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Linee

La geometria euclidea insegna che tra due punti A e B, nello spazio, passa una e una sola linea retta.

Retta, una sola, d’accordo. Che noia, la linea retta.

Ma per arrivare da A a B ci sono infinite possibilità non rette, curve, sghembe, zizaganti, ritorte. Linee che si avvolgono su se stesse, che passano due volte per lo stesso punto per poi riprendere il vecchio tracciato, che vanno verso un punto C e si accorgono che per  arrivare a B si fa sempre a tempo. Linee che si perdono nello spazio, affrontano alti e bassi da montagne russe, si spiralizzano, si fermano pensando di essere arrivate a destinazione, ma poi, in realtà, era solo un abbaglio. Allora ripartono e poi si accorgono che stanno tornando indietro solo per riprendere il cammino in avanti da un’altra prospettiva. Linee che si biforcano per poi unirsi di nuovo o che lasciano rami isolati, linee che raccolgono punti estranei nello spazio e li collegano inaspettatamente tra loro,  linee che si tramutano in arabeschi o in scarabocchi da post-it. Infinite possibilità, nessuna più giusta di un’altra, alcune più ovvie, altre meno scontate.

Naturalmente non sto parlando di geometria.

A è quando nasci, B è quando muori.

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Saudade

Posso dire di sapere che cos’è perché la sento: finché non la si prova, non si può descriverla.
Saudade è una parola solo portoghese, è un sentimento antico come il mare, ma vivissimo, ha il sapore salmastro delle lacrime dei navigatori e delle donne che li salutano dalla finestra.      http://pensador.uol.com.br/frase/ODM2OTU/
Ma ha con sé anche il gusto dolce della cannella che ricorda orizzonti sconfinati dove ci si incanta a guardare l’infinito da una posizione privilegiata.
È salata, ma è dolce…è un ossimoro, è una dolce tristezza…è una melanconia che è bello sentire e in cui ci si crogiola.

È bello abbandonarsi dentro la saudade come in una poltrona morbida che ha le nostre forme, calcate dal tempo.

Tabucchi scrive che saudade è una parole difficile da tradurre, è una nostalgia al futuro, ossia sai già che avrai nostalgia di questo momento speciale che stai vivendo proprio ora. Ed è così forte questa proiezione che ti immedesimi, patisci, mentre già provi nostalgia del tempo che stai vivendo.
In questa città che è Lisbona la provi davvero, la stai già assaporando e resta con te come il retrogusto di cannella dei pastéis di Belém. http://www.pasteisdebelem.pt/pt.html
Ma, al contrario di quello che si potrebbe pensare, la saudade non è una parola e un sentimento colto, dotto…è di tutti, del cieco che chiede monete sulla metro e del ricco che attraversa con il suv l’incrocio di Rua da Misericordia, del bambino che gioca a pallone in un largo di Alfama e del vecchietto che guarda i turisti dalla sua sedia di plastica, sulla porta di casa.

Ed è bello sentire che qualcuno tem saudades tuas: si dice spesso tra amici, familiari, fidanzati- a voce o anche per sms.

Vuol dire che hai lasciato il segno, che quando c’eri facevi la differenza…ed ora che tutto è cambiato, si sente il vuoto pieno della tua assenza.

È un modo per dire che una persona, un momento è stato davvero importante. Insostituibile.

Provarla mi fa sentire l’anima come un qualcosa di vivo: mi fa bene quella sua stretta al cuore perché significa che tutto ciò che ho vissuto, le persone che ho incontrato, il tempo che ho trascorso è stato buono, pieno, di qualità, e ne sento già la mancanza.

E poi è  un sentimento perfetto per il tramonto, guardando il sole che sparisce dietro l’orizzonte.

La sindrome di Pessoa

“Ognuno di noi è più di uno,è molti, è una prolissità di se stesso”

scrive Bernardo Soares.

Siamo così grandi che una sola persona non ci basta.

Siamo molto di più che uno, i confini non ci racchiudono, i nomi nemmeno.

La sindrome di Pessoa si prende solo nella sua città, per contagio diretto con la sua luce e respirando l’aria di Rua dos Douradores.

Fernando Pessoa, che in italiano sarebbe Fernando Persona, aveva non so quanti eteronimi, cioè altri se stesso, con una personalità distinta e una vita precisa ( con tanto di date di nascita e morte) e ciascuno scriveva cose diverse e con uno stile proprio.

