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Nello scafandro con Ben

C’è una scena del film Il Laureato in cui Benjamin, il protagonista, interpretato da Dustin Hoffmann, si trova imprigionato in una muta da palombaro, con tanto di boccaglio e arpione. È chiuso in casa e non vuole uscire in giardino, nonostante gli inviti melensi dei genitori che si crogiolano fuori, in tenuta da barbecue. Questi hanno invitato amici e parenti a bordo piscina promettendo un’esibizione strabiliante del figlio che proverà davanti a loro l’equipaggiamento da sub, regalo per il suo ventunesimo compleanno. Ben dentro lo scafandro farfuglia di non voler uscire, ma il padre, con un sorriso di plastica, sibila di non volerne sapere – così li deludi Ben! Alla fine gli spalanca davanti la porta a vetri e così Ben è costretto a muovere incerto le pinne verso gli ospiti che applaudono e ammiccano. L’audio scompare, per qualche istante siamo calati in una soggettiva:  è come se fossimo con il ragazzo nello scafandro e vedessimo con i suoi occhi, sentissimo con le sue orecchie. La gente gesticola, il padre e la madre si gonfiano di parole orgogliose ma non si sente nulla, risaltano i movimenti concitati e i labiali delle persone con i cocktail in mano. Procediamo nella passeggiata del palombaro, goffa e innaturale, in un silenzio rotto solo dal risucchio dell’aspiratore.  Sulle bocche di tutti si legge facilmente l’invito a buttarsi, dai  siamo qui apposta, facci vedere cosa sai fare figliolo, vai, in acqua, in acqua! Alla fine Ben si tuffa lasciandosi cadere verso il fondo della vasca, dritto come un piombo, con la fiocina al suo fianco. Si avverte solo il gorgogliare del boccaglio, ovattato dall’acqua e si intravede lo sguardo vuoto e paralizzato di Benjamin attraverso la visiera.  È bloccato, incapace di qualsiasi performance, terrorizzato dai suoi stessi movimenti, estraneo al mondo e a quello che gli altri vogliono da lui, annegato nelle aspettative. Ha capito forse solo cosa non vuole, non vuole quello, proprio quello che tutti si aspetterebbero da un ragazzo così brillante.  E resta immobile, con i piedi sul fondo azzurro e clorato della piscina.

Non ho genitori simili e per fortuna non sono in condizioni di tale asfissia – anzi spero e voglio scongiurarla – ma nei giorni di paralisi, in cui tutto sembra fermo, non posso fare a meno di pensare a quella scena.

Spotless mind

Camminiamo su un filo, sottile, una bava di ragno, sospesi tra quello che eravamo ieri e quello che saremo domani, mai uguali.
Che cos’è la memoria? Dimmi…
Un peso?
Vuoi cancellare, cancellare il nastro già inciso.
Hai messo tutto in una scatola e hai appiccato il fuoco.
Vuoi raschiare con l’unghia i volti dalle foto- è semplice, so che l’hai già fatto.
Ma poi ti trovi impigliato nelle parole di una canzone che ti fa pensare a un biglietto scritto tanto tempo fa quando c’era la neve e… che cos’è la memoria?
È quello che ci resta.
Le schegge che rimangono quando dimentichiamo quello che non serve, che non dura, che ci avvelena.
La memoria, mai ci sia tolta, perché è linfa e sangue che scorre.
E allora camminiamo avanti e indietro sulla pellicola sottile che illumina la nostra nebbia.
Perchè ricordare è la nostra tortura, ma ci salva.

Eternal sunshine of the spotless mind.

My Millionaire

Jamal Malik non ha studiato granché alla scuola di Mumbai, a malapena qualche libro di Dumas letto male, ma conosce tutte le risposte che contano.
Forse perché sta imbrogliando? È semplice fortuna? Oppure era scritto nel suo destino?
Il parallelo mi viene spontaneo. Ravi viene spesso a casa mia, lo aiuto a fare i compiti, ed è fisicamente molto simile al piccolo Jamal.
Non so di preciso dove sia nato, forse non lo sa nemmeno lui, ma ha l’odore dell’ India sulla pelle, quello che non va via per quanto sia un ragazzino pulito, occidentalmente parlando. Non sta fermo un minuto, sembra abbia ingoiato un’anguilla e mi fa impazzire due pomeriggi su due.
Certe volte mi sento impotente, quasi costretta a fargli una violenza obbligandolo a svolgere i problemi di geometria. Mi pare di doverlo convertire con la forza a un’altra religione, sedentaria e noiosa.
Domanda (mia): Ravi come si fa trovare l’area di quel triangolo?
Boh!

Non lo sa, se l’è già dimenticato. E ride.
Lui ride sempre, con un’impertinenza da scimmietta dispettosa, anche quando mi scappa di dirgli che non è possibile avere tutte quelle insufficienze e gli urlo di stare fermo altrimenti lo inchiodo alla sedia. E ride con i suoi dentoni bianchi, non smettendo per un attimo di battere a un ritmo infernale la mano sul tavolo.
A lui interessano le ultime scarpe di Pato e Cristiano Ronaldo.
Domanda (sua):…sai come si chiama quell’ultimo modello?
Non lo so, ammetto.
Ed è la mia risposta definitiva.
Nike Mercurial, verdi e arancioni. Mi fa l’occhiolino.
Poi, cullato dalla nenia di un mio tentativo di spiegazione, ripiomba nel suo mondo misterioso…che deve essere davvero bello, se ci si perde così volentieri- mi ha detto suo padre adottivo.
Domanda (mia): Cosa vuol dire due figure equivalenti?
Non risponde.

