Lavorare con la terra mi riconcilia con il mondo. Non è una novità, ma finché non lo si prova con le proprie mani la cosa non ha davvero molto senso. Mi piace affondare le dita nel terriccio, scoprire i lombrichi al lavoro e tutto quel formicolio di vita là sotto. Mi appaga sollevare delicatamente le radici e sistemarle nel terreno. Piantare è come stringere un patto silenzioso fatto di cure e attese: o ci stai oppure è meglio che lasci perdere in partenza.  Se ci stai però stai sicuro che, non subito, ma sarai ricompensato.

Quando ci si prende cura della terra, così come quando si fa dell’arte (e intendo dalla poesia alla lavorazione del legno), si diventa dei creatori: e in tutto questo c’è qualcosa di divino e inspiegabile. Dare vita a qualcosa che non c’era e che esiste grazie a te.

Ci si sporca a lavorare con la terra, eppure non è fastidioso, anzi.  Mi piace avere le mani sporche di terra e fregarmene di tutto il resto perché in quel momento sporcarmi le mani è la cosa più importante che io possa fare, per me e per il mio pezzo di mondo. E quasi mi compiaccio dei miei capelli scompigliati, delle guance arrossate dal vento, dei graffi sui polsi e di quelle unghie da pulire. Ma si sta così bene un po’ inselvatichiti.

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