Fernando Pessoa era molte persone e un solo Pessoa. Alvaro de Campos, Ricardo Reis, Bernardo Soares, Alberto Caerio…e Fernando Pessoa.

La sindrome di Pessoa è una specie di schizofrenia dell’animo.

Le tue molte vite si incrociano e offrono spiragli impensati, una non può certo bastare.

Impari a conoscere i tuoi mille volti, a far parlare le tue diverse voci e farle conversare tra loro.

Ne nascono dei deliri privati in cui l’unico che ne afferra il senso sei tu.

La parte più infantile di te, quella più irrazionale, quello che vorresti essere domani, quello che eri ieri, la tua fragilità sentimentale, la tua ostinata vecchia abitudine, il vigile sorvegliarti, il sognatore oltre le nuvole, lo spazzino dell’anima, il contabile chino sulle somme, l’artista in cerca di libertà, l’equilibrista della vita.

Falli parlare, sei tu.

Magari ti scapperà una lacrima o un sorriso, ma li dentro ci staranno tutti i tuoi io.

Profili

Pubblico il mio racconto, tra i finalisti del premio speciale città di Treviso del concorso Subway Letteratura:

http://www.subway-letteratura.org/index.php?option=com_content&task=view&id=753&Itemid=85

La sua foto era arrivata dentro una busta per posta aerea, assieme alla lettera di mia cugina Bianca, piegata in quattro:

La Emma è na brava filia. Se vieni qui vedrai che o ragione e mi sarai riconossente. Suo padre di lei a afari in una dita di costrusioni, poso metare una bona parola  par ti.

Ti aspeto e un grande saluto,

Firmato

cugina Bianca

Controllo la posta circa tre volte al giorno. Stamattina ho un nuovo messaggio in arrivo che dice:

Pier ti ha aggiunto come amico su Facebook. Devi confermare di conoscere Pier per poter diventare suo amico.

Grazie,

Il team di Facebook

Quando Bianca aveva accennato per la prima volta a lei, mi aveva scritto che non era né bella né brutta. Sottintendendo il fatto che non era sposata, non aveva aggiunto altro. A me andava bene, mai stato uno troppo esigente. Beh, ecco, avendo la possibilità di scegliere preferisco quelle piccoline, forse perché con una donna più alta non riesco proprio a vedermi.

Non potrei sopportarlo facilmente, tutto qua.

Sul retro della foto c’era solo la data, 19 aprile 1950, siglata da una scrittura delicata e obliqua, blu. I margini giallini e smangiucchiati come quelli di un francobollo. Non ho avuto il coraggio di girarla perché non sapevo se  la mia idea di “non proprio bella” o “non tanto brutta” potesse avvicinarsi anche solo lontanamente a quella di mia cugina.

La lasciai lì, sopra il letto sfatto, accanto alla valigia aperta. Avevo deciso in ogni caso che sarei partito, la foto nella tasca dei pantaloni buoni.

Allo zio Carletto che mi chiedeva perché me ne andassi avevo risposto solo che non avevo motivi per restare e questo, in pratica, voleva dire che, dopo i mesi  di guerra e prigionia, non avevo più trovato niente di quel poco che possedevo prima.

In paese dicevano che anch’io come gli altri partivo per cercare fortuna.

La fortuna, ho sempre creduto, è trovarsi all’improvviso sior, io invece cercavo due cose ordinarie: un lavoro e una moglie, a costo di sacrifici.

Se mia cugina, che viveva a Melbourne già da due anni, mi raccomandava una donna che poteva anche offrirmi un lavoro, era davvero arrivato il momento giusto per lasciare la nebbia della pianura. Non so se questa si chiami fortuna ugualmente, qualunque cosa sia, sono disposto a inseguirla anche molto lontano.

Chi è Pier?

La foto del profilo è una persona riflessa e deformata in uno specchio convesso, tipo quelli che si trovano agli incroci con visibilità ridotta, in certe strade strette.

Come posso capire se l’ho già visto da qualche parte questo tizio oblungo con una macchina fotografica davanti alla faccia?!

Tre amici in comune, ma non è detto che ci conosciamo.

