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Lisboa

Ripartire dall’Abc

Imparare una nuova lingua vuol dire tornare  bambini, sfogliare i libri cartonati pieni di figure con una parola per pagina, imparare i nomi della frutta e della verdura, leggere le insegne che vedi per strada, interrogarsi di fronte alle etichette del supermercato mentre la gente ti spinge addosso il carrello. Significa essere umile e chiedere aiuto senza provare vergogna, mettersi allo stesso livello di un bambino che comincia la scuola e legge con gli accenti sbagliati, incespicando sulle parole che gli sembrano più difficili o di un vecchio che parla lento, devagarinho, scandendo le sillabe.

Significa  anche che non conosco le parole “vuote”, i mah, boh, beh, ecco, insomma, in un certo senso, fatti apposta per prendere tempo…sono costretta a scegliere: arrivare dritta al sodo o sprofondare in una voragine di silenzio mortificante.

Non ho i mezzi per complicare le mie risposte, non so come nascondere la verità dietro giri di parole, perché ne so ancora troppe poche e quelle poche sono essenziali per parlare, non bastano nemmeno per mezzo giro.

Va a finire che sono sempre molto sincera perché, la menzogna implica maggiori competenze linguistiche, sono più indifesa perché non riesco a controbattere agli scherzi, non so fare ancora dell’ironia efficace…e allora sono subito allo scoperto, niente maschere di parole per farmi bella, interessante, intelligente, forte, indifferente…più di quello che sono in realtà.

Vuol dire anche che devo credere che quello che dico possa essere compreso e fidarmi  del mio interlocutore. Quando sento che la comunicazione è andata a buon fine, beh, allora il gioco è fatto.

Non posso complicare la comunicazione perché so fare solo frasi semplici, está bem!

E va a finire che forse è meglio così, vivo meglio dentro questa semplicità, mi sono complicata troppo la vita e regredendo nella mia capacità di comunicare scopro che le cose sono molto più facili di come credevo e tutto viene un po’ più naturale.

Per chi sa troppe parole, ripartire dall’abc è una liberazione.

Assestamenti

Posso scrivere, finalmente.

È stata dura trovare il tempo, il posto, la giusta predisposizione e perfino una buona posizione!

Sento che non sono più turista in questa terra nuova e allora posso scrivere…perché sto cominciando un’altra vita, questa volta normale, ma in un posto diverso. Se sei turista, non vivi un’altra vita, è solo una pausa eccezionale dalla tua vita di sempre…e nelle parentesi eccezionali io non riesco a scrivere perché ci sono sempre troppe cose e trattengo poco.

Sto realizzando che io qua ci  devo vivere e ci devo “lavorare”, devo fare il bucato, sostituire la lampadina fulminata, devo lavare la doccia, prendere l’autobus con la gente che va a scuola o in ufficio. Devo parlare una lingua che non è la mia con bambini di quattro anni, con ragazzi di tredici, con miei coetanei, con insegnanti di quarantacinque e con filantropiche professoresse in pensione. Sembra che ci capiamo, tanto da rendere tutto più facile e da farmi sentire un po’ meno estranea.

Giorno per giorno sto aggiustando il mio nuovo nido: ho bisogno di sentirmi a casa in questo posto nuