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Merda

Willie Sutton è il più grande rapinatore di banche d’America. La sua è una storia di povertà e ricchezza, di illusioni e crude realtà, di prigioni ed evasioni. È un criminale eppure non ti riesce di pensarlo cattivo, provi solo una gran compassione. Sutton è un ladro gentiluomo che nonostante tutto non perde mai la dignità e che ha sempre molte storie da raccontare…come di quella volta che per tentare di evadere dal carcere ha nuotato in mezzo alla merda.

C’era questa fognatura che passava sotto Eastern State.

Girava voce che portasse alla libertà. Scoprii invece che ti portava nella merda, e poi verso altra merda e che quella merda ti portava ancora e sempre più dentro la merda. […]

Merda. È una parola che si usa con troppa facilità. Basta che la minima cosa vada storta che tutti sono lì a dire merda. Non lo direbbero così, come niente, se dovessero nuotarci dentro davvero. Anzi, in realtà le persone ragionerebbero in modo diverso, se a fronte di ogni cosa che vogliono nella loro vita cominciassero a chiedersi: sono disposto a nuotare nella merda, per averla?

 

J. R. MOEHRINGER, Pieno giorno

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Metterci la faccia

Abbiamo la faccia che ci capita, che ci vada bene o no, non ce la possiamo scegliere.

 August non è un ragazzino normale, questo lui lo sa, per quanto il mondo attorno a lui si sforzi di trattarlo come un normale. La cosa più nomale per August è proprio non essere normale. La sua faccia è scombinata, fuori posto a causa di una convergenza di difetti genetici. Volto asimmetrico, irregolare, fuori proporzione, spostato.

 E tutti lo guardano, cercano di non farlo ma lo fanno, e lui ha imparato a decifrare le espressioni della gente che lo vede per la prima volta: capisce subito cosa c’è dietro l’apparenza. A volte c’è pietismo, a volte ipocrisia, perfino ribrezzo, imbarazzo o disgusto, ma a volte c’è anche gentilezza.

 Il problema è il primo impatto. Se la prima impressione è solo quello che conta non potete essere amici di August. Non subito, per lo meno. Abituarsi a August richiede tempo e una buona disposizione d’animo.

 I bambini come August non hanno vita facile principalmente a causa degli altri, oltre che a causa delle molteplici operazioni chirurgiche a cui devono sottoporsi.

Il volto è il nostro primo biglietto da visita per il mondo e se viene stampato male, si è scartati, fuori dalle relazioni che “contano”.

Eppure Agguie ce la fa, nonostante le difficoltà e i pregiudizi, riesce a frequentare una scuola media normale e a conquistarsi la stima e la simpatia di molti compagni e insegnanti. Alla fine della storia ci sembra così normale che August sia come sia, tanto che non ci facciamo più caso, come fossimo parte della sua famiglia o dei suoi amici più stretti che si sono abituati a vederlo così.

 Oggi ho visto una bambina, era un Augguie in miniatura, ancora troppo piccola per rendersi conto della sua faccia, anche se presto lo farà. L’ho guardata con tutta la gentilezza che sono riuscita a trovare, perché non potrà farne a meno per riuscire a crescere in un mondo di facce e di facciate.

 “Quando ti viene data la possibilità di scegliere se avere ragione o essere gentile, scegli di essere gentile”.

Peccato sia così facile dimenticarsene.

R.J. Palacio, Wonder, Giunti, 2013

palacio - wonder

This is water (David Foster Wallace)

Questo è un video/discorso che vorrei vedere inciso sulla pietra, nei secoli dei secoli amen (ma sempre per la vita prima della morte):

Quête

«E lui perché la sta cercando con tanta insistenza?».

«Chi lo sa» dissi io, «è difficile saperlo, questo non lo so neppure io che scrivo.

«Forse cerca un passato, una risposta a qualcosa.

Forse vorrebbe afferrare qualcosa che un tempo gli sfuggì.

