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Desideri in filigrana

Circa 7 anni fa ho scritto una lettera a me stessa. Alla me stessa che sarei stata nel futuro. Era parte di un esercizio di psicologia di una mia amica russa, incrociata durante un’esperienza di volontariato all’estero.

In realtà le lettere erano tre: una alla me stessa di lì a un anno; una alla me stessa di lì a 5 anni e una alla me stessa di lì a 10 anni.

Le conservo ancora in una scatola, con molta gelosia. La scatola è in uno scaffale alto e le lettere sono dentro una busta in mezzo a carte e fogli: non voglio che altri le trovino facilmente. Nessuno a parte me.

Non le cerco spesso, ma ogni tanto le penso e vado a ripescarle. Ogni volta che le rileggo è una sorpresa. In tutte e tre le lettere non avevo scritto grandi messaggi dal futuro, ma solo descritto una mia giornata, cosa stavo facendo e cosa mi frullava in testa, chi stavo aspettando e cosa avevo voglia di mangiare per cena.

Ricordo che la mia amica russa alla fine dell’esercizio aveva detto che quelle lettere non dovevano essere rilette come delle profezie inconsce, ma il segreto era rintracciare in tutte e tre il filo rosso che le legava: fatti, sentimenti, situazioni, aspirazioni che in qualche modo ritornavano.

Era come guardarle in trasparenza e scoprire che in filigrana c’era la stessa parola.

Ecco, tra le altre cose, in tutte e tre le lettere io ero alle prese con la scrittura di un libro. Nella fattispecie un libro per bambini.

Ora, non credo che in quegli scritti di 7 anni fa ci siano profezie inconsce, però la mia amica russa diceva che ciò che ritornava nelle lettere erano i nostri desideri più veri. E andavano seguiti come piccoli fari lontani, ma autentici.

Ecco, io di solito tendo a rispettare le consegne degli esercizi. E ne sono felice!

 

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Pensieri di tè

Fuori c’è la nebbia che copre tutto e mi dice di rimanere dentro.
Metto l’acqua sul fuoco e la lascio bollire. Nel frattempo mi scaldo le mani davanti al camino che asciuga l’umidità dei muri, le ossa e i pensieri grigi che ristagnano.
Quando l’acqua finalmente bolle, la verso nella tazza grande, da prendere con due mani. Ci lascio scivolare cinque-sei perle di tè al gelsomino: hanno un profumo lontano ma allo stesso tempo familiare. Sanno un po’ di fiore, un po’ di fieno e un po’ di te. Sono palline verdi che in acqua si aprono e si srotolano in foglie e fiori. Sbocciano in acqua come piccole piante acquatiche che galleggiano nella tazza. Resto incantata per tutto il tempo dell’infusione: cinque minuti in cui i pensieri grigi si disfano e salgono verso l’alto assieme al vapore dell’acqua calda. Mentre la foresta cresce nella tazza.
Al primo sorso mi si appannano gli occhiali e anche un po’ la testa. Mi siedo sul divano con la tazza in mano e lascio che il profumo del tè al gelsomino mi porti via. In un posto caldo dove è sempre autunno e ci siamo solo noi, perché è dentro questa tazza che è nato il mio primo pensiero di te.

Con le mani nella terra

Lavorare con la terra mi riconcilia con il mondo. Non è una novità, ma finché non lo si prova con le proprie mani la cosa non ha davvero molto senso. Mi piace affondare le dita nel terriccio, scoprire i lombrichi al lavoro e tutto quel formicolio di vita là sotto. Mi appaga sollevare delicatamente le radici e sistemarle nel terreno. Piantare è come stringere un patto silenzioso fatto di cure e attese: o ci stai oppure è meglio che lasci perdere in partenza.  Se ci stai però stai sicuro che, non subito, ma sarai ricompensato.

Quando ci si prende cura della terra, così come quando si fa dell’arte (e intendo dalla poesia alla lavorazione del legno), si diventa dei creatori: e in tutto questo c’è qualcosa di divino e inspiegabile. Dare vita a qualcosa che non c’era e che esiste grazie a te.

Ci si sporca a lavorare con la terra, eppure non è fastidioso, anzi.  Mi piace avere le mani sporche di terra e fregarmene di tutto il resto perché in quel momento sporcarmi le mani è la cosa più importante che io possa fare, per me e per il mio pezzo di mondo. E quasi mi compiaccio dei miei capelli scompigliati, delle guance arrossate dal vento, dei graffi sui polsi e di quelle unghie da pulire. Ma si sta così bene un po’ inselvatichiti.