Considerando che di questi amici uno è un pub, l’altro un’osteria, deduco che abbiamo un solo reale amico in comune e che sappiamo dell’esistenza, perlomeno abbiamo sentito il nome, del Rosebud e della Vecchia cantina.

Mi sembra chiaro che l’amicizia con i due locali non vale e non mi aiuta nell’identificazione: è possibile che siamo stati in quegli stessi posti, anche se non nello stesso momento; è anche possibile che siamo stati negli stessi posti nello stesso momento, ma evidentemente non ci siamo visti. Dopotutto non ci si accorge della presenza o dell’assenza di gran parte delle persone con cui non si ha mai avuto a che fare, ovvio.

Veniamo all’amico in comune: è Giorgio, il cugino di una mia amica e non posso dire di conoscerlo un gran ché, ma  solo per la proprietà transitiva che, a volerla svendere, ci rende un po’ tutti amici.

Alla fine decido di accettare l’amicizia di Pier, più per curiosità che per altro, riservandomi prima di tutto l’opportunità di spulciare apertamente tutte le sue informazioni, poi di capire se esiste un qualche – magari debole –  legame tra noi e infine di rimuoverlo nel caso dovesse dimostrarsi invadente e molesto.

Semplice e indolore.

Ora sto su questa nave salpata da Genova da più di quaranta giorni, ciò vuol dire noia e tanta acqua. Ormai so a memoria la dislocazione delle cabine e i turni dei membri dell’equipaggio, i numeri di serie delle scialuppe e quanti assi ha il ponte di coperta. Tra tutti, ho legato di più con il signor Franco di Busto Arsizio e Teresa, sua moglie, con la signora Ada di Prato e i suoi due marmocchi piagnucolosi, le promesse spose padovane Zita e Lucia che fremono per raggiungere i compagni e quell’altro scapolone, “Gianni el Belumat” più spiantato di me.  Sono giorni lunghi, di tantissime ore tutte uguali e tutte liquide, con poche variazioni che a lungo andare si ripetono anch’esse: il menù del pranzo, la comunicazione di bordo, la partita a carte, il vento contro, il grappino con i greci. All’inizio ho riempito i vuoti con un sacco di pensieri che mi montavano l’ansia, poi i vuoti hanno cominciato a travasarsi nei pensieri e ho deciso che stavo meglio così, cullato da una parentesi di oceano prima di dover affrontare di nuovo la terra.

Ho scoperto che una delle promesse spose, la Zita, conosce mia cugina Bianca perché hanno fatto qualche ora insieme nello stesso laboratorio di maglie, prima che lei partisse per l’Australia. Non sono però riuscito a capire in che grado di confidenza siano e non ho avuto il coraggio di domandarle se per caso conoscesse anche la Emma, che per forza ha lavorato in quel posto per conoscere la Bianca, perché non sapevo davvero come descrivergliela.

Questa donna che non ho mai visto e ho perfino paura di immaginare, mi crea già dei forti imbarazzi, peggio che se l’avessi scoperta nuda mentre si prepara per il bagno.

Pensare che, se tutto va come dio vuole, dovremo anche sposarci.

La foto è ancora qui nella tasca, assieme a un sughero e ai semi secchi di uno strano frutto che hanno servito ieri a cena. Sono stato tentato più volte di tirarla fuori, in realtà l’ho fatto solo per cambiarmi i pantaloni. Ho stabilito che ha funzionato un po’ da portafortuna visto che finora ho ancora tutta la mia roba, non mi manca nemmeno un dente e non mi sono beccato niente di più serio che tre giorni di dissenteria.

Il capitano ci ha avvisato che tra meno di due giorni attraccheremo al porto di Melbourne ed è meglio se cominciamo a liberare le cabine dai nostri ingombri.

Ho deciso che domani guarderò la foto.

Almeno la riconoscerò quando verrà a prendermi al porto.

Chiara e Pier hanno stretto amicizia.

È da due giorni che posso vantare l’amicizia di Pier, maschio, nato il 23 settembre 1981, orientamento politico non specificato, credo religioso non specificato.

Io sono la sua amica numero 214: quantità di amici né troppo alta – quindi improbabile, fastidiosa e pubblicitaria – né troppo bassa, propria di un a-social networker – quindi abbastanza inutile e poco interessante -.