In qualunque modo sta cercando se stesso.

Voglio dire, è come se cercasse se stesso, cercando me:

nei libri succede spesso così, è letteratura».

Antonio Tabucchi, Notturno indiano, 1984

La sindrome di Pessoa

“Ognuno di noi è più di uno,è molti, è una prolissità di se stesso”

scrive Bernardo Soares.

Siamo così grandi che una sola persona non ci basta.

Siamo molto di più che uno, i confini non ci racchiudono, i nomi nemmeno.

La sindrome di Pessoa si prende solo nella sua città, per contagio diretto con la sua luce e respirando l’aria di Rua dos Douradores.

Fernando Pessoa, che in italiano sarebbe Fernando Persona, aveva non so quanti eteronimi, cioè altri se stesso, con una personalità distinta e una vita precisa ( con tanto di date di nascita e morte) e ciascuno scriveva cose diverse e con uno stile proprio.

Fernando Pessoa era molte persone e un solo Pessoa. Alvaro de Campos, Ricardo Reis, Bernardo Soares, Alberto Caerio…e Fernando Pessoa.

La sindrome di Pessoa è una specie di schizofrenia dell’animo.

Le tue molte vite si incrociano e offrono spiragli impensati, una non può certo bastare.

Impari a conoscere i tuoi mille volti, a far parlare le tue diverse voci e farle conversare tra loro.

Ne nascono dei deliri privati in cui l’unico che ne afferra il senso sei tu.

La parte più infantile di te, quella più irrazionale, quello che vorresti essere domani, quello che eri ieri, la tua fragilità sentimentale, la tua ostinata vecchia abitudine, il vigile sorvegliarti, il sognatore oltre le nuvole, lo spazzino dell’anima, il contabile chino sulle somme, l’artista in cerca di libertà, l’equilibrista della vita.

Falli parlare, sei tu.

Magari ti scapperà una lacrima o un sorriso, ma li dentro ci staranno tutti i tuoi io.

A casa di Tabucchi

Un luogo non è mai solo “quel” luogo: quel luogo siamo un po’ anche noi. In qualche modo, senza saperlo, ce lo portavamo dentro e un giorno, per caso, ci siamo arrivati. Ci siamo arrivati il giorno giusto o il giorno sbagliato, a seconda, ma questo non è responsabilità del luogo, dipende da noi. […]

Dipende da chi siamo nel momento in cui arriviamo in quel luogo.

Antonio Tabucchi, Viaggi e altri viaggi

È cominciato tutto per caso, o forse no. Dipende da che valore diamo al caso.

E poi tutto è continuato secondo una rete di fortunate coincidenze: la grazia di trovarsi al posto giusto, nel momento giusto e la disponibilità a conoscere chiunque. Ogni persona conosciuta aggiunge una tessera al tuo mosaico, e subito dopo averla incontrata, non puoi immaginarti senza.

Io ho conosciuto lui, il quale conosceva lei che a sua volta abitava vicino a Lui.

Sono cominciati così gli appostamenti.

Avvicinamenti, per gradi, quasi a prepararsi.

Dove abita la vicina, suoniamo alla vicina? Quale sarà la casa: questa qui di fronte con la finestra aperta? E quale sarà il campanello? Suoniamo a caso? Lo aspettiamo qua fuori? E cosa diciamo se risponde qualcuno…prepariamoci una frase da dire!

E poi alla fine abbiamo suonato tutti i campanelli, come i bambini che poi scappano a gambe levate. Tutti perché solo l’ultimo tocco ha dato qualche risultato: non sono servite presentazioni, ci è stato direttamente aperto sulla fiducia.

Una testa mezza pelata è sbucata fuori e si è scusata per non avere gli occhiali e non poter distinguerci bene. Io l’ho riconosciuto subito, mentre qualcun altro gli stava domandando dove abitasse il signor Tabucchi. È lui, è lui, certo che sa dove abita!

