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p.p.p. (piccola polemica personale)

VolontApp

Il cellulare e i primi sms, poi internet, e-mail, chat, Messenger, Skype, Facebook, WhatsApp.

Ad ogni evoluzione dei sistemi per comunicare, ci sembrano subito spalancate le infinite possibilità di raggiungere chiunque e con maggior facilità. I cugini australiani, l’amica dell’asilo, il vicino di ombrellone di dieci vacanze fa. In parte è vero, ma passata l’eccitazione della novità, alla fine ci si accorge che le persone con cui ci si sente più spesso sono più o meno sempre le stesse e che chi non ci rispondeva per sms, ora non lo fa neanche su WhatsApp, anche se vediamo che ha visualizzato il messaggio (sistema infernale).

Sono sempre più convinta che è la volontà a determinare la buona riuscita o meno di una comunicazione. Se una delle due parti ne è sprovvista, qualcosa non va per il verso giusto.

Se anni indietro si decideva di inviare una lettera, la motivazione e la volontà dovevano essere altissime: il tempo per pensarla e scriverla a mano (o dettarla), imbustarla, affrancarla, spedirla e attendere. Andava messa in conto anche la possibilità che andasse smarrita e non arrivasse a destinazione. Eppure si scrivevano milioni di lettere nonostante questo rischio.

Oggi il rischio che non arrivi un messaggio è ridottissimo e lo sforzo di volontà per inviarlo è molto minore di un tempo. Di sicuro ne abbiamo guadagnato in praticità e velocità, ma è diminuita quella dose di volontà che ci faceva comunicare meno, con buone dosi di attesa, ma più efficacemente. Forse era proprio l’attesa, che poi innescava il desiderio, ad essere la chiave dell’efficacia.

Non c’è ancora un’applicazione per la volontà, quella – ahimè – la dobbiamo trovare in noi!

old pic

Se la Nutella si chiama Stefano…

Io non voglio dare alla Nutella il mio nome. E neanche alla Coca-cola.

Ruffiana è  la logica di mercato che muove ultimamente le grandi marche: hanno passato gli ultimi decenni a bersagliarci di messaggi in cui il marchio era tutto, con il risultato di massificare i consumi attorno a determinati prodotti che erano incarnati in un marchio preciso, riconoscibile tra milioni di altri non-originali. Il prodotto era il marchio.

Adesso il marchio non basta più, ha bisogno di noi (oltre che dei nostri soldi). Vuole il nostro nome.

Il mio, il tuo, quello del tuo vicino di autobus, del tuo dirimpettaio, di tuo figlio.

Il prodotto è  ancora il marchio, ma stavolta si è messo un’etichetta con il nostro nome.

Noi siamo, alla lettera, quello che consumiamo, il nostro nome diventa il surrogato temporaneo di un marchio – che è ancora più subdolamente riconoscibile.

Non vedo più umanità nei prodotti se sull’etichetta c’è scritto Stefano o Anna.

Anzi vedo più merce nei nomi, ancora più omologazione nella vita delle persone.

Mi piace molto quando si danno i nomi agli oggetti della vita quotidiana (specialmente alle bici, alle imbarcazioni, alle automobili) ma che sono i loro nomi, mica i nostri.

Non sarà certo una trovata pubblicitaria a sminuire le nostre personalità, per carità, ma se fa così colpo ciò la dice lunga su quello che ci manca (e in cui falliamo paradossalmente ancora una volta): essere unici, dopo che per troppo tempo siamo stati considerati troppo uguali.

E poi nessuno dirà mai “passami Stefano, per favore” intendendo il vaso di Nutella…

nutella

 

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