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poemie

Topinambur

Luce nei primi grigi di ottobre,

sono fiori in ritardo per cui l’autunno è una primavera.

Relatività della fioritura.

Girati verso il sole, ne rubano ancora un po’ il calore

e il giallo.

Crescono liberi, inselvatichiti, ma fieri sugli steli alti.

Li raccoglie solo chi si avventura al di là dei fossi

e crede che ci sia nobiltà in quella resistenza,

in quella libertà,

in quella selvatichezza ribelle

– e quasi folle – di fiorire a ottobre.

Li regalo solo a chi li può capire,

a chi è così come loro.

E che luce fanno.

topinambur

La barba (litania)

Scritto per partecipare al progetto di Vibrisse – Lodi del corpo maschile di Giulio Mozzi e Alessandra Celano: maggiori dettagli qui 

Barbe in quantità, beato chi ce l’ha:

Barba grossa, ti dà la scossa
Barba fina, un po’ damerina
Barba selvaggia, surfista sulla spiaggia
Barba rada, ce n’è ancora di strada!
Barba fasulla, o vera o nulla
Barba scura, goduria pura
Barba bionda, passione profonda
Barba caprina, figura barbina
Barba rasata, non ci sono abituata
Barba invadente, proposta indecente
Barba folta, la voglia è molta
Barba nera, non ti fa uscire la sera
Barba blu, ahimè – non vivi più!
Barba rossa, alla riscossa
Barba bianca, a Natale non manca
Barba riccia, accende la miccia
Barba con la coda, per i tipi alla moda
Barba curata, molto apprezzata
Barba importante, sempre affascinante
Barba dritta, meglio se fitta
Barba incolta, istruita non conta
Barba odorosa, boscaiolo che si sposa
Barba pungente, allontana la gente
Barba profumata, ogni donna è conquistata
Barba di natura, non farla crescere è dura.

Una barba di barbe? Strano se non ti garba!

beards

Si possono coltivare i fiori selvatici?

Si possono coltivare i fiori selvatici?
Quelli nati per caso, ai bordi della strada, lungo i margini della ferrovia, seminati dal vento?
I papaveri non hanno bisogno di troppe attenzioni, giusto una pioggia ogni tanto, quando il cielo la concede.

Crescono in direzioni non previste, i fiori selvatici.
Si alimentano di quel che capita, affamati di presente, come se non esistesse altro.

Mostrano colori insperati, in posti grigi, ma solo per chi li sa vedere.
Hanno la bellezza disarmante delle cose forti e fragili allo stesso tempo, le migliori – dici.

Non si preoccupano di quanto dureranno: un giorno, una settimana, una stagione? Né se avranno un seguito, se lasceranno un segno del loro passaggio sulla terra.

Vivono.

Li stai già calpestando, se ti domandi la ragione della loro esistenza.

Tu che non ci credevi, ora che li hai visti nascere, speri di poterli tenere vivi a lungo, dedichi loro tempo e attenzioni.

Ma non hanno abbastanza radici per rifiorire la prossima primavera; non hanno nemmeno la gloriosa consistenza per sopravvivere recisi, in vaso.

Sono di passaggio. Lo stesso vento che li fatti nascere, toglie loro  i petali, a uno a uno, leggeri.

Sarebbe forse stato meglio che non fossero mai sbocciati?

Attento, ne stai pestando uno.

Mani

Ci guardiamo le mani,
quando non sappiamo cosa dire,
e non abbiamo voglia di dire nulla.
Tu guardi le mie, io misuro le tue.
Sono uguali,
mani piccole e morbide,
di lavori leggeri.
Mi accarezzi le piccole cicatrici
e vuoi sapere le loro storie.
Qualche volta non le ricordo,
altre le invento.
I nostri polpastrelli sono sonde,
recettori di sensazioni minute,
e sulle punte, ci sfiora la vita.

Due di due

Quando sei uno, vedi due ovunque e li critichi.

