Circa un anno fa questo racconto veniva selezionato tra i partecipanti al concorso del Festival Carta Carbone, a Treviso.
Lo pubblico qui interamente, anche perché l’antologia, edita da Kellermann, è andata esaurita in breve tempo e non verrà ristampata.

Illustrazione di Francesca Ballarini
Ill. Francesca Ballarini

Io ho paura del buio, ma è meglio che non lo dico a nessuno.

L’unica possibilità è viaggiare di notte, anche se la notte non basterà – dice la mamma. Dobbiamo portarci via poche cose indispensabili, di sicuro una coperta: perché di notte sarà freddo e perché di giorno non ci devono vedere. Ci metteremo una coperta sopra la testa per sembrare tanti sacchi nella barca. Ho fatto le prove: devo rannicchiarmi e tenere il bordo della coperta stretto nei pugni, così mi nascondo tutto sotto.

Mi pare che sono bravo a fare il sacco.

La mamma dice di sbrigarmi, che c’è poco tempo.

Poche cose e indispensabili. Non sono sicuro di sapere cosa significa indispensabili, ma penso che è come dire importanti, che senza di loro non vivi.

Ci sono tre cose per me importanti, oltre alla mamma: il nonno, la mia capretta Kiwi e la maglietta del Milan che mi ha regalato lo zio Ahmed.  Due però le ho già lasciate al villaggio: il nonno è troppo vecchio e ha detto che dalla sua terra non se ne vuole andare, quindi non ho potuto portarlo con me, nemmeno trascinandolo con la forza.

E poi la mamma dice che non abbiamo i soldi anche per lui.

Kiwi è troppo grande, fa i salti e delle cacche piccole e puzzolenti: non me la lascerebbero mai tenere nella barca. Allora non mi resta che la maglia: me la metto addosso sopra all’altra, perché la mamma ha detto di vestirsi tanto. Che non vuol dire pesante, ma con tanti vestiti uno sopra l’altro, così è un po’ come se uno la valigia ce l’ha addosso.

La maglia del Milan va sopra a tutto perché si deve vedere bene il numero, che è il 45.

Secondo me il numero mi porta fortuna perché è di un giocatore dell’Italia – che è dove dobbiamo andare con la barca – ma è anche nero come me, ed è famoso e ha un sacco di soldi.  Io non so se diventerò un calciatore famoso e pieno di soldi, però l’unico modo per saperlo è andare via di qua.

La mamma dice di fare in fretta.

Lei è stata occupata fino ad ora con Aisha, la mia sorellina, che ha appena un anno e non sa preparare la borsa. Non sa fare ancora molte altre cose come parlare e camminare bene.

Io invece sono grande e so capire, ad esempio, quali sono le robe da portare e quali no.  

***

   Al porto comincia a fare buio e si sente puzza di pesce. Mi hanno fatto sedere su un muretto scivoloso con Aisha in braccio, mentre la mamma è andata a parlare con dei signori. Devono essere i capitani della barca perché hanno la faccia di chi sa comandare e hanno le mani grosse dei marinai.  C’è un sacco di gente che fa la fila  per parlare con i capi, tutti danno dei soldi e si prenotano un posto per il viaggio. Noi abbiamo venduto tutto per partire, non c’era scelta, e poi in Italia c’è papà che ci aspetta in una città che non mi ricordo come si chiama.  Siamo in tanti a voler andare in questa Italia, deve essere un posto proprio bello. Ma mi sa che non ci staremo mai tutti in una barca sola, ce ne vorranno almeno tre.  Così aspettiamo che arrivino a prenderci.

Aisha si succhia il pugno: beata lei che non sa cosa vuol dire aspettare e non pensa a niente.

Non ho mai fatto un viaggio per mare, a dire il vero non ho mai fatto un viaggio vero, ma ci sono tante altre cose che non ho ancora fatto e questo perché ho solo otto anni e mezzo.

Dopo ore, la barca arriva: è una sola. Non è come me la immaginavo perché è vecchia e di legno, – forse una volta era legno colorato, ma ora è solo legno sporco – e non ha le vele.

Qua mi sa che si sono sbagliati.