Ho scoperto che oltre ai tre contatti in comune, siamo entrambi fan di Woody Allen, Mago Merlino, Gelato al pistacchio, Kings of Convenience, Roberto Benigni, Dolomiti, Sabato mattina a letto, Klimt, Fare le orecchie ai libri, Luciana Litizzetto, Foto in bianco e nero, Odore della benzina, Chagall, Ascanio Celestini e Scoppiare la carta da imballaggio.

E queste affinità casuali me lo rendono già un po’ più simpatico della media.

Inoltre facciamo entrambi parte dei gruppi: Maledetto il suv e chi lo possiede, Io non ho votato l’attuale presiedente del consiglio, Stop ai graffiti razzisti, Babbo natale esiste.

Pier ha solo due foto profilo, quella sghemba e indecifrabile dello specchio convesso e un’altra dove è perso in uno sfondo roccioso e si riesce a percepire a malapena l’esistenza dei suoi occhi.

Due album: Holiday 2009 e Varie. Nel primo ci sono una ventina di foto in una località alpina che potrebbe essere svizzera o austriaca, per quanto ne so: molta natura, pochi esseri umani. Mi concentro su questi ultimi: nelle tre foto di gruppo cerco di individuare Pier e mi pare quello in fondo a destra, alto, magro, con gli occhiali da sole. Niente di che.

Varie sembra essere più utile: a parte quattro foto collettive (prevalgono i maschi) e tre rappresentanti dei loghi inspiegabili, anche se molto accattivanti, il resto è composto da quello che, senza dubbio, deve essere lui: primo piano in bianco e nero di Pier, Pier al mare d’inverno, Pier con un cappellino di carta di buon compleanno, Pier con un cane pastore, Pier che abbraccia una ragazzina indiana, Pier immerso in un vecchio negozio di dischi dall’atmosfera londinese.

Scopro allora che Pier è molto alto, ha gli occhi castano chiaro, un neo sullo zigomo destro, capelli mossi e scuri. Mi pare un po’ stempiato, ma a un livello rimediabile con un bel taglio corto. Non mi sembra di averlo mai visto in giro: di solito mi ricordo le facce, anche se  non troppo particolari.

Bacheca: qualche battutaccia sulle ultime partite di campionato, un link a un articolo di Saviano su La Repubblica, un video di Blackbirds dei Beatles, conferme di amicizia, pollici in su per un paio di note e link di amici, una foto tratta da Non ci resta che piangere in cui è stato taggato al posto di Benigni, degli auguri di Natale in ritardo e la partecipazione all’evento Vin brulé in piazza. Direi equilibrata.

Nessuna iperattività indolente, niente primi piani egocentrici, niente test tardo-adolescenziali, nessuna logorroica frase di stato superiore alle due righe, non troppi dettagli nella sezione informazioni personali, qualche cazzata per dare leggerezza al tutto – mi lascia un po’ perplessa solo l’adesione al gruppo Adotta anche tu una portatrice sana d’influenza suina appena sopra all’appello Ridateci il maestro Pregadio.

Ora che in qualche modo sono riuscita a dare un corpo, un volto e un briciolo di personalità a questo ectoplasma che ha richiesto la mia amicizia, mi sento un po’ più padrona della situazione.

Non è un mistero che la prima impressione, all’inizio di qualsiasi cosa – che sia virtuale o reale – spesso è quella decisiva.

È come se avessero pestato il formicaio: da quando hanno annunciato che mancano poche ore all’attracco della St. Mary, le persone a bordo sembrano essersi moltiplicate e sono prese da una frenesia fatta di eccitazione e paura. Sono comparse persino alcune facce che non ho mai visto in tutto questo tempo – tre suore asiatiche, un dottore e un paio di altre donne. Una ha dei riccioli scuri e scomposti che le danno un’aria selvatica e sono sicuro di non averla mai notata, me la ricorderei. Mi piacciono davvero quei capelli, ne vorrei un po’ per la mia idea di lei e vorrei anche un po’ del verde mare degli occhi di Zita. Non so perché mi si risvegli proprio adesso l’immaginazione, mentre sto qui sul ponte con la foto in mano e ne fisso ancora il retro: 19 aprile 1950, scrittura piccola e obliqua, blu. Ormai non ha più senso, la Bianca me l’aveva spedita quand’ero a casa, così se proprio di primo impatto non andava glielo avrei potuto scrivere, oppure avrei cominciato a metabolizzare la realtà, né troppo bella, né troppo brutta, prima ancora di averla conosciuta. Invece avevo deciso che era più importante partire e sistemarsi, che i dettagli non mi sarebbero interessati, dato che sono un uomo di sostanza. Ma i quasi cinquanta giorni di acqua sono stati solo giorni di dettagli, tantissimi particolari per non annegare, ore passate a contare i nodi del legno, a misurare a passi la tolda, a scovare le differenze per distinguere i giorni, a scandagliare la profondità dello sguardo delle donne più silenziose.

