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LA SECONDA VOLTA CHE SONO NATO

Circa un anno fa questo racconto veniva selezionato tra i partecipanti al concorso del Festival Carta Carbone, a Treviso.
Lo pubblico qui interamente, anche perché l’antologia, edita da Kellermann, è andata esaurita in breve tempo e non verrà ristampata.

Illustrazione di Francesca Ballarini
Ill. Francesca Ballarini

Io ho paura del buio, ma è meglio che non lo dico a nessuno.

L’unica possibilità è viaggiare di notte, anche se la notte non basterà – dice la mamma. Dobbiamo portarci via poche cose indispensabili, di sicuro una coperta: perché di notte sarà freddo e perché di giorno non ci devono vedere. Ci metteremo una coperta sopra la testa per sembrare tanti sacchi nella barca. Ho fatto le prove: devo rannicchiarmi e tenere il bordo della coperta stretto nei pugni, così mi nascondo tutto sotto.

Mi pare che sono bravo a fare il sacco.

La mamma dice di sbrigarmi, che c’è poco tempo.

Poche cose e indispensabili. Non sono sicuro di sapere cosa significa indispensabili, ma penso che è come dire importanti, che senza di loro non vivi.

Ci sono tre cose per me importanti, oltre alla mamma: il nonno, la mia capretta Kiwi e la maglietta del Milan che mi ha regalato lo zio Ahmed.  Due però le ho già lasciate al villaggio: il nonno è troppo vecchio e ha detto che dalla sua terra non se ne vuole andare, quindi non ho potuto portarlo con me, nemmeno trascinandolo con la forza.

E poi la mamma dice che non abbiamo i soldi anche per lui.

Kiwi è troppo grande, fa i salti e delle cacche piccole e puzzolenti: non me la lascerebbero mai tenere nella barca. Allora non mi resta che la maglia: me la metto addosso sopra all’altra, perché la mamma ha detto di vestirsi tanto. Che non vuol dire pesante, ma con tanti vestiti uno sopra l’altro, così è un po’ come se uno la valigia ce l’ha addosso.

La maglia del Milan va sopra a tutto perché si deve vedere bene il numero, che è il 45.

Secondo me il numero mi porta fortuna perché è di un giocatore dell’Italia – che è dove dobbiamo andare con la barca – ma è anche nero come me, ed è famoso e ha un sacco di soldi.  Io non so se diventerò un calciatore famoso e pieno di soldi, però l’unico modo per saperlo è andare via di qua.

La mamma dice di fare in fretta.

Lei è stata occupata fino ad ora con Aisha, la mia sorellina, che ha appena un anno e non sa preparare la borsa. Non sa fare ancora molte altre cose come parlare e camminare bene.

Io invece sono grande e so capire, ad esempio, quali sono le robe da portare e quali no.   Continue reading “LA SECONDA VOLTA CHE SONO NATO”

La seconda volta che sono nato

 n.d.r. Per ora posso pubblicare solo l’incipit di questo mio racconto che è stato selezionato per l’antologia del CartaCarbone festival di Treviso, a cura di Kellermann editore. Coming soon…

http://sinfonina.blogspot.it/
Illustrazione di Francesca Ballarini http://sinfonina.blogspot.it/

Io ho paura del buio, ma è meglio che non lo dico a nessuno.

L’unica possibilità è viaggiare di notte, anche se la notte non basterà – dice la mamma. Dobbiamo portarci via poche cose indispensabili, di sicuro una coperta: perché di notte sarà freddo e perché di giorno non ci devono vedere. Ci metteremo una coperta sopra la testa per sembrare tanti sacchi nella barca. Ho fatto le prove: devo rannicchiarmi e tenere il bordo della coperta stretto nei pugni, così mi nascondo tutto sotto.

Mi pare che sono bravo a fare il sacco.

La mamma dice di sbrigarmi, che c’è poco tempo.

Poche cose e indispensabili. Non sono sicuro di sapere cosa significa indispensabili, ma penso che è come dire importanti, che senza di loro non vivi.