La gente si ammucchia tutta davanti, dove comincia l’acqua, ma i comandanti chiamano dei nomi e quelli salgono per primi. Gli altri si mettono in fila e aspettano il turno.

Ci mettiamo in fila anche noi, la mamma prende in braccio Aisha che comincia a piangere, a me dà in mano la borsa di plastica con le nostre cose indispensabili e la coperta. Mi dice di tenermi al suo vestito perché se no mi perdo. Faccio tutto come dice lei, ma la gente spinge e mi pesta. Poi sento un uomo con le mani dure che mi prende per la maglia, mi solleva e mi carica a bordo.

La mamma è ancora a terra, in attesa: alzo una mano, la cerco con lo sguardo, la chiamo. Lei mi fa un segno che vuol dire “stai lì”.  Io capisco quello che vuole dirmi anche se non sento le parole. Resto in punta dei piedi perché voglio vedere quando la fanno salire. Mi viene un po’ da piangere, ma resisto, perché la mamma dice che sono grande per queste cose, non come la mia sorellina. Per fortuna mi ha cucito un pezzo di stoffa sulla maglia con il mio nome e l’indirizzo di dove vive adesso papà. Così me lo ricordo sempre. E se mi perdo mi portano là.

Alla fine salgono anche loro, tento di raggiungerle, ma ci sono troppe persone tra di noi e io sono piccolo in mezzo a tanti grandi. Ci sono anche altri bambini, ma sono nascosti dagli adulti. Provo a muovermi e a spingere, ma la mano di prima mi prende e mi dice di stare fermo, mi schiaccia giù, seduto su una cassa.

La barca comincia a muoversi. È tutto buio: buio sopra, buio sotto e noi ci stiamo in mezzo. Ma almeno non sono solo. Per fortuna vicino a me c’è un uomo che fuma una sigaretta: per me è una piccola lucina accesa e mi basta.

Qua in mezzo sento tutte le puzze – pesce, sudore, cibo marcio, gasolio, fumo – mi rannicchio in un angolino e nascondo la faccia nella mia maglietta che sa ancora un po’ di casa. Nessuno mi vede e posso piangere un po’.

Ho pensato che se chiudo forte gli occhi magari riesco a dormire, mi sveglierò domani a mezzogiorno quando saremo già dall’altra parte e non mi accorgerò di niente perché dormire è un po’ come dimenticarsi dove si è e cosa si sta facendo.

Ma è difficile dormire qua, perché c’è troppa gente, l’acqua sbatte di continuo sulla barca ed è come se il mare ci riempisse di schiaffi bagnati. Immagino di essere in castigo, anche se questa volta non so il perché: papà si è arrabbiato, e non si discute, mi prendo gli schiaffi e me ne sto zitto e buono, ecco, me ne vado a dormire senza cena.  Non ho mangiato. Non mangerò almeno fino a domani. Ma quando hai paura non pensi alla fame, almeno questo è un problema in meno.

Le ore sono lunghe e scure, il mio corpo segue i movimenti delle onde. La mamma non la vedo più, avrei tanta voglia di stare con lei in questo nostro primo viaggio, dentro il suo abbraccio. Spero che qualcuno presti una coperta alla mamma, che io non riesco a passarle la nostra. Fa freddo in mare, la notte: me la metto addosso e fingo di essere un sacco, ancora prima che faccia giorno. Vicino a me c’è ancora l’uomo con la sigaretta, una lucina che si consuma in fretta, ma è meglio di niente, mi fa compagnia.

Poi improvvisamente è un po’ meno buio e sento caldo, un caldo che mi cammina addosso, anche se non c’è ancora il sole.  Tiro fuori la testa dalla coperta. Le persone attorno a me cominciano a urlare, si alzano, si spostano, si pestano, urlano, urlano. La mia coperta ha preso fuoco – FUOCO! -ho il fuoco addosso. Non capisco. Ho paura anche se è non è più buio, c’è una luce che fa male agli occhi e fumo dappertutto. Tento di liberarmi della coperta e buttarla in mare. Mi alzo in piedi. Ma la barca oscilla, le onde schiaffano l’acqua dentro. La gente si agita, la barca vecchia è troppo vecchia, ondeggia. E si rovescia.