Getto la foto oltre il parapetto, intravedo solo un profilo affusolato.

Resto a fissarla mentre volteggia, cullata dall’aria, fino a planare in acqua.

Pier è online

Bene. Finalmente potrebbe essere il momento buono per scoprire come mai siamo diventati amici. Considero rapidamente che potrebbe essere una pura casualità, un equivoco dovuto a un caso di omonimia, il risultato di una sindrome da amicizia compulsiva. Togliamoci ogni dubbio.

Chiara: ciao!

Pier: ciao 😉

Chiara: scusa per la domanda molto diretta, ma ci conosciamo?!

Pier: non scusarti. Cmq no, non almeno in senso stretto.

Chiara: ?

Pier: ti domanderai allora perché ti ho chiesto l’amicizia?

Chiara: già…

Pier: ti prego di non ridere, ma certe cose, scritte qui, nella loro assurdità trovano giustificazione.

Chiara: vai tranquillo, sono pronta…non potrà essere mica essere così terribile…

Pier: ho fatto il liceo con Giorgio, che mi pare tu conosci…

Chiara: sì, più o meno. beh, tutto qua?

Pier: no. ho visto una foto di Giorgio in cui c’eri anche tu e portavi una maglietta con una scritta.

Chiara:?

Pier: una maglietta bianca con una scritta nera che dice: Le cose sono più importanti se le metti in un cerchio. La scritta, ovviamente, cerchiata.

Chiara: ah, sì, è mia.

Pier: io faccio il grafico per ditte di merchandising e mi occupo anche di quella linea di t-shirt…

Chiara: davvero? L’ho comprata su yourTshirt.com

Pier: lavoro per un paio di marchi che poi vendono online

Chiara: fico.

Pier: non è male, mi piace. Certo a farlo ogni giorno perde un po’ fascino, come ogni cosa.

Chiara: che dici, ho fatto una buona scelta? La maglia, intendo…

Pier: ottima…era la prima volta che la vedevo davvero indossata da qualcuno.

ma tu che fai, oltre ad avere ottimi gusti in fatto di t-shirt?

Chiara: studio. ancora.

Pier: cosa?

Chiara: lettere…

Pier: lettere? testamento, pugno sotto il mento

Chiara: ah ah. Simpatico L. Pessima idea per un’altra t-shirt, ti avverto!

Pier: 😉

Pier: e poi che ti piacerebbe fare?

Chiara: diciamo che ancora le idee un po’ confuse, ma mi piacerebbe lavorare nella redazione di una rivista.

Pier: beh, mi pare una bella aspirazione…spero che tu riesca a realizzarla.

Chiara: e tu non ti occuperai mica solo di magliette?

Pier è offline

Come offline?! Nel bel mezzo del discorso. Eppure compare il suo fumetto, ma è vuoto. Ci sarà qualche problema di connessione, sicuro.

* * *

Pier ti ha inviato un messaggio su Facebook

Scusami, ma sono venuti a trovarmi degli amici e non sono riuscito a salutarti prima di sconnettermi perché la chat è bloccata.

Spero di ribeccarti presto, buona serata.

Pier

p.s. Anzi, ho visto che conosci il Rosebud . Che  ne dici se ci troviamo lì una sera per continuare la chiacchierata?

In mezzo a tutte queste formiche ci sono anch’io, formica tra le altre, un po’ perso e meno frenetico. Mentre scendo dalla nave sento una vertigine che mi risucchia, il girotondo delle migliaia di volti, intorno e davanti, mi stordisce, tanto da farmi perdere l’equilibrio. Mi prende il mal di terra che mi rivolta le budella e vorrei all’improvviso tornare su, nella mia parentesi d’acqua, mobile e immobile allo stesso tempo.