Ci sono tre cose per me importanti, oltre alla mamma: il nonno, la mia capretta Kiwi e la maglietta del Milan che mi ha regalato lo zio Ahmed.  Due però le ho già lasciate al villaggio: il nonno è troppo vecchio e ha detto che dalla sua terra non se ne vuole andare, quindi non ho potuto portarlo con me, nemmeno trascinandolo con la forza.

E poi la mamma dice che non abbiamo i soldi anche per lui.

Kiwi è troppo grande, fa i salti e delle cacche piccole e puzzolenti: non me la lascerebbero mai tenere nella barca. Allora non mi resta che la maglia: me la metto addosso sopra all’altra, perché la mamma ha detto di vestirsi tanto. Che non vuol dire pesante, ma con tanti vestiti uno sopra l’altro, così è un po’ come se uno la valigia ce l’ha addosso.

La maglia del Milan va sopra a tutto perché si deve vedere bene il numero, che è il 45.

Secondo me il numero mi porta fortuna perché è di un giocatore dell’Italia – che è dove dobbiamo andare con la barca – ma è anche nero come me, ed è famoso e ha un sacco di soldi.  Io non so se diventerò un calciatore famoso e pieno di soldi, però l’unico modo per saperlo è andare via di qua.

La mamma dice di fare in fretta.

Lei è stata occupata fino ad ora con Aisha, la mia sorellina, che ha appena un anno e non sa preparare la borsa. Non sa fare ancora molte altre cose come parlare e camminare bene.

Io invece sono grande e so capire, ad esempio, quali sono le robe da portare e quali no.

***

Un Natale maiuscolo

light

 A Gabriele piacevano gli alberi, c’erano giorni in cui li avrebbe abbracciati uno ad uno, accarezzando la corteccia e posando un orecchio sul tronco per sentire se sussurravano qualcosa. Non amava solo quelli del suo giardino, ma anche tutti gli alberi del quartiere, del paese, – pensava addirittura – del mondo intero. I latifoglie e i sempreverde, le palme e gli abeti. Amava gli alberi in ogni stagione perché era come se cambiassero vestito per intonarsi con il clima: in primavera c’erano le gemme, i fiori e le prime foglie verdi, in estate le chiome folte, in autunno le foglie colorate, in inverno i ricami della brina sui rami.

  L’unico periodo dell’anno in cui non gli piacevano le trasformazioni che subivano gli alberi era il  Natale. E non era certo per colpa della natura.

Già a fine novembre comparivano i primi ostaggi: alberi e cespugli costretti in doppie file di lampadine intermittenti; chiome ingabbiate in cordoni luminosi e rami piegati sotto il peso  di stelle comete fosforescenti.  Semplicemente insopportabile.

Il Natale era il terrore per ogni albero, tranne ovviamente per quelli di plastica.

  Gabriele non capiva perché i Giorgetti, i suoi vicini di casa, si ostinassero ogni anno in quella tortura: avevano inventato apposta gli abeti finti per durare a lungo e non tormentare quelli vivi, e loro, no, che continuavano a trasformare il giardino in un lunapark natalizio, alle spese degli alberi – quelli veri.

La magnolia era avvolta in una spirale pulsante di luci azzurrine e bianche, il vecchio acero aveva i rami zavorrati da globi di plastica multicolore e infine la siepe era appesantita da un’orrenda insegna rossa di Buone Feste con alcune stelline gialle impazzite. Dulcis in fundo: un babbo natale meccanico saliva e scendeva il tronco di una palma, come una scimmietta.

  Gabriele guardava il lunapark natalizio dalla finestra della sua camera e ogni notte sperava che tagliassero la corrente ai Giorgetti. Solo perché avevano il lunapark natalizio pensavano di meritarsi di più il Natale?

  Lui aveva solo un piccolo abete, rigorosamente di plastica, decorato con le formine di pasta di sale che aveva fatto con la mamma, e dei fiocchi rossi recuperati dai pacchetti di altri anni. E poche luci, gialle, che spegneva prima di andare a letto.

  Avrebbe preferito una Natale buio e silenzioso, ma con degli alberi liberi.

Fu così che quella vigilia di Natale decise di far saltare le luci a tutto il quartiere. Continue reading “Un Natale maiuscolo”

Per un soffio – racconto illustrato

1.soffioni
Illustrazione di Federica Sgambaro

In un campo di soffioni, un giorno di primavera, si alzò il vento.  Era un vento forte e deciso che spettinava l’erba e correva fino al paese facendo sbattere i balconi. Le teste vaporose del taràssaco si inchinavano insieme al ritmo dei soffi.

– Che seccatura questo vento! è buono solo per gli aquiloni! – protestava un vecchio in bicicletta schiacciandosi il cappello sulla testa.

Poi arrivò una folata più forte delle altre, ma solo un po’. Una scia di semi aggrappati ai loro piccoli paracaduti pelosi si alzò dai soffioni.

– Che noia questo vento! mi fa impazzire e girare intorno come queste girandole! – diceva lo spazzino rincorrendo una cartaccia con la sua scopa.

La scia di semi col paracadute volteggiava seguendo i capricci del vento, faceva strani disegni in aria, sfiorava il terreno e poi riprendeva quota.

– Non ne posso più di questo vento! Aggroviglia il bucato steso ad asciugare! – sbuffava una signora indaffarata alle prese con i fili della biancheria.

I semi continuavano diligenti il viaggio lasciandosi trasportare: abbandonarono  la collina, scavalcarono il pendio e proseguirono la corsa per la pianura tutta uguale.

– Maledizione! Questo vento mi scompiglia la messa in piega! – si lamentava una signorina appena uscita dal parrucchiere.

Il vento soffiava, ma cominciava a perdere potenza. I semi erano stanchi e i paracaduti cominciarono a planare.

Si erano spinti fino alla città e tra gli edifici alti il vento si rompeva in mille spifferi.

– Che arietta! – disse divertito un bambino osservando dalla finestra del quarto piano la sua bandierina segnavento girare su se stessa.

Continue reading “Per un soffio – racconto illustrato”

Racconto di Natale

                                                                                                                           BARBA DI COTONE

WINTER

Di solito non sento molto la leggerezza dello spirito natalizio, troppe cose gli sono state costruite attorno e lo schiacciano a terra, non danza più nell’aria. È zavorrato da abeti di plastica e depliant di giocattoli in promozione. Ma c’è un Natale, tra tutti, che ricordo sempre con tenerezza e che, nonostante tutto, mi fa credere ancora a quell’atmosfera.

Novembre 1991

Il calendario dell’avvento aveva ancora tutte le finestrelle chiuse, gli alberi diverse foglie gialle appese ai rami, l’aria ancora tiepida, eppure quell’anno, il Natale si preannunciava già.

Era in anticipo e rigato di lacrime, amare.

Mio fratello Sebastiano, otto anni, era rimasto l’unico in famiglia a sostenere ancora l’esistenza di Babbo Natale. Io, che di anni ne avevo quattordici, e mio fratello Paolo, il più grande, sedici e mezzo, avevamo già smascherato il mistero, digerito la delusione, elaborato il lutto ed eravamo entrati da un po’ nella tristissima età del disincanto natalizio. Che non conosce ritorno, purtroppo.

Però continuavamo a incoraggiare la messinscena natalizia per rispetto dei suoi otto anni e per fingerci ancora bambini. Ma come ogni infanzia, prima o poi, anche la sua sarebbe finita.

Era questione di giorni, forse di ore.

Tutto era cominciato a causa della scuola.

– Devo fare una ricerca di scienze – mi aveva detto Seba, sventolando il quaderno con la copertina verde. – Devo scegliere un animale, uno che mi piace, e poi spiegare come è fatto e dove vive, cosa mangia, come cresce i piccoli…

– E che animale hai scelto?

– Pensavo alla renna o al formichiere…cosa mi consigli?

– La renna mi sembra più carina…

– Sì, anche a me…ti ricordi quel cartone di Rudolph  la renna, quello di ogni Natale?

– Ah sì, la renna con il naso rosso luminoso…che aiutava Babbo Natale.

Fu così, copiando una banale ricerchina scolastica dai volumi dell’enciclopedia, studiando le abitudini e la conformazione fisica delle renne, che in Seba cominciò a instillarsi il dubbio.

Cadde il palco della renna e anche quello di Babbo Natale.

Continue reading “Racconto di Natale”

Lo scoiattolo

Gessica teneva gli occhi incollati al vetro, in attesa.

 Era gracile e piccola. Nemmeno gli occhiali di metallo, smaltati di rosa, riuscivano a darle un’aria da prima della classe, sottolineavano solo il suo leggero strabismo. E il nome da bambola, che la mamma aveva scelto per lei – con la G, non con la J, precisava- si abbinava solo alle tute fucsia a cui non era stata ancora capace di sottrarsi.

In più, da quando Fabio, che era alto il doppio di lei e pesava il triplo, aveva messo in giro la voce che puzzava di naftalina, il cerchio vuoto intorno a lei si era allargato. Non era segnato con il gesso, ma dalle occhiate veloci dei compagni nella sua direzione e dai commenti a mezza voce che precedevano le risatine.

 Le grandi finestre della biblioteca scolastica davano sull’orto pedagogico che alcune classi avevano cominciato a curare nell’ora di scienze, e più in alto, la recinzione della scuola confinava con un pezzo di bosco. Da lassù ogni tanto scendeva qualche scoiattolo, saltellava fino all’orto, dava una sbirciata alle vetrate della sala e poi fuggiva, così come era arrivato. Gessica non era mai riuscita a vederne uno, ogni volta si girava sempre in ritardo, e mentre gli altri, tutti eccitati, correvano in direzione dei vetri e seguivano con il dito il percorso del piccolo roditore, lei rimaneva indietro, cercando di farsi largo tra i compagni, ma era sempre troppo tardi. Sempre.

Uno urlava: “Uno scoiattolo!” e tutti in massa davanti ai vetri.

Era successo due, tre volte, quando la sua classe era in biblioteca per la ricerca e gli insegnanti parlottavano vicino alla porta della segreteria.

E ogni volta era la stessa delusione.

Un giorno qualcuno gridò il suo nome in direzioni dei vetri:

– Gessica, uno scoiattolo, là!

Le pareva incredibile. Qualcuno pensava a lei, voleva farle questo regalo: il privilegio di vedere anche lei uno scoiattolo, per una volta prima di tutti gli altri, che ormai ne avevano visto una collezione intera.

Gessica si voltò, gli occhi grandi e la bocca socchiusa, corse da sola verso i vetri e vi appoggiò i palmi delle mani: guardò a destra, guardò a sinistra.

Non c’era.

Non c’era nessuno scoiattolo.

Dov’era andato? Le uscì un “dove?” appena abbozzato, ma la risposta fu una risata collettiva e rumorosa alle sue spalle. Non c’era nessuno scoiattolo, per lo meno quel giorno, a quell’ora, in quel rettangolo di cortile.

Tornò al posto, mordendosi il labbro inferiore, senza guardare nessuno negli occhi, mentre l’eco della risata le si incollava addosso.

Non c’era nessuno scoiattolo e lei c’era cascata.

  C’era cascata anche la volta in cui la mamma le aveva detto che per il suo compleanno papà sarebbe tornato a casa e le avrebbe consegnato di persona il regalo. Lo aveva aspettato tutta la sera, con il vestito nuovo e la scia di profumo alla violetta che aveva rubato dal comodino della mamma. L’aveva aspettato sospirando a ogni auto che sentiva sostare di sotto, finché non si era addormentata sul divano, rigando il cuscino con una lacrima. Il regalo, voluminoso e rosa come una nuvola di zucchero filato, era arrivato il giorno dopo, mentre lei era a scuola e, di suo padre, nemmeno l’ombra.

Non l’avrebbe visto, non c’era nessuno scoiattolo per lei, forse nemmeno esistevano.

  Come le stelle cadenti: non ci credeva perché non le aveva mai viste.

L’ estate scorsa, al campo con i suoi cugini, era rimasta due ore con il collo tirato, ma non era mai riuscita a scorgerne una. Mentre gli altri urlavano con gli indici al cielo: “una, là!”, “un’altra!”, per lei ogni volta era troppo tardi, era già passata.