Quando sei due, di uno non te ne frega assolutamente niente.

Quando sei uno, ti capita di piangere davanti alla tv dove ci sono due.

Quando sei due, guardare la tv è solo una scusa.

Quando sei uno, pesi tutte le parole che dici.

Quando sei due, dici cose che non ti saresti mai sognato.

Quando sei uno, eviti i posti da due.

Quando sei due, non fai più caso a dove vai.

Quando sei uno, ti senti patetico e acido. E due ti pare ridicolo.

Quando sei due, ti senti e basta.

Quando sei uno, aspetti il sonno per andare a letto.

Quando sei due, non hai mai voglia di dormire.

Quando sei uno, non è giusto.

Quando sei due, è così che doveva andare.

Quando sei uno, ti chiedi quante possibilità ci sono.

Quando sei due, credi che la possibilità sia una sola.

Quando sei uno, pensi che vorresti un’altra vita.

Quando sei due, credi che non potrebbe essere diversamente.


(Questa era nel vecchio blog…l’ho ritrovata dopo molto tempo: pensavo di averla persa, invece…)

Gioco di dadi

Gap

Mind the gap…

ad ogni fermata
sottile ma profondo
un abisso di centimetri:

la tua attesa
         e la vita che scorre,

le parole di cose
         e i silenzi di pensieri,

il corpo che va
        e il cuore che si ferma,

il tuo riflesso sul vetro
        e quello di te che non si vede,

la felicità possibile
       e l’illusione reale,

quello che vorresti
       e quello che hai,

la tua
       e tutte le altre vite

…Mind the gap

Pazzo (D)uomo

Narriamo quel che successe al sovrano
per mano di un povero pazzo di Milano.

«Io sono bello, io sono il re,
sono il migliore e attento a te!»
questo era il suo discorso pacato
in un giorno di trionfo assicurato.
Ma un povero pazzo di Milano,
stufo delle smanie del sovrano,
si intrufolò silenzioso alla celebrazione
senza destare la minima attenzione.
Eppure aveva un’arma perfetta,
non dico pistola, non dico accetta:
nessuno sospettava che quel pazzo uomo
stringesse in mano un modellino del duomo.
Sicuro di non essere il solo stanco
tra la folla presto si aprì un varco,
tant’è che scagliò il corpo contundente
proprio in faccia al presidente:
il colpo è deciso e le guglie son tante,
il risultato? Un volto sanguinante…
«Non è di plastica!?!» pensò il pazzo
«che ho combinato, o cazzo!»
Questa la goccia che ha traboccato il vaso,
e, oltre ai denti, ha incrinato il naso.
La tensione è alta, non si abbassano i toni
anche se è tempo di panettoni…
Tutti pensano a un attentato,
ma si tratta di un quarantenne squinternato.
Silvio va all’ospedale di fretta,
mentre l’altro è caricato in camionetta.
Tuttavia il re ancora non ci crede:
a quel matto il primo processo breve!

Ecco quel che successe al sovrano
per mano di un povero pazzo di Milano.

Minimi termini

Come ti chiami? un solo nome.
Contare per uno e dividere per due.
Un sì che sia sì. Un no che sia no.
Soggetto verbo oggetto:
ami o non ami – bacio a stampo.
Voglia di mangiare solo pane,
poi chiudere gli occhi e dormire.
Vita semplice a piccoli bocconi:
tagliare, tagliare, tagliare.

Su foglie gialle

Sulla mia foglia gialla,
scrivo col filo del fiato.
Ci sta la nebbia di domani,
l’odore vecchio della legnaia
e quel sogno tiepido sotto la coperta.
Il gusto amaro del ricordo
lo lasco a terra:
che possa marcire.
Fallo anche tu.
Perché dolce è il tempo
che stende tappeti sotto gli alberi:
noi ci dormiremo sopra,
e sogneremo così la nuova vita.
Ecco, questa foglia gialla è tua:
scrivici quello che vuoi.

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