D’un tratto sento una mano sudata che mi tira la manica della camicia, mi volto ed è mia cugina Bianca. Mi stringe in un abbraccio lungo e morbido che sa di una stagione diversa da quella che ricordavo quando sono partito. Dietro di lei incrocio gli occhi castani di una ragazza alta e magra.

«Come stai?» e non so cosa rispondere.

«Questa è la Emma» e mi presenta la ragazza magra, con i capelli lisci e gli occhi castani. Stringo una mano esile che quasi mi sfugge.

«Sei un po’ diverso dalla foto che mi ha mostrato la Bianca» mi sussurra in un orecchio e mentre si avvicina mi perdo nella piccola costellazione di lentiggini che ha sul viso.

Chissà che foto le ha dato mia cugina.

Sto torturando la tovaglietta del mio tavolo almeno da cinque minuti. Il Rosebud è quasi deserto, al martedì sera non ci può aspettare una folla oceanica. Almeno però c’è della bella musica e il barista urla un po’ meno del solito. Mi sono già chiesta un milione di volte, cinquecentomila quando ero ancora a casa, altre cinquecentomila nel tragitto fino a qua, che cosa ci sono venuta a fare al Rosebud questa sera.

Ma perché ho detto di sì, così, dopo un paio di sms, a colpo sicuro?

“Non accettare caramelle dagli sconosciuti, non andare in giro alle due del pomeriggio in piena estate, non correre in bicicletta con la minigonna, non uscire con la gente che conosci in internet”.

Sì, una cosa tipo queste, che comporta un rischio e non ci si può stupire dei risultati.

La cosa paradossale è che senza averlo mai visto in carne e ossa conosco già nome, età, professione, gusti musicali e cinematografici, libri preferiti e passatempi, nomi e facce dei suoi amici, ultimi viaggi fatti. Il che mi consente un po’ di vantaggi sugli argomenti di conversazione, ma allo stesso tempo mi impedisce di aggrapparmi a tante domande di circostanza che, se non sapessi quelle cose, farei di sicuro.

In più ho cucito attorno al suo scheletro virtuale una persona che probabilmente gli assomiglia, ma non è lui. È uno sconosciuto che ha le sue fattezze, ma non la sua voce, il taglio di capelli della foto in montagna, ma non la lunghezza attuale della sua barba, che ama le commedie di Woody ma probabilmente non ha mai visto Casablanca, che fuma sigarette ma non so quante, che è stato forse in Austria e a Londra, ma magari anche in Nepal. È la mia idea di lui modellata su qualche dettaglio, dato in pasto all’onnivora società feisbuchiana.

E di me? Che sa di me? Sarò ripetitiva se durante la conversazione dico qualcosa che c’è già in pagina…o dovrò limitarmi a dire “vedi profilo”?

Poi non sono certo abbronzata come la mia foto di sei mesi fa, scattata a Malaga, la frangia mi è cresciuta e la maglietta con la scritta, quella che ha fatto  lui e che mi piaceva un sacco, si è macchiata durante una lavatrice sbagliata. L’ho buttata.

Non sono più come in quella foto, non ne ho più le prove.

Sono una sconosciuta.

È uno sconosciuto.

Di che mi stupisco, dopotutto il nonno si è sposato senza quasi conoscerla la nonna, era tanto se sapeva il suo nome e che era originaria delle sue parti. L’ha raggiunta in Australia, sulla fiducia, con in mano solo qualche lettera, una raccomandazione, forse una foto.

E io che ci faccio qui?

Qualcuno entra dalla porta del pub e si avvicina al mio tavolo.

Riti sull’erba

Sono tornata in un posto di un anno fa, un anno dopo.
Non ci avevo più messo piede.
È vicino a casa, eppure sembra così distante da tutto.
Esiste da millenni, ma il tempo qui pare essersi fermato.
È un posto fatto per conservare l’intimità delle confessioni a mezza voce.
Passato più di un anno, penso a quante cose sono cambiate
e a quante cose sono rimaste le stesse.
È un posto dove l’erba cresce sulle cicatrici.
Quel giorno il sole mi faceva male agli occhi e il caldo afoso mi soffocava.
Oggi il sole è amico, il caldo è fresco e il tramonto è dietro agli alberi.
Racconto le mie vite ai fili d’erba, appendo domande ai rami.
Non c’è nessuno.
Sono rimasta finchè il sole è scomparso dietro le chiome, poi sono tornata a casa.
Oggi è il mio capodanno.
Perchè si ricomincia da capo ogni giorno.