Come ci riuscivano?! Non si faceva nemmeno a tempo a pensare il desiderio che la stella era già svanita, scomparsa, inghiottita dal buio.

– Se lo pensi dopo, quando è già caduta, non vale più – le aveva detto sua cugina Roberta, che la sapeva sempre più lunga –  bisogna pensarlo mentre cade, allora sì che vale.

 Ma poi, chi aveva la fortuna di vederla cadere, non era mai pronto con il desiderio e quindi doveva aspettarne un’altra e un’altra ancora. A Gessica pareva stupido esprimere altri desideri quando l’unico per lei era semplicemente quello di vederne una. Solo questo, e si sarebbe realizzato quando l’avrebbe vista, tutto qua.

Il desiderio si esprimeva e si realizzava nello stesso tempo, la frazione di un secondo.

Per questo si stava stufando di quella storia degli scoiattoli, come aveva cominciato a odiare suo padre e le stelle cadenti. Tempi sbagliati.

Un pomeriggio sua mamma ritardò al lavoro e lei dovette aspettarla un’ora buona nella sala di lettura della biblioteca. All’inizio aveva ingannato il tempo sfogliando i fumetti e i libri cartonati, poi si era stancata e si era seduta davanti alle vetrate seguendo le gocce di pioggia che rigavano il vetro. Non si sapeva mai.

Era da sola, tutti i compagni erano già andati a casa da un pezzo, gli insegnanti erano in riunione e la bidella stava spazzando il corridoio.

Fu allora che successe, senza che nessuno dicesse nulla, senza bisogno di girarsi di colpo.

Comparve all’improvviso con la sua coda rossa, si accorse che lei lo stava fissando dal vetro. Si avvicinò, le puntò addosso i suoi occhietti neri, drizzò le orecchie, solo un attimo, e poi tornò a saltellare. Nella corsa, con la sua coda morbida le dipinse un grande sorriso di sorpresa. E poi fuggì veloce veloce, non poteva restare, e lei ne perse le tracce.

Ma era successo. E con i tempi giusti.

Gessica voleva urlare: “Hey, l’ho visto!”, ma nessuno le avrebbe creduto, perché era già passato. “Ma era vero, era vivo, e mi ha guardato negli occhi!”.

Pensò che non le importava farlo sapere agli altri, decise di tenerselo stretto nella memoria: lo avrebbe conservato per i momenti tristi.

  “Chissà se anche per gli scoiattoli vale la regola delle stelle cadenti?” si chiese.

Perché – parte II

Racconto selezionato da Scritture Giovani Cantiere, edizione 2012, del Festivaletteratura di Mantova

(continua…)

Perché  ho messo l’apparecchio proprio adesso?

Perché quando ero “ricca”, avendo lavorato part-time mentre ero studentessa, ho prestato dei soldi ai miei (assurdo, vero?! Non siamo forse noi i giovani sfigati e mammoni!?!) per saldare dei debiti urgenti.  Ora, che ho finito di studiare, e quindi non lavoro più, ergo sono povera, è giunto il tempo di rivendicare il mio credito, facendomi pagare dai miei le spese dentistiche.

  Inoltre da quando uso l’apparecchio, individuo con un colpo d’occhio tutte le persone adulte che lo portano e stringo amicizia con loro molto facilmente, come se facessimo parte dello stesso circolo del libro o dello stesso club di appassionati di bonsai. Anche qualche sera fa, durante una festa di carnevale, ho conosciuto una coccinella con l’apparecchio (io ero una farfalla)! Ci siamo abbracciate e abbiamo fatto una foto insieme, con le nostre ali colorate e i nostri sorrisi metallici e grotteschi a trentadue denti. Una fotografia che sarebbe piaciuta molto a Tim Burton!

  Un altro motivo?

Finora ho fatto sempre tutto in ritardo nella mia vita: non sono mai stata precoce in nulla, forse solo nell’aver imparato a leggere e nell’aver finito l’università per tempo.

In ritardo rispetto alla media dei miei coetanei: ho perso tardi i denti da latte, non parliamo del primo bacio, ho dovuto affrontare l’acne durante l’università, i fidanzati sono stati tutti a rilento, il lavoro è ancora un miraggio, il servizio civile nell’ultimo anno utile…e quindi questo apparecchio in età matura, mi si addice, è assolutamente nel  mio stile!