Raviii…
A volte vorrei penetrargli nel cervello e capire cosa pensa in quei minuti di completo trance. Con quel sorrisetto e l’occhio mobile e insieme fisso sullo schermo del mio computer in standby. Sembra andare dentro un’altra dimensione, ma non nel buio del campo stellare, troppo noioso per un tipo come lui, altri scenari gli si proiettano in testa. Mi pare di vederlo che saltella nella sua giungla privata di liane colorate, con le Mercurial ai piedi, baciando la figurina di Cristiano Ronaldo e mandandomi gioiosamente a quel paese.
Ravi non studia granché e non conosce tutte le risposte che io vorrei.
Ma ne sa altre che io ignoro.
Ecco perchè al Milionario mi straccerebbe, ne sono sicura.

Il teorema di Magritte

Il mistero è la banalità che accumuna tutte le cose.

Tutte queste cose che emergono dal mistero mi inducono a credere che anche la nostra felicità dipenda da un enigma connaturato all’uomo, il cui solo dovere è conoscerne l’essenza.

Anche a me piace vedere le foglie che nascondono la luna, ma se dietro di esse si riuscisse a vedere la luna, sarebbe inaudito, la vita avrebbe veramente un senso.

Una mostra da guardare e leggere, col cervello spento, ma aperto per lasciare entrare nuvole, lune, mele e uomini con la bombetta, senza tentare di trovare troppo senso.

Il futuro di Wall-e

Il futuro, almeno nei film facili, ce lo hanno sempre fatto immaginare incredibile: navicelle spaziali, tecnologie evolute, cyborg. Poi quando davvero si declina in presente nessuno lo nota, è normale, passa inosservato nelle cose di tutti i giorni. Se qualcuno ci avesse detto, anche solo dieci anni fa, che ci saremmo riempiti di amici virtuali o che si sarebbe potuto riempire il carello per le strade della rete…semplicemente, non ci avremmo creduto.

In Wall-e il futuro, invece,  è credibile, purtroppo. Non ci vuole tanta immaginazione. La terra è ridotta a una grande discarica disabitata, le piante sono cose rare e preziose; gli umani-tutti obesi- sono emigrati nello spazio a bordo di un grande centro commerciale volante, incapaci di muoversi, intendere e volere, inchiodati come sono a delle poltrone mobili. Questi ciccioni cerebrolesi comunicano solo attraverso degli schermi, serviti in tutto dalle macchine. In più sono osservatori ciechi delle direttive del capo supremo che ordina quello che si deve fare e quello che va di moda.

Perfortuna c’è Wall-e che è più umano dell’umano: non male, essendo un robottino. Lui passa il tempo a costruire grattacieli di immondizia e a salvare piccoli oggetti pieni di senso. Finchè non arriva Eve…

La prima parte, senza dialoghi, è la più poetica, tanto da far risultare quasi inutile e posticcia la seconda.

Wall-e è un robot cingolato con il cuore: in lui si trova un po’ di vero assurdo di Samuel Beckett, la comicità muta di Buster Keaton e Charlie Chaplin, l’apocalisse di Kubrick, le fantasticherie spaziali di George Lucas e la tenerezza del goffo E.T. di Spielberg.

I cartoni fanno bene a qualsiasi età-mai disprezzarli: salviamoli dalla spazzatura cinematografica!

 

American beauty

“Ho sempre sentito dire che ti passa davanti  tutta la vita nell’istante prima di morire. Prima di tutto, quell’istante non è affatto un istante, si allunga, per sempre… come un oceano di tempo. Per me fu lo starmene sdraiato al campeggio dei boyscout a guardare le stelle cadenti, le foglie gialle degli aceri che fiancheggiavano la nostra strada, le mani di mia nonna e come la sua pelle sembrasse di carta… e la prima volta che da mio cugino Tony vidi la sua nuovissima Firebird. E Jane… e Jane… e Caroline. Potrei essere piuttosto incazzato per quello che mi è successo, ma è difficile restare arrabbiati quando c’è tanta bellezza nel mondo. A volte è come se la vedessi tutta insieme, ed è troppo. Il cuore mi si riempie come un palloncino che sta per scoppiare e poi mi ricordo di rilassarmi e smetto di cercare di tenermela stretta, dopo scorre attraverso me come pioggia e io non posso provare altro che gratitudine… per ogni singolo momento della mia stupida piccola vita. Non avete la minima idea di cosa vi sto parlando, ne sono sicuro. Ma non preoccupatevi… un giorno l’avrete.”

American Beauty, 1999.

Certe cose ti sfuggono di mano quando ce le hai davanti agli occhi, oppure non è il loro momento: sei troppo piccolo o troppo distratto. Ecco un bel film, famoso, che all’epoca mi aveva lasciato solo l’immagine di una vasca piena di petali di rosa rossa. Ora mi ricordo di un sacchetto che danza nel vento.
Mi era sempre sfuggito-chissà perchè?!- e così ho fatto bene a volerlo vedere a tutti i costi…(Perfortuna) ho sempre un sacco di vuoti da riempire.

Si capisce perchè questo film abbia aperto le porte a tutte le desperate housewives d’america.

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