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Lisboa

Marmelada

Proust aveva la madeleine, io ho la marmelada*.

Ogni volta che gusto questa delizia, la mia memoria ritorna alle prime volte che l’ho assaggiata.

La scatoletta di marmelada arrivava, più o meno mensilmente, in borse di plastica riutilizzabili assieme ad arance, panini morbidi e tavolette di cioccolata. Erano le provviste per i volontari che la signora Conceição ci consegnava ogni volta che poteva, come segno di gratitudine per il nostro lavoro. In più era sempre preoccupata che il cibo della mensa delle scuole dove svolgevamo il nostro servizio non fosse abbastanza o abbastanza buono… (e in molti casi aveva ragione). Quando non arrivava da lei, me la compravo io, anche perché era la più economica e la più buona del supermercato Pingo doce, mentre le altre confetture di frutta erano più costose e finte.

L’ho apprezzata subito, ma amata con il tempo e solo dopo un po’ di mesi ho capito che il marmelo, da cui derivava, era la mela cotogna.

È un frutto antichissimo. È duro e acerbo, difficile da mangiare crudo, ma se viene cotto libera gli zuccheri e diffonde profumo di miele. Ha bisogno di tempo e di calore per sprigionare la dolcezza che non sa di avere in sé.

La marmelada è grezza e autentica, il suo gusto ha un lontano ricordo amarognolo che lo zucchero non riesce a cancellare del tutto. Ma è anche per questo che mi piace.

Mi ricorda colazioni in piedi, aspettando che un microonde lentissimo scaldasse il latte nella mia tazza senza manico, merende delle sei del pomeriggio davanti a skype oppure dessert spartani dopo una cena a turno (perché la cucina e il tavolo erano troppo piccoli per cenare in più di tre).

Non conosco un sapore simile. Lo riconoscerei tra mille.

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 *nota:

La marmelada (assieme al Pastel de Belém) ha per me il sapore del Portogallo ed è stata una sorpresa scoprire per caso che la parola marmellata viene dal portoghese marmelo che è il nome lusitano del cotogno. Tutte le altre conserve di frutta si chiamano generalmente “compota”. È la Marmellata delle marmellate, insomma.

Il termine si è diffuso a partire dai primi anni del 1500, così come tante altre parole che viaggiavano nelle stive delle navi. 

La marmelada è più densa della confettura di qualsiasi altro frutto: è una gelatina compatta, ruvida al palato e rossastra. Si taglia con il coltello, tanto da poter chiedere : Vuoi una fetta di marmellata?

 

 

Ricordando Tabucchi

“La vita non è in ordine alfabetico come credete voi. Appare… un po’ qua e un po’ là, come meglio crede, sono briciole, il problema è raccoglierle dopo, è un mucchietto di sabbia, e qual è il granello che sostiene l’altro? A volte quello che sta sul cocuzzolo e sembra sorretto da tutto il mucchietto, è proprio lui che tiene insieme tutti gli altri, perché quel mucchietto non ubbidisce alle leggi della fisica, togli il granello che credevi non sorreggesse niente e crolla tutto, la sabbia scivola, si appiattisce e non ti resta altro che farci ghirigori col dito, degli andirivieni, sentieri che non portano da nessuna parte, e dai e dai, stai lì a tracciare andirivieni, ma dove sarà quel benedetto granello che teneva tutto insieme… e poi un giorno il dito si ferma da sé, non ce la fa più a fare ghirigori, sulla sabbia c’è un tracciato strano, un disegno senza logica e senza costrutto, e ti viene un sospetto, che il senso di tutta quella roba lì erano i ghirigori.” (A. Tabucchi, Tristano muore)

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Detto tra noi…

Sarà che non c’è stato molto sole, le nuvole passavano veloci come greggi di pecore infinite e ti lasciavano spesso in ombra. Quando il cielo mette in broncio sei volubile e insofferente. Ti rigiri su te stessa e cominci a fare l’elenco dei tuoi difetti.

Sarà che ti ho vista in tempi migliori, quando gli uomini della nettezza urbana non incrociavano così spesso le braccia e non ti lasciavi andare in questa maniera: inerme di fronte a tutta quella spazzatura, quasi compiaciuta della tua collezione di rifiuti spiattellati a ogni vicolo.
E non ti svegliavi abbruttita, col trucco sfatto, i vestiti a brandelli, come una puttana triste. E derubata.
Specie dopo le feste dei Santi. Non sta bene. Non stai bene.

Sarà che i tuoi barboni ogni volta mi sembrano di più…non so se sono sempre gli stessi che resistono o nuovi inquilini della strada che dormono sopra un pezzo del loro contratto.

E mi sembra che ti impigli in orpelli inutili, in pezzi di prato trapiantati in piazza, in bandierine da quattro soldi che non ti danno lustro, perché la tua perfezione è nella luce naturale, senza trucco, diretta e senza ritocchi. Non hai bisogno di scimmiottare la bellezza, né di nascondere le rughe.

Sarà che Sant’Antonio è un po’ stanco di sentirsi chiedere i miracoli, sarà che noi a volte non li sappiamo vedere.

Ti ho visto ingobbita da una decadenza cronica che dura da mezzo millennio, ma che ogni tanto si fa più acuta.

Forse è passato anche un velo di tristezza nei miei occhi, abbiamo pianto insieme prima di salutarci, ancora una volta. Pioggia a giugno, da non crederci.

Ma l’ultimo giorno mi hai dato un abbraccio caldo e luminoso, quasi a dire: ti ho deluso, ma ti prego torna.
Tornerò, ma non chiedermi quando.
E non aver paura, ti voglio ancora bene, te ne ho voluto tanto, che non ti posso dimenticare. E tu mi aspetti sempre.
Lisboa espera por ti, c’è scritto su uno dei tuoi muri.

Quête

«E lui perché la sta cercando con tanta insistenza?».

«Chi lo sa» dissi io, «è difficile saperlo, questo non lo so neppure io che scrivo.

«Forse cerca un passato, una risposta a qualcosa.

Forse vorrebbe afferrare qualcosa che un tempo gli sfuggì.

In qualunque modo sta cercando se stesso.

Voglio dire, è come se cercasse se stesso, cercando me:

nei libri succede spesso così, è letteratura».

Antonio Tabucchi, Notturno indiano, 1984

Voltar

Sembra un sogno questo ritorno che mi smuove tutto. Sono così emozionata che faccio fatica a dormire e non me ne importa – quasi una perdita di tempo riposare a letto!

Faccia a faccia con la mia saudade…pensavo di farla fuori tornando nei posti della felicità e invece l’ho solo aumentata, mi si è attaccata sulla pelle come un tatuaggio e a questo punto me la porterò sempre dietro, una malattia buona.

È bello sentirsi come a casa, anche se alcune cose sono cambiate,  fare il gioco delle differenze: questo c’era, questo no.

Cammino tanto e volentieri, mi mancavano queste salite! Tengo per mano i ricordi e con loro tutte le persone che ho conosciuto tra questi vicoli e che ora sono in altri luoghi.

Aspetto, coccolandomi nella pazienza, di fronte al sole che sta calando, le facce che voglio rivedere.

Passato e presente si fondono e non si capisce, quando alzo la testa e vedo il cielo sempre luminoso, quali sono i ricordi, qual è la realtà, quale il sogno. Forse tutto, forse nulla.

Che luce in questa città di ciechi e navigatori!

Non finirà mai di sorprendermi, come la prima volta.

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Case

Se sacro è l’ospite, benedetto sia il padrone di casa.
In questo girovagare che è stato il mese di agosto ho imparato il valore dell’ospitalità.
Perché l’ho visto messo in pratica e l’ho apprezzato come se scoprissi per la prima volta che cosa vuol dire.
Offrire un tetto, e se si può un letto, una tazza per la colazione, una doccia, un asciugamano pulito.
Entro sulle punte dei piedi nelle case degli altri, per non calpestare la vita di tutti i giorni.
Ogni casa è un piccolo mondo e dice molto di chi vi abita, delle sue storie, delle sue passioni e delle sue manie, del suo gusto e della sua indole. A volte anche di come sta il suo cuore. Per questo meritano di essere raccontate, in punta dei piedi.

A Braga siamo state ospitate da Bruno e Filipe.
E da Pedro e tio Zezinho.
A Porto da Elvis e Cristiano.
Ad Alcobaça da Sandra.
A Carrapateira da Hugo e Samba.

La legge del Bairro Alto

Bairro Alto è un quartiere storico di Lisbona, con i muri impregnati di storia e di storie, un quadrato di traverse e parallele che si intersecano a formare una rete labirintica che ha perso ogni ordine, se mai l’ha avuto. Salite e discese, dipende da dove ci si trova, di sicuro non è in piano.

Ogni ora del giorno conosce un Bairro Alto diverso: di giorno insospettabili negozietti modaioli e di design si nascondono dietro pareti dall’intonaco scrostato, accanto a banali frutta e verdura di pochi metri quadrati e finestre con i panni stesi. Solo alle otto di sera comincia a lavorare seriamente la miriade di ristoranti. E poi seguono i locali che si accendono solo alle dieci, in un crescendo di confusione, fino alle tre del mattino. Qualcuno mi ha detto che è il quartiere europeo con la più alta densità di locali per superficie. Non stento a crederci. Si passa dal centro culturale dai portoni di legno che apre solo per concerti esclusivi, al bar con musica brasiliana dal vivo, passando per le tasche (osterie) con fado e tavoli consunti, improbabili localetti dall’atmosfera alpina, club per ballare vischiosi ritmi caraibici, mini-disco d’avanguardia, atmosfere retrò, lounge bar e covi per amanti del metallo pesante.

Ma non conta tanto il genere, perché in realtà la folla si riversa tutta in strada, sia d’inverno che d’estate, con in mano una imperial (birra alla spina) o una caipirinha da mezzo litro. E dopo una certa ora tutto il fiume di alcool si trasforma in rivoli di piscio che colano verso il basso, rigando discese e salite. E inevitabilmente puzza. Cheira mal.

Rua da Rosa, Rua Diário das Noticias, Travessa dos Fiéis de Deus, Rua Atalaia, Rua da Barroca si trasformano in un’unica e inequivocabile Rua da Xixí (Pipì).

All’inizio il Bairro ti ammalia, è il paradiso dei turisti (drink super economici e scambi linguistici garantiti), il ritrovo di tanti portoghesi troppo pigri e perennemente in ritardo per poter organizzare un ritrovo in un solo posto a una certa ora, il vortice che risucchia chi quella sera non pensava nemmeno di uscire.

Passato un po’ di tempo, ho capito che il Bairro va preso a piccole dosi, meglio se durante la settimana, evitando i week end, altrimenti diventa indigesto come un miscela di bevande alcoliche che rischia di stomacarti per sempre.

Dopo mesi di pratica, serate piacevoli, incazzature e smarrimenti, posso dire di conoscere la legge del Bairro Alto: sai sempre che troverai qualcuno, non importa chi, ma anche che perderai qualcuno, non importa chi…

Se ci vai con amici il gruppo molto probabilmente si allargherà, ma poi perderai qualcuno (si perde sempre qualcuno al Bairro Alto) e anche se sai dov’è non ti ricorderai come raggiungerlo.

Se ci vai da solo, di sicuro prima o poi troverai qualcuno che conosci che a sua volta conosce qualcun altro che a sua volta sta aspettando un amico, ma dopo un po’ ti perderai e dovari tonartene a casa da solo senza essere riuscito a salutare nessuno.

…quindi la filosofia da adottare è “vediamo cosa succede stasera” con gli imprevisti del caso e senza prendere nulla troppo sul serio: la pioggia improvvisa, un brasiliano asfissiante, decine di venditori di rose, cappelli, occhiali luminosi solo per chi è bello alticcio, fame chimica da ammazzare al forno con una delizia di pasticceria, una chiacchiera con uno sconosciuto che non vedrai mai più.

È da mettere in conto: troverai qualcuno, non importa chi, ma perderai anche qualcuno, non ti deve importare chi…

Luci e ombre

La prima cosa che mi ha colpito di Lisbona è stata la luce.
Ci sono tanti ciechi in questa città, qualcuno ridendo, dice che è perché c’è troppa luce.
C’è luce anche quando il tempo è grigio e le nuvole formano una coperta mobile sul sole.
C’è luce anche di notte,  quella delle lune e delle insegne moltiplicate dal lastricato bianco e nero della calçada.
C’è luce anche quando piove e l’acqua si riversa in uno scroscio di riflessi.

I ciechi si sono rifugiati nell’unico posto buio di Lisbona, la metro.
Raramente girano all’esterno, come interdetti al luccichio della vita là fuori.

Ce n’è uno famoso, secco, le fattezze da zingaro indiano, gli occhi semi-chiusi dai quali si intravedono i bulbi, come due perle nelle conchiglie. È famoso perché fa musica con un manico di scopa, una forchetta, il palo della metro e il pentolino di acciaio attaccato al collo per raccogliere le monete. Produce un ritmo inimitabile, rintocchi metallici e cantilene antiche che si fondono con il ronzio del vagone.

Ce n’è un altro più vecchio che gli occhi non ce li ha proprio: le palpebre cucite sopra il niente, il naso grosso come una fragola, i capelli ispidi, ma la camicia a quadri sempre ben stirata. Conforta che abbia qualcuno che lo faccia per lui. Non canta, non suona.

Ancora un altro, sempre di mezza età, con i capelli bianchi, gli occhi chiusi e al posto della mano destra un moncherino. Porta uno zainetto  militare sulle spalle, ha una cassetta di legno al collo e recita una litania sempre uguale che non sono mai riuscita a decifrare, fin dal primo giorno che l’ho visto.
Anche lui ha la camicia sempre ben stirata e l’ho visto parlare al cellulare.

Sono tutti sulla linea verde della metro, la mia.
Non vedono più la luce della loro città, forse la maledicono, tanto quanto gli altri ne restano affascinati.
Saremo i ciechi di domani?

In certi momenti tutto mi è sembrato così chiaro, qui, nella città della luce: l’orizzonte nitido, il presente luminoso a fare luce anche al futuro, senza fretta, senza paura del buio, scorgendo un pezzo di strada.

Questa  luce, non sarà troppa, tanto che quando rientrerò al chiuso non vedrò più nulla?

Saudade

Posso dire di sapere che cos’è perché la sento: finché non la si prova, non si può descriverla.
Saudade è una parola solo portoghese, è un sentimento antico come il mare, ma vivissimo, ha il sapore salmastro delle lacrime dei navigatori e delle donne che li salutano dalla finestra.      http://pensador.uol.com.br/frase/ODM2OTU/
Ma ha con sé anche il gusto dolce della cannella che ricorda orizzonti sconfinati dove ci si incanta a guardare l’infinito da una posizione privilegiata.
È salata, ma è dolce…è un ossimoro, è una dolce tristezza…è una melanconia che è bello sentire e in cui ci si crogiola.

È bello abbandonarsi dentro la saudade come in una poltrona morbida che ha le nostre forme, calcate dal tempo.

Tabucchi scrive che saudade è una parole difficile da tradurre, è una nostalgia al futuro, ossia sai già che avrai nostalgia di questo momento speciale che stai vivendo proprio ora. Ed è così forte questa proiezione che ti immedesimi, patisci, mentre già provi nostalgia del tempo che stai vivendo.
In questa città che è Lisbona la provi davvero, la stai già assaporando e resta con te come il retrogusto di cannella dei pastéis di Belém. http://www.pasteisdebelem.pt/pt.html
Ma, al contrario di quello che si potrebbe pensare, la saudade non è una parola e un sentimento colto, dotto…è di tutti, del cieco che chiede monete sulla metro e del ricco che attraversa con il suv l’incrocio di Rua da Misericordia, del bambino che gioca a pallone in un largo di Alfama e del vecchietto che guarda i turisti dalla sua sedia di plastica, sulla porta di casa.

Ed è bello sentire che qualcuno tem saudades tuas: si dice spesso tra amici, familiari, fidanzati- a voce o anche per sms.

Vuol dire che hai lasciato il segno, che quando c’eri facevi la differenza…ed ora che tutto è cambiato, si sente il vuoto pieno della tua assenza.

È un modo per dire che una persona, un momento è stato davvero importante. Insostituibile.

Provarla mi fa sentire l’anima come un qualcosa di vivo: mi fa bene quella sua stretta al cuore perché significa che tutto ciò che ho vissuto, le persone che ho incontrato, il tempo che ho trascorso è stato buono, pieno, di qualità, e ne sento già la mancanza.

E poi è  un sentimento perfetto per il tramonto, guardando il sole che sparisce dietro l’orizzonte.

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