Perché sono disposta ai sacrifici e alla fatica a piccole dosi, ma costante, per ottenere dei validi risultati: l’apparecchio è la perfetta metafora della mia filosofia di vita e mi sta dando ragione. È la goccia che scava la roccia, la pazienza di saper attendere il germoglio di quel che si è seminato tempo addietro, che sottoterra pare morto, ma non lo è. È l’umiltà di riconoscere i propri limiti e difetti, saper accettare un periodo di incubazione in un bozzolo e poi spiccare il volo. Non grandi risultati impressionanti e improvvisi, ma piccoli passi persistenti verso la soddisfazione di sé e la maturità. Questo fa la differenza, anche se in controtendenza.

  C’è anche un altro perché…volevo verificare quello che mi aveva detto una volta un amico: che l’apparecchio aveva un lato sexy, intrigante come una fila di piercing ai denti.  La cosa un po’ mi tirava su il morale, ma non ci credevo davvero, ed  ero pronta a sopportare stoicamente gli ennesimi sei mesi di astinenza forzata.  Ma in effetti, dopo aver messo la ferraglia, molti sguardi sono stati catalizzati dalla mia bocca, concentrati in quelle gemme di energia metallica. E inevitabilmente hanno fatto convergere verso di me uomini dalle indubbie qualità magnetiche.

Con la scusa che tutti si chiedono se si riesce a baciare lo stesso e com’è…va a finire che qualcuno ci prova (sì, si riesce a fare tutto, ve lo garantisco, non cambia nulla). Così grazie a questo feticcio metal, un venerdì sera, ho attirato gli sguardi di un giovane medico, mentre chiedevo una birra al bancone di un locale.

– Porti l’apparecchio da poco? – mi ha abbordato.

– Sì, ma come lo sai? – ero perplessa.

– Si nota.

– Come lo sai?

– Sono un medico. E ti fa ancora male?

– Mi dà un po’ fastidio, alle volte.

– Vuoi che te lo sistemi, di là in bagno?

– Cosa?!

– Hai capito bene. E non passarti la lingua sulle labbra che mi provochi! –  mi ha detto ammiccando.

Ipnotizzata dal suo sguardo, mi sono messa d’istinto una mano sulla bocca, per nasconderla, ma non è servito a nulla.

 Dopo mezz’ora che ci conoscevamo non ha resistito a mordermi il labbro inferiore e poi a baciarmi, sostenendo che, nonostante le mie ritrosie, potevo farlo e potevo farlo bene. E aveva ragione. La conquista più rapida della mia vita!

E ancora volete sapere perché l’apparecchio?

Perché con lui è iniziato un nuovo periodo felice della mia vita, di quella che io chiamo la mia seconda adolescenza di riscatto.

Perché rido più spesso anche se, e forse proprio perché, mi sento irresistibilmente ridicola!

Perché – parte I

Racconto selezionato da Scritture Giovani Cantiere, edizione 2012, del Festivaletteratura di Mantova

 

Ho ventisette anni compiuti e da poche settimane ho messo l’apparecchio ai denti.

Avete letto bene, ventisette, non sette o diciassette e sì…apparecchio.

Lo so, sarei un po’ in ritardo con i tempi, ma a volte, e per fortuna, le cose importanti della vita seguono percorsi inconsueti.

Non sono certo sola: da quando lo uso, noto molto di più tutti quelli che ce l’hanno, nonostante non siano più così adolescenti.

Un buon 70%  della mia generazione l’ha portato tra le medie e le superiori e ho fatto una lista di cose ben peggiori che potevano capitarmi, per convincermi che alla fine, ne sarebbe valsa la pena. Ma la maggior parte della gente che mi vede con questa nuova ferramenta in bocca mi chiede: “Perché? Perché ora?”

E allora ve lo spiego, una volta per tutte.

Innanzitutto perché quando ero più piccola i miei genitori pensavano che non fosse troppo importante e che i miei denti non fossero così storti. C’erano altre priorità in famiglia e i miei complessi da brutto anatroccolo, dopo tutto, erano ancora modesti.