E subito ci ha detto di entrare, senza esitare nemmeno un attimo, fidandosi del nostro italiano variegato portoghese e con un’ingenua curiosità, tipica di chi sa leggere in ogni incontro la possibilità di una storia da raccontare. Accoglierci con i pantaloni tagliati sopra le caviglie, le ciabatte ai piedi e chiamando al rapporto la nipotina di sette anni è stato  il modo migliore per farci sentire a nostro agio, levando ogni possibilità di imbarazzo.

Ci ha fatti accomodare sul divano di fronte a un tavolino colmo di libri e riviste, sistemati per rimanere su quel tavolo.

E mentre lui giocherellava con un paio di occhialini tascabili di un altro secolo, io cominciavo a sciogliere i nodi che ci avevano portati fino al suo salotto.

Ascoltava, avido di storie e collegamenti, alzandosi e tornando a sedersi. Mentre andavo ricomponendo il puzzle della mia vita precedente – il cui ultimo pezzo era il momento presente -ogni tanto lui interrogava Bia,  la nipotina preferita, che rispondeva compassata aggiustandosi i riccioli. Abbiamo conversato un po’ in italiano, un po’ in portoghese lasciando che i discorsi venissero da sé, senza renderci conto del tempo che ci passava accanto senza sfiorarci.

Abbiamo parlato della mia vecchia tesi, del suo nuovo libro, dei dipinti visionari di Paola Rego, delle sue tre case sul triangolo Pisa-Parigi-Lisbona, della storia che avrebbe dovuto leggere alla scuola di Bia, dei suoi figli, del mio progetto, di livrarias lisboetas.

Ad un tratto ho pensato che tutto fosse accaduto per portarmi a quel momento. Il momento in cui mi trovavo di fronte a uno dei miei scrittori preferiti e non sembrava strano, perché era così normale.

Normale l’acqua che ci ha offerto, la sigaretta che si è fumato, i libri sul tavolo, il ritratto stilizzato di Pessoa, gli occhialini antichi, le vetrate con le tende bianche lunghe, il libro regalatomi con la dedica e l’indirizzo di Pisa, la scrittura blu e obliqua.

Tutto così straordinariamente normale, come bussare a casa di uno zio.

Mi sono chiesta quando ho cominciato davvero a pensare a Lisbona: forse tutto è partito dai suoi libri, la sua Lisbona mi aveva attratto inconsapevolmente, sentivo un’affinità irrazionale.

E poi c’è stata una strada di anni, lunga e faticosa, una quête piena di nebbia che solo a poco a poco andava schiarendosi.  Finché si è dipanato il filo degli eventi: arrivare nella sua Lisbona per farla diventare mia e nel suo salotto per dirgli: “ Grazie, questo viaggio ha un senso”.

È la magia dei libri, di chi li scrive e di chi li legge.

Chiedilo…

Questo articolo di Valeria Parrella è eloquente, non serve aggiungere parole e riconosco nel suo stile una forza al contenuto. Chissá.

Chiedilo a Monna Lisa. Alla nigeriana che sta camminando in carovana con cinque dollari in tasca per raggiungere l’Italia. Chiedilo alla prima donna che ha votato con il suffragio universale nel 1946. Chiedilo a Maria, a Maddalena e a Sherazade, alla modella che se ne muore di anoressia e alla rom a cui hanno di nuovo bruciato la baracca.

Chiedilo alla dottoressa che ha visitato mio figlio e alla madre con due bambini handicappati. Chiedilo alla donna che domani alle 4.00 aprirà il mercato comunale e alla centralinista che ti risponde 24ore su 24. A Sakineh.

Chiedilo alla signora che è seduta davanti a me nel treno e alla capotreno che passerà. A SuuKyi. Alla ragazza che sta facendo la chemio e a quella che sta facendo la permanente; chiedilo alla sua shampista.

Chiedilo ad Antigone, a Medea e alle Troiane, alla prostituta che staserà scenderà sulla provinciale per fare pompini da venti euro, a quella che riuscirà a scappare dal suo pappone, alla suora che l’aiuterà, alla laica che l’aiuterà, alla laicista che l’aiuterà.

Chiedilo alla partigiana rapata a zero dai fascisti. Chiedilo a Patti Smith e a Sasha Waltz, alla ballerina e alla sua figlia paraplegica, alla signora che frequenta l’università della terza età e a quella che sta aspettando i nipotini al cancello della scuola.

Chiedilo alle 186 operaie della Ford che si fecero equiparare lo stipendio a quello degli uomini, e alle dipendenti della Fiat di Marchionne che in dieci minuti dovranno far pipì e cambiarsi l’assorbente.

Chiedilo a Margherita Hack quando guarda le stelle e alla studentessa che stasera farà notte sui libri di astronomia. Chiedilo alla sorella del Papa e alla madre del Muezzin. Alla ragazza di sedici anni a cui il medico ha negato la pillola del giorno dopo; chiedilo ora alla figlia sedicenne di quel medico.

Alle 2065 donne del catalogodi Leporello. Chiedilo alla bambina che subisce violenza e alla lesbica che bacia la sua fidanzata a piazza Duomo, alla detenuta che dovrà aspettare il prossimo giovedì per rivedere suo figlio.

Chiedilo a quelle amiche che stanno partendo per la Grecia, a Federica Pellegrini nella bracciata che le conquista l’oro e alla deputata gravida che entra al voto della camera in sedia a rotelle. Chiedilo alla mia amica Katia che è emigrata al nord per fare la maestra, alla malata terminale che ha trovato chi le farà l’eutanasia e alla dottoressa che gliela somministrerà.

Chiedilo a George Sand e a Giovanna d’Arco e alla moglie di chi dice “ce lo ha duro”. Chiedilo alla donna che si fa il botulino e a quella che non si tinge ai capelli, a Ilda Boccassini e alle 6000 pagine del suo lavoro. Chiedilo alla donna che sta abortendo e a quella che sta partorendo. Alla sua bambina, chiedilo, tra qualche anno. Chiedilo al primo violino che darà il LA all’orchestra.

E chiedilo a tua madre a e a tua sorella, a tua figlia e a tua moglie e alla tua migliore amica. Alla tua collega di lavoro e alla tua amante. Loro, tutte lo sanno: che il corpo della donna è più di quanto un uomo possa controllare.

Quello strano caso…

Quando si guarda il cielo si è consapevoli di guardare delle stelle che sono lontane centinaia e migliaia di anni luce. Alcune di quelle stelle non esistono più perché la loro luce ha impiegato così tanto tempo per arrivare fino a noi che ormai sono già morte, oppure sono esplose e si sono frantumate in tante nane rosse. Riflettere su queste cose mi fa sentire piccolo piccolo, e se uno ha qualche difficoltà nella vita è bello pensare che questi problemi si possono definire trascurabili, sono cioè talmente insignificanti da non essere presi in considerazione durante il calcolo.

Mark Haddon, Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte

L’insolito “detective” di questa storia è Christopher, un quindicenne che soffre della sindrome di Asperger, una particolare forma di autismo. Ha un rapporto problematico con il mondo: capisce molto la matematica e poco gli esseri umani, odia il giallo e il marrone, ama il rosso e detesta essere toccato. Non mangia se cibi diversi entrano in contatto tra loro, si arrabbia se i mobili di casa vengono spostati, non riesce a interpretare l’espressione del viso degli altri.

Quando viene ucciso il cane del vicino, inizia a mettersi sulle tracce dell’assassino, cercando di affrontare tutte le fobie che lo distanziano dal mondo.

L’indagine si rivela, in realtà, un pretesto per mettersi alla prova e scoprire più cose su di se che su quel cane.

Quel fango su tutti noi

Il nostro paese, visto da distante e da un paese altrettanto in crisi, ma dignitosa, fa ancora più ribrezzo. paura. sgomento. vergogna. voglia di dissociarsi. di prendere un sacco nero e buttarci tutta la classe politica. e di aprire gli occhi ai cittadini che la giustificano :

Le vicende del premier non hanno niente di privato. Riguardano il modo con cui si seleziona la classe politica, con cui si decide come fare carriera. Riguardano come tenere sotto estorsione il governo italiano.

di Roberto Saviano

Per vedere quello che abbiamo davanti al naso  –  scriveva George Orwell  –  serve uno sforzo costante. Capire cosa sta avvenendo in Italia sembra cosa semplice ed è invece cosa assai complessa. Bisogna fare uno sforzo che coincide con l’ultima possibilità di non subire la barbarie. Perché, come sempre accade, il fango arriva. La macchina del fango sputa contro chiunque il governo consideri un nemico. Ieri è toccato al pm di Milano Ilda Boccassini.

L’obiettivo è un messaggio semplice: siete tutti uguali, siete tutti sporchi. Nel paese degli immondi, nessuno osi criticare, denunciare. La macchina del fango, quando ti macina nel suo ingranaggio, ti fa scendere al livello più basso. Dove, ricordiamocelo, tutti stiamo. Nessuno è per bene, tutti hanno magagne o crimini da nascondere. L’intimidazione colpisce chiunque. Basta una condizione sufficiente: criticare il governo, essere considerato un pericolo per il potere. Il fango sulla Boccassini viene pianificato, recuperando una vicenda antica e risolta che nulla ha a che vedere con il suo lavoro di magistrato. Quattro giorni fa il consigliere della Lega al Csm chiede il fascicolo sulla Boccassini. Ieri “il Giornale” organizza e squaderna il dossier. Il pm, che fa il suo mestiere di servitore dello Stato e della giustizia, viene “macchiato” solo perché sta indagando su Berlusconi. Sta indagando sul Potere.

C’è un’epigrafe sulla macchina del fango. Questa: “Qualunque notizia sul tuo privato sarà usata, diramata, inventata, gonfiata”. E allora quando stai per criticare una malefatta, quando decidi di volerti impegnare, quando la luce su di te sta per accendersi per qualcosa di serio… beh allora ti fermi. Perché sai che contro di te la macchina del fango è pronta, che preleverà qualsiasi cosa, vecchissima o vicina, e la mostrerà in pubblico. Con l’obiettivo non di denunciare un crimine o di mostrare un errore, ma di costringerti alla difesa. Come fotografarti in bagno, mentre sei seduto sulla ceramica. Niente di male. E’ un gesto comune, ma se vieni fotografato e la tua foto viene diffusa in pubblico chiunque assocerà la tua faccia a quella situazione. Anche se non c’è nulla di male. Si chiama delegittimazione. Quello che in queste ore la “macchina” cerca di affermare è semplice. Fai l’amore? Ti daranno del perverso. Hai un’amante? Ti daranno del criminale. Ti piace fare una festa? Potranno venire a perquisirti in casa. Terrorizzare i cittadini, rovesciando loro addosso le vicende del premier come una “persecuzione” che potrebbe toccare da un momento all’altro a uno qualsiasi di loro. Eppure il paragone non è l’obiettivo della macchina del fango. Non è mettere sulla bilancia e poi vedere il peso delle scelte. Ma semplicemente serve per cercare di equiparare tutto. Non ci si difende dicendo non l’ho fatto e dimostrandolo, ma dicendo: lo facciamo tutti. Chi critica invece lo fa e non lo dice.

L’altro obiettivo della macchina del fango è intimidire. In Italia il gossip è lo strumento di controllo e intimidazione più grande che c’è. Nella declinazione cartacea e in quella virtuale. L’obiettivo è controllare la vita delle persone note a diversi livelli, in modo da poterne condizionare le dichiarazioni pubbliche. E quando serve, incassarne il silenzio. Persone che non commettono crimini affatto, ma semplicemente non vogliono che la foto banalissima con una persona non sia fatta perché poi devono giustificarla ai figli, o perché non gli va di mostrarsi in un certo atteggiamento. Nulla di grave. Nessuna di queste persone spesso ha responsabilità pubbliche, né viene colta in chissà quale situazione. Eppure arrivano a pagare alle agenzie le foto, prezzi esorbitanti per difendere spesso l’equilibrio della propria vita. Su questo meccanismo si regge il timore di fare scelte, di criticare o di mutare un investimento. Sul ricatto. Il gossip oggi è una delle varianti più redditizie e potenti del racket. Perché il Paese non si accorge di tutto questo?
Berlusconi fa dichiarazioni che in qualsiasi altro paese avrebbero portato a una crisi istituzionale, come quando disse: “Meglio guardare una bella ragazza che essere gay”. Oppure quando fece le corna durante le foto insieme ai capi di stato. Eppure in Italia queste goliardate vengono percepite come manifestazioni di sanità mentale da parte di un uomo che sa vivere. Chi queste cose non le fa, e dichiara di non approvarle, viene percepito come un impostore, uno che in realtà sogna eccome di farle, ma non ha la schiettezza e il coraggio di dirlo pubblicamente. Il Paese è profondamente spaccato su questa logica. Quel che si pensa è che in fondo Berlusconi, anche quando sbaglia, lo fa perché è un uomo, con tutte le debolezze di un uomo, perché è “come noi”, e in fondo “anche noi vorremmo essere come lui”. Gli altri, sono degli ipocriti, soprattutto quando pensano e affrontano un discorso in maniera corretta: stanno mentendo.

Bisogna essere chiari. Le vicende del premier non hanno niente di privato. Riguardano il modo con cui si seleziona la classe politica, con cui si decide come fare carriera. Riguardano come tenere sotto estorsione il governo italiano. Se questo lo si considera un affare privato ecco che chiunque racconti cosa accade è come se stesse entrando nella sfera privata. Che siano sacri i sentimenti di Berlusconi, e speriamo che si innamori ogni giorno, questo riguarda solo lui. Ma l’inchiesta di Milano riguarda altro. La macchina del fango cerca di capovolgere la realtà, la verità. Chi ha creato ricatti cerca di passare per ricattato, chi commette crimini pubblici, cerca di dichiarare che è solo una vicenda privata, chi tiene mezzo paese nella morsa del ricatto delle foto, delle informazioni, delle agenzie, del pettegolezzo, dichiara di essere spiato. L’ha fatto con Boffo, lo sta facendo con Fini, cerca di farlo con la procura di Milano. Il fango è redditizio, dimostra fedeltà al potere e quindi automatica riconoscenza. A questo si risponde dicendo che non si ha paura. Che i lettori l’hanno ormai compreso, che non avverrà il gioco semplice di parlare ad un paese incattivito che non vede l’ora di vedere alla gogna chiunque abbia luce per poter giustificare se stesso dicendosi: ecco perché non ottengo ciò che desidero, perché non sono uno sporco. Questo gioco, che impone di riuscire nelle cose solo con il compromesso, la concessione, perché così va il mondo, e perché tutti in fondo si vendono se vogliono arrivare da qualche parte, l’abbiamo compreso e ogni giorno parlandone lo rendiamo meno forte.

Ho imparato a studiare la macchina del fango dalla storia dei regimi totalitari, come facevano in Albania o in Unione Sovietica con i dissidenti. Nessuno chiamato a rispondere a processi veri, ognuno diffamato, dossierato e condannato in ogni modo per il solo raccontare la verità. Nelle democrazie il meccanismo è diverso, più complesso ed elastico. Quello che è certo è che la macchina del fango non si fermerà. A tutto questo si risponde non sentendosi migliori, ma, con tutte le nostre debolezze e i nostri errori, sentendosi diversi. Sentendoci parte dell’Italia che non ne può più di questo racket continuo sulla vita di chi viene considerato nemico del governo.


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