniste di storie intricate, le nostre. E se non sono intricate, non c’è storia!

C’è chi è stata trovata dall’uomo che la reputa la donna della vita. Il problema è che lei non ha trovato lui… non si sente affatto quella donna, e più lui lo ripete più le viene voglia di scappare a gambe levate. Verso il libero Brasile.

C’è chi stava male, ha trovato chi l’ha curata e nel frattempo si è innamorato di lei, ma lei all’inizio non lo era. Poi è sembrato che fossero innamorati entrambi. Poi un po’ più lui, mentre lei era in crisi; ora un po’ più lei, mentre lui è in crisi. Morale: la crisi è contagiosa e colpisce anche gli infermieri.

C’è chi ha sfoderato un’indifesa ingenuità ed è rimasta impigliata in una trappoletta sentimentale creata da un vero professionista.  C’era del potenziale – così lui diceva, e lei ci credeva (perché lei tende a credere alle fantasie: a Babbo Natale, alla formica dei denti, ai lieto fine e ai colpi di fulmine) e così si è trovata a sceneggiare per mesi una storia troppo bella per essere vera, e infatti non lo era.

Ora siamo qua a dirci quanto vorremmo essere felici, sicure che per un attimo lo siamo state negli ultimi sei mesi…se no non saremmo qui a raccontarcelo.

Il problema è che a volte non è la persona giusta, anche se il momento sarebbe perfetto.
A volte è la persona giusta, ma non è quello il tempo: colpa del fuso orario.
A volte è la persona giusta, ma è noi che siamo sbagliate.
A volte noi siamo la persona giusta, ma l’altro non ci ha trovate.
Altre volte, ancora, ci illudiamo che la persona, il luogo e il tempo siano adatti ma, al risveglio, ci accorgiamo che non è nulla di tutto ciò. E vogliamo ricominciare da zero.

Questioni di cuore

Le aveva consigliato di farsi visitare al più presto…i soffi al cuore non si sottovalutano!

Erano passati quattro mesi e lei non l’aveva ancora fatto. La guarda con aria di rimprovero.

Avrei dovuto?!  Ma se sto benone!

Dice che avrebbe dovuto.

Allora,  prende il suo stetoscopio e pretende di auscultarle il  cuore.

Il freddo di quell’aggeggio sul torace le fa venire un brivido, lui si avvicina corrucciando la fronte, con le labbra serrate e un’espressione così seria da essere ridicola. Striscia il disco liscio tra le sue costole. Le pare che il ritmo del battito sia cambiato per il solo fatto che lo stia ascoltando così da vicino.  Le è vicino in maniera così scientifica da metterla in uno strano imbarazzo, come se volesse fotografarla dentro, attraverso il corpo.

Quanto sono poco scientifica: non so distinguere il cuore dal suo muscolo!

Più insiste e si avvicina, più ha la sensazione che lui batta a caso: una grancassa bucata, un treno fuori dai binari, porte che sbattono a ripetizione. Un’ultima ascoltatina.

Dice che il soffio non si sente più, forse sono solo delle normali aritmie. Normali aritmie?!

Una cosa è certa:  il cuore ce l’ha, che funzioni in maniera un po’ bizzarra è un altro conto – donna, dopotutto!

Ma dottore, lei ce l’ha il cuore? Solo perché io non so usare lo stetoscopio non significa che non lo possa sentire…

Si avvicini, mi faccia sentire: batte piano, è quasi fermo, è quasi freddo.

Il cuore, non il suo muscolo.

Aspettative

Noi tutti siamo conviti che diventeremo il massimo. E poi ci sentiamo un po’ derubati quando le nostre aspettative vengono deluse, ma alcune volte la realtà supera di gran lunga le aspettative. A volte quello che ci aspettiamo, al confronto con quello che non ci aspettiamo, impallidisce. Dovremmo chiederci perché ci aggrappiamo alle nostre aspettative… Perché quello che ci aspettiamo, ci fa restare fermi, in attesa.

Quello che ci aspettiamo è solo l’inizio.

Quello che non ci aspettiamo invece, è quello che cambia la nostra vita.

(Meredith Grey, riflessione finale, terza serie, ep.13 Grey’s Anatomy)

2012

Vorrei che il nuovo anno avesse un po’ di tutti gli ingredienti del suo primo, pazzo, giorno. Come dice il proverbio.

Vorrei lo spirito d’avventura, il sacco a pelo e poche ore di sonno, ma ben dormite.

Vorrei giocare a stupidi giochi fino a notte fonda e trattare da amici persone conosciute due ore prima.

Vorrei l’incoscienza semplice di lanciarsi su un pendio innevato, confidando nel bianco, che non può far male.

Vorrei la compagnia internazionale, non parlare solo la mia lingua, destreggiarmi e confondermi tra le nazionalità.

Vorrei la serenità del monastero tibetano, l’aroma semplice del suo tè, la rassicurante ripetizione di un mantra personale.

Vorrei l’imprevisto con il sorriso, viaggi in macchina in buona compagnia, risate come palestra per gli addominali.

Vorrei fare colazione a orario di cena e, nonostante i crampi, addormentarmi ridendo sotto le coperte.

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