Just married

Ora ho capito qual è il mio momento preferito ai matrimoni.
È quando le cravatte degli uomini si allentano,
e i tacchi delle donne, a uno a uno, si abbassano.
I capelli della sposa si liberano un po’ dalla forma impostagli dal parrucchiere.
Lo sguardo dello sposo si fa lucido e il sorriso inebetito.
Le combinazioni dei tavoli vanno a farsi benedire e le tovaglie sono tutte spiegazzate.
Si cerca di un po’ d’acqua, fresca, dopo tanti brindisi.
Poi ballano tutti, di ogni età, e non si può fare a meno di sorridere. Mentre due continuano a tenersi abbracciati, quasi per non cadere.
E il luccichio al dito è negli occhi.

L’Aquila

Sono stata in una città ferita, una ferita profonda sul volto.
Quando vedi una bellezza sfregiata, non puoi fare a meno di guardarla, ti si stringe il cuore, e così, per rispetto, distogli subito lo sguardo.

Nel posto, ora come ora, più precario del nostro paese, ho riconsiderato il valore della precarietà.
Un valore, non una condanna.
A L’Aquila ti abitui all’incertezza per eccellenza perché tutto è in bilico, tutto si regge grazie a puntelli, ogni cosa è suscettibile al benché minimo sussulto. E non parlo solo di case, chiese, edifici pubblici, ma anche di persone e vite traballanti come castelli di carte. Ogni mattina non sai bene cosa ti capiterà, cosa crollerà e cosa starà in piedi, e il punto è che non ti deve importare più di tanto: tu devi fare, per dare dignità a quella precarietà, che duri un giorno, un mese, un anno. Devi lasciare che le urgenze ti mandino all’aria i programmi perché tu non sei padrone, hai dei limiti e delle colpe.
Te lo ricordano il cumulo di macerie all’angolo della via, la casa crollata su se stessa – il terzo piano sul primo –, quel santuario triste che è diventata la carcassa della casa dello studente, la “p” di m.a.p. che vuol dire moduli abitativi provvisori, i cani randagi in giro per la città.

Ho visto tanti giovani abituarsi in fretta alla precarietà, più degli anziani…sarà perché il mondo che ci hanno consegnato non consente tante altre alternative e così ci siamo adattati, scoprendo risorse che non pensavamo di avere. E ho visto tanti giovani spaccarsi la schiena tra le miriadi di frazioni aquilane.

La precarietà, in fondo, non è che l’essenza vera del nostro essere uomini: viverla a piccole dosi, porta ad accettarla e accettarla ci rende un po’ più umili e sereni.  Si apprezza di più quello che si ha, qui e ora, e si impara a stare in equilibrio sul paradosso della vita: costruire ogni giorno un nuovo inizio, avendo sotto gli occhi l’inevitabilità della fine.

C’è bisogno di un terremoto per capire che bastano davvero poche cose per stare bene?
Ho visto che le persone perse, senza direzione,  cercano solo altre persone: per dare vita ai luoghi, per restituire un po’ di normalità a una vita che non assomiglia lontanamente a quella di prima.
Siamo noi la malattia, ma siamo anche la soluzione, la cura.
Stare insieme solo per stare insieme, ascoltare senza fare troppe domande, ballare la mazurka non avendone mai conosciuto i passi, cantare a squarciagola, giocare a pallone in un campo assolato senza domandarsi se ci sarà acqua, far sorridere una nonna e schiacciare il cinque a un bambino.

Sono stata in una città in cui mi sono dimenticata di me, perché fai e non hai troppo tempo di pensare, perché vivere e aiutare a vivere è davvero più importante. E nel vero miracolo del fare – che è poco ai tuoi occhi, ma molto a quelli degli altri – non c’è politica, ma tutto quello che sei.

Quando vedi una bellezza sfregiata, non puoi fare a meno di guardarla, ti si stringe il cuore, e così, per rispetto, distogli subito lo sguardo. Ti rimane però la voglia di guardarla ancora, almeno una volta. E di risentire in bocca il sapore della gente, che è dolce d’anice, come le ferratelle.