Pulizie autunnali

Oggi, non so perché, guardando la luce limpida del pomeriggio filtrare tra le foglie gialle, ho avuto la sensazione che bisognasse svecchiare qualcosa. Togliere un po’ di ragnatele, dare aria a stanze stantie, rimettere in circolo buone energie. Fare un po’ di pulizia, buttare ciò che non serve più, tenere l’essenziale. Che poi chissà cos’è. Forse è quello che resta, nonostante il tempo e le stagioni. Il filo rosso a cui appendiamo la vita. E non lo so perché, ma la mia primavera è sempre in autunno.

Sì, è da un po’ che non scrivo più qua. Ma per l’appunto c’era bisogno di fare un po’ di pulizia, dentro e fuori.

ginko

Puzzle

Fare i puzzle è un bel casino.

Pezzi dappertutto: si confondono, ma sono tutti diversi e farne combaciare anche solo due è un’impresa. Non si distingue nemmeno l’ombra di quello che sarà la figura finale.

Si comincia dai bordi, scegliendo i pezzi lisci da un lato e così si fa la cornice.

Ci vuole pazienza, ci vuole tanta pazienza e si manderebbe tutto all’aria. A volte lo si fa.

Altre volte si è talmente convinti che due tessere possano combaciare che si forza l’incastro: ma se non va, non va. Punto. E ci si prende una pausa. Ci si rinuncia per un po’. Ci si convince che è inutile, magari i pezzi non ci sono nemmeno tutti.

E poi all’improvviso succede.

I pezzi cominciano a essere più riconoscibili, con un colpo d’occhio si trovano le combinazioni e, come per una strana legge dell’entropia cosmica, il caos comincia ad assumere una forma. I vuoti trovano i pieni e i pezzi si mettono a posto. Non tutti, ma molti.

Si ha la sensazione che i molti tentatavi siano stati necessari e indispensabili per avvicinarsi alla soluzione. Si trova una giustificazione ai buchi, che improvvisamente si colmano.

Si trova un filo di senso, ma misteriosamente.

I pezzi fondamentali erano sotto gli occhi, ma nella confusione risultavano indistinguibili.

Ci si stupisce dell’ovvietà, sorridendo si butta un’occhiata alla figura che va formandosi e si pesca un altro pezzetto dal mucchio, rigirandolo tra le dita.

my puzzle

Smarriti e ritrovati

 È la sensazione di quando perdi qualcosa. Ti rode averla persa, anche se non la usavi più da tempo. Anche se era un cd che non ascoltavi più, un libro rovinato, una maglietta scucita, una biglia scheggiata.

E più cerchi, più aumentano le tue domande e la frustrazione, perché la cosa non salterà più fuori, per lo meno non in quell’immediato e affannoso cercare.

E così ti rimane un piccolo buco, una perdita non colmabile a cui ti devi abituare e di cui ben presto ti dimenticherai.

 Solo un giorno qualsiasi, magari un giorno di pulizie, in cui rovisti negli angoli bui e nei cassetti polverosi, ritrovi la cosa che ti eri stancato di cercare.

Oramai non pensavi più a ritrovarla, l’avevi destinata per sempre al regno delle cose perdute.

È solo allora che ti accorgi che la sensazione di aver ritrovato per caso qualcosa che davi per perso è davvero e infinite volte più grande del valore della cosa stessa. Ne è valsa la pena averla perduta per un po’ di tempo.

Perdere e dimenticare, lasciar passare il tempo e non pensarci più, è la condizione indispensabile per poter, forse, un giorno vivere la sensazione del ritrovare insperato.

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La fine dell’Hully gully

hully

A tredici anni si girava in compagnie di minimo venti persone, a volte miste, a volte fieramente senza  maschi o senza femmine, lanciando spesso qualche sfida di popolarità.

Al liceo le cose si complicavano leggermente perché si allargava il cerchio territoriale delle amicizie, facevano la loro comparsa i motorini: alla compagnia si aggiungevano elementi, se ne perdevano altri, ma sostanzialmente si era sempre in tanti. Al pub non c’erano mai tavoli abbastanza grandi, a ballare ci si perdeva sempre.

All’università le amicizie si allargavano geograficamente ancora di più, qualche vecchio amico delle medie si perdeva definitivamente di vista, con quelli del liceo ogni tanto capitava di fare una rimpatriata, ma sempre più di rado.

Gli amici storici rimanevano comunque.

Alla fine dell’università, i compagni che non erano amici solo per gli appunti, si riducevano a una manciata.
Meglio pochi ma buoni – mi dicevo.

Poi sono cominciati gli spostamenti all’estero: qualcuno è tornato, qualcuno no.
C’è sempre Skype – mi consolavo.

Dopo varie migrazioni si sono aggiunti amici geograficamente ancora più distanti.
C’è sempre Rayanair – pensavo.

Poi qualcuno in coppia ha cominciato a non farsi più vedere in giro. Di conseguenza hanno preso il via convivenze, matrimoni e marmocchi.