Poi mia madre ha i denti ancora più storti dei miei e mia nonna, al tempo, non le ha fatto mettere l’apparecchio – anche se, mi ha confessato, se ne è pentita.

E questo nonostante i consigli della maestra delle elementari dell’epoca: correva l’anno 1965.

Alla fine mia madre si è sposata lo stesso, ha e continua ad avere una vita  del tutto serena, quattro figli e un lavoro statale, ma nelle foto del matrimonio ha quasi sempre la bocca chiusa e il sorriso un po’ tirato. Un vero peccato.

Quando sono cresciuta, dopo aver coltivato la bellezza interiore, non potendo fare altro, ho cominciato a preoccuparmi un po’ di più anche del mio aspetto fisico. Così ho realizzato che per lo meno volevo i denti dritti e che non mi sarebbe importato quando, per quanto tempo e come. Me li meritavo. E poi al mio eventuale matrimonio avrei voluto ridere con la bocca aperta, senza misteriosi sorrisi alla Monna Lisa.

Anche mia sorella più piccola ha ereditato questo difetto dei denti storti – che invece ha inspiegabilmente  graziato i maschi di casa –  e credo sia giusto che le dia il buon esempio, spianandole anche la strada dal dentista e tenendo aperto il conto di famiglia con lo studio odontoiatrico. E anche se ha già un mezzo fidanzatino, questo non vuol dire proprio nulla. Verrà periodo di vacche magre anche per lei.

Poi l’ho messo per ragioni del tutto ovvie: perché semplicemente ho la bocca piccola, il palato stretto e di conseguenza gli incisivi stavano rientrando sempre di più. Così, prima di procedere, ho dovuto estrarre tutti e quattro i denti del giudizio, che non riuscivano a spuntare – non ce l’avrebbero mai fatta, perché erano messi in orizzontale – e al pensiero ancora rabbrividisco. Anche se il dentista cercava di distrarmi con complimenti in merito ai miei occhi, non è stato sufficiente a lenire i dolori e il gonfiore dei giorni dopo. In seguito ho dovuto portare un apparecchio notturno per due anni, in modo da allargare per bene il palato. Vi assicuro che andare a dormire con una impronta di plastica che mi spingeva sul palato ha qualcosa di magico, perché le prime volte ho fatto sempre dei sogni assurdi.

E quindi ora, sono giunta alla fase finale, di finishing, in gergo.

Non potevo mollare adesso…

Ma sono fiduciosa perché il dentista mi ha detto che i miei denti sono ancora molto mobili, nonostante l’età, e quindi potrebbero bastare solo sei mesi di tortura guidata. E cosa sono in fondo sei mesi? Nemmeno un anno accademico, la durata standard di uno stage non retribuito, meno di una gravidanza.

Ho voluto farlo anche perché, al giorno d’oggi, sappiamo tutti che per essere competitivi sul mercato  non basta una buona laurea, con ottimi voti, certificati di lingua e esperienze all’estero, ma anche un bel sorriso e i nostri politici non hanno mai smesso di dimostrarcelo.

E poi mi dà un tocco ancora più naïf, anche se, a dire il vero, non ne avrei bisogno.

Nei vari appuntamenti, mentre sfogliavo le classiche riviste che si trovano solo nelle sale d’attesa del mio dentista (anche del vostro?!) – piene di sorrisi finti, vacanze caraibiche, di tette e cellulite dei vip – pensavo… “c’è chi si fa il botox, i trattamenti di acido ialuronico, la chirurgia plastica…e  chi, invece,  come me, si mette l’apparecchio…per sembrare più giovane e spensierato”.

Quando sono andata a montare l’impalcatura l’assistente alla poltrona mi diceva di continuo, con sguardo materno e tono infantile: “Sei stata bravissima tesoro, sai?”.

Nessuno direbbe che ho l’età che ho e io di conseguenza, il più delle volte, credo che la maggior parte delle persone con cui ho a che fare siano più grandi di me, anche quando effettivamente non è così. Posso certo trarne dei vantaggi, ma il risultato è che sembro sempre una pivella alle prime armi.

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