Per chi volesse un ritratto vero, dal punto di vista di uno scrittore aquilano, di cosa è L’Aquila oggi, consiglio questo articolo tristemente bello apparso su Nazione Indiana: #mce_temp_url#

 

Il futuro non è davanti a noi

Il futuro non è davanti a noi, è alle nostre spalle.
Noi camminiamo all’indietro, non ci si può voltare: osserviamo il passato che si allontana e vediamo il presente che, passo dopo passo, compare davanti a noi.
Un fotogramma alla volta, alla velocità della vita. Fino a tornare al punto di partenza.
Il futuro è dietro alla nostra schiena e ci coglie alla sprovvista. Da qui la sorpresa o lo spavento.
Se lo vedessimo avvicinarsi, sarebbe tutto prevedibile o evitabile, anche per il più miope.
Il futuro è uno sconosciuto che ti bussa sulla spalla, in treno, mezzo addormentato; è lo straniero che ti chiede informazioni mentre stai leggendo un libro; una chiamata da un numero che non concosci; il pazzo della stazione con uno specchio in mano che, dal niente, ti assalta di sproloqui. Mi sa che lui ha capito tutto: con lo specchio può vedere cosa c’è dietro, senza voltarsi.
E ti hanno sempre detto: “guarda avanti!”, ma il futuro è dietro di te: comincia a prenderci l’abitudine.

Coldplay, The scientist

Marco e Alberto

Marco e Alberto avevano la stessa identica età.
Di sicuro Alberto conosceva Marco – solo per il fatto di averlo visto più di una volta –  ma non so se Marco conoscesse Alberto, questo no.

Marco aveva una vita lenta, difficile da capire ma che meravigliava.
Non si poteva dire una vita normale perché qualsiasi azione, anche la più banale, era tutt’altro che scontata e richiedeva l’intervento paziente di altri. Un’esistenza di piccole cose conquistate a fatica, nessuna parola, molti sguardi da decifrare, vibrazioni passate da sotto la pelle, segnali impercettibili che solo i genitori avevano la capacità di tradurre e riempire di senso. Immagino estenuanti sedute di fisioterapia, lunghissime attese, notti dilatate, trasporti difficili anche se di pochi centimetri.

Alberto invece aveva una vita veloce, normale, piena di impegni e amici, colorata come i suoi murales, da mozzare il fiato (a tutto Gas – avrebbe detto lui), come quando esagerava con lo skate. Era un condensato di energia, risate, scorribande e feste, di musica con l’ipod e pantaloni con il cavallo basso, di cappellini a rovescio e ciuffi di capelli sugli occhi. Mancava solo la macchina con il volume della radio un po’ troppo alto, ma era solo questione di qualche mese. Tante parole, strette di mano, pacche sulle spalle, strizzate d’occhio.

Marco aveva un corpo che reclamava di crescere a dispetto dei suoi stessi limiti. Era una crescita che urlava normalità da dentro una gabbia impostagli dalla nascita e per il volere di nessuno.

Alberto invece era sano come un pesce – se non fosse stato per quel po’ di asma –  un corpo snodabile e massiccio, predisposto ai salti, alle capriole, agli abbracci vigorosi ma anche alle carezze. Alberto faceva ridere, faceva le boccacce, faceva innamorare le ragazze, faceva anche perdere la pazienza, a volte.

Le ruote della carrozzina di Marco e quelle dello skate di Alberto non si erano mai incontrate, anche se percorrevano le strade dello stesso paese. Finché giunse l’ultimo inverno delle loro vite diverse. A separarli solo qualche settimana.

Marco lentamente peggiorò: forse nel mondo c’era troppa poca aria rispetto a quella di cui aveva davvero bisogno e decise che era arrivato il momento di liberarsi.

Alberto invece, qualche sera dopo, volò via in sella al motorino, improvviso e veloce, fino ad arrivare in cielo. Nessuno sa come ci arrivò.

Questa è la storia di Marco e Alberto. È la storia di tutti e che tutti sanno, solo che per alcuni finisce prima – almeno qui sulla terra.

Voglio credere che si siano già incontrati e che, raccontandosi le loro vite di prima, ne stiano così colmando le distanze.


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