Gli amici storici raggiungibili si sono ridotti a quattro. Poi due hanno litigato. Siamo rimasti in tre. Poi è ricomparso un moroso. E siamo rimasti in due, meno entusiasti e più annoiati.
E poi sono rimasta da sola. Qualche volta appare qualcuno, ci sono ancora delle rimpatriate, ma sostanzialmente sono io.

Le cerchie delle amicizie sono il contrario dei cerchi nell’acqua: col tempo, vanno restringendosi.

Forse è davvero ora che cominci a fare amicizia con me.
Non ho più scuse. Ballo da sola. Magari mi fa bene.

Com’è che finiva quella canzone?

Se prima eravamo in dieci a ballare l’hully gully
adesso sono sola a ballare l’hully gully
adesso sono sola a ballare l’hully gully.

Se la Nutella si chiama Stefano…

Io non voglio dare alla Nutella il mio nome. E neanche alla Coca-cola.

Ruffiana è  la logica di mercato che muove ultimamente le grandi marche: hanno passato gli ultimi decenni a bersagliarci di messaggi in cui il marchio era tutto, con il risultato di massificare i consumi attorno a determinati prodotti che erano incarnati in un marchio preciso, riconoscibile tra milioni di altri non-originali. Il prodotto era il marchio.

Adesso il marchio non basta più, ha bisogno di noi (oltre che dei nostri soldi). Vuole il nostro nome.

Il mio, il tuo, quello del tuo vicino di autobus, del tuo dirimpettaio, di tuo figlio.

Il prodotto è  ancora il marchio, ma stavolta si è messo un’etichetta con il nostro nome.

Noi siamo, alla lettera, quello che consumiamo, il nostro nome diventa il surrogato temporaneo di un marchio – che è ancora più subdolamente riconoscibile.

Non vedo più umanità nei prodotti se sull’etichetta c’è scritto Stefano o Anna.

Anzi vedo più merce nei nomi, ancora più omologazione nella vita delle persone.

Mi piace molto quando si danno i nomi agli oggetti della vita quotidiana (specialmente alle bici, alle imbarcazioni, alle automobili) ma che sono i loro nomi, mica i nostri.

Non sarà certo una trovata pubblicitaria a sminuire le nostre personalità, per carità, ma se fa così colpo ciò la dice lunga su quello che ci manca (e in cui falliamo paradossalmente ancora una volta): essere unici, dopo che per troppo tempo siamo stati considerati troppo uguali.

E poi nessuno dirà mai “passami Stefano, per favore” intendendo il vaso di Nutella…

nutella

 

Mi passo la lingua sui denti e sento la tua assenza

Dopo un anno e mezzo la nostra storia è finita.

Considerando che tutti ci davano  solo sei mesi di tempo, siamo durati decisamente più del previsto!

È stata una rottura brusca, senza ritorno, improvvisa e definitiva che ha cancellato ogni parte di te, lasciando solo un vago ricordo in bocca. Fatto a pezzi in tre colpi.

Una relazione intima, la nostra, condividendo tutto, masticando le stesse fatiche, mandando giù gli stessi grumi di saliva e infliggendoci qualche reciproca ferita. Sì, perchè ogni tanto mi facevi del male, con quei tuoi lati spigolosi e pungenti, ti stringevi troppo a me, ma mi facevi anche ridere perché riuscivi a rendere tutto più comico, comprese le piccole sfighe quotidiane.

È strano, liberatorio e nostalgico, non sentirti più.

Insieme abbiamo trascorso la nostra seconda adolescenza di riscatto.

I primi tempi ci siamo odiati: ancor prima di conoscerci già ci stavamo antipatici, destinati a un’unione forzata e di interesse. Poi, giorno dopo giorno, abbiamo imparato a convivere, prendendoci reciprocamente le misure, abituandoci l’uno all’altra, contando sulla pazienza e sul tempo che, si sa, sistema le cose. Abbiamo conquistando simpatie e compassioni, ammiccato a chi ci apprezzava, suscitato risatine, sguardi enigmatici, occhiate maliziose e collezionato paranoie dopo ogni pasto fuori casa.

Ci siamo presi in giro quel che bastava a tirare avanti, ma alla fine eravamo arrivati a capirci bene e sembrava che ci conoscessimo da sempre. Tanto da dimenticarci che eravamo costretti in una cosa sola.

Era scritto che dovesse finire, prima o poi, lo sapevamo fin dall’inizio. Forse è proprio per questo che abbiamo deciso di provarci, sopportandoci tanto da volerci quasi bene.

E poi di colpo non ci sei più.

Mi passo la lingua sui denti e sento la tua assenza, non vedo più il tuo riflesso metallico allo specchio.

Ho come idea che ti dimenticherò in fretta, ma non so come, mi mancherai…

brace2

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