***

Non so dove sono.

C’è solo acqua qui.

Mi rannicchio a palla, così non mi vedono. Ma chi? Non c’è più nessuno, è buio ancora, ma questo è un buio diverso, è liquido. Si sta bene nel buio liquido, mi lascio cullare, mi faccio piccolissimo, mi sento piccolissimo, come quando ero nella pancia di mamma Inas, sono un puntino nero nella pancia del mare.

Un puntino nero che va a fondo, fa le capriole su se stesso e vede in basso l’acqua scura, sempre più scura, vede un pesce argentato che gli passa accanto, vede altri puntini neri che vanno a fondo, vede pezzi di legno, sporte di plastica, vede un vestito a fiori, vede una ciabatta di gomma. Vado sempre più giù, sempre più giù, sono minuscolo, ma pesantissimo.

Si sente questo quando si sta per morire?

La mamma non mi ha detto come ci si sente quando si muore, ma mi ha detto solo che non sempre si muore quando si smette di respirare. Ci sono persone morte che vivono nei pensieri degli altri. E persone vive che è come se fossero morte. E ci sono anche persone che vivono molte vite e non sempre lo sanno. Forse anch’io ho altre vite.

Ricordo cose di cui non ho ricordi, come il giorno della mia nascita: sono piccolo e bagnato, mi muovo come un pesciolino fuori dall’acqua e piango. Urlo perché non trovo fiato e l’aria nei polmoni fa male.

Ricomincio la vita da capo, ma in un altro posto: è un paese senza guerra, dove i bambini possono giocare tranquilli all’aperto, i genitori vanno al lavoro e sono sicuri di tornare a casa ogni sera con la loro famiglia. Mangio tutti i giorni, i piatti pieni mi aspettano sulla tavola della cucina; mangio tutto anche se a volte non ho fame – perché ho fatto fuori il sacchetto di biscotti per merenda.

Ho un letto morbido e pulito che mi aspetta ogni sera.

Ho un cane che si chiama Momo.

La scuola è a qualche chilometro da casa e ci vado con l’autobus, sono al quarto anno e ho uno zaino colorato dove tengo tutti i miei libri, l’astuccio e i quaderni.

Mi piace il mio paese: nessuno ha paura di camminare per strada e le donne e gli uomini si salutano sorridendo.

Dopo aver fatto i compiti, vado ad allenarmi al campo: è verde e senza buche. Faccio le flessioni, la corsa e poi palleggio con un pallone di cuoio vero. Il mio record personale è di 68 palleggi consecutivi, ma ogni giorno miglioro un po’. Voglio diventare un professionista. A casa ho la maglia autografata del mio campione preferito e il mio album delle figurine è quasi completo. Da grande voglio fare il calciatore famoso, giocare nel Milan e indossare la maglia 45. Avrò i soldi per andare ogni estate a fare le vacanze al mare e mi comprerò una barca vera, di quelle bianche, lucide, con le vele, che non affondano mai.

Ma in questa vita sono solo: la mamma non c’è, papà non c’è, Aisha non c’è, il nonno non c’è e nemmeno Kiwi. Dove sono?

Sto cadendo dentro un buco d’acqua.

Forse ora sono morto.

***

Una presa mi trascina e una mano mi scuote, mi tira su e mi sbatte sul duro, mi schiaccia il petto più volte. All’improvviso sento il sale del mare in gola: apro gli occhi e vedo bianco, vedo la neve su tutte le cose: è bella la neve, non l’ho mai vista in vita mia, ma so che è neve. È questa l’Italia? È tutta bianca…come la pagina di un quaderno nuovo.

Sento solo delle voci, ma non so cosa dicono, parlano una lingua che non conosco, capisco solo che mi chiamano.

Abdoul? Abdoul? Abdoul?

Sono io Abdoul.

Io.

Sono bagnato.

Non trovo fiato.

Poi tossisco e piango.

L’aria nei polmoni fa male, come la prima volta che sono nato.

Forse sono vivo. Di nuovo.

La vita può ricominciare da qui?

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