hully

A tredici anni si girava in compagnie di minimo venti persone, a volte miste, a volte fieramente senza  maschi o senza femmine, lanciando spesso qualche sfida di popolarità.

Al liceo le cose si complicavano leggermente perché si allargava il cerchio territoriale delle amicizie, facevano la loro comparsa i motorini: alla compagnia si aggiungevano elementi, se ne perdevano altri, ma sostanzialmente si era sempre in tanti. Al pub non c’erano mai tavoli abbastanza grandi, a ballare ci si perdeva sempre.

All’università le amicizie si allargavano geograficamente ancora di più, qualche vecchio amico delle medie si perdeva definitivamente di vista, con quelli del liceo ogni tanto capitava di fare una rimpatriata, ma sempre più di rado.

Gli amici storici rimanevano comunque.

Alla fine dell’università, i compagni che non erano amici solo per gli appunti, si riducevano a una manciata.
Meglio pochi ma buoni – mi dicevo.

Poi sono cominciati gli spostamenti all’estero: qualcuno è tornato, qualcuno no.
C’è sempre Skype – mi consolavo.

Dopo varie migrazioni si sono aggiunti amici geograficamente ancora più distanti.
C’è sempre Rayanair – pensavo.

Poi qualcuno in coppia ha cominciato a non farsi più vedere in giro. Di conseguenza hanno preso il via convivenze, matrimoni e marmocchi.

Gli amici storici raggiungibili si sono ridotti a quattro. Poi due hanno litigato. Siamo rimasti in tre. Poi è ricomparso un moroso. E siamo rimasti in due, meno entusiasti e più annoiati.
E poi sono rimasta da sola. Qualche volta appare qualcuno, ci sono ancora delle rimpatriate, ma sostanzialmente sono io.

Le cerchie delle amicizie sono il contrario dei cerchi nell’acqua: col tempo, vanno restringendosi.

Forse è davvero ora che cominci a fare amicizia con me.
Non ho più scuse. Ballo da sola. Magari mi fa bene.

Com’è che finiva quella canzone?

Se prima eravamo in dieci a ballare l’hully gully
adesso sono sola a ballare l’hully gully
adesso sono sola a ballare l’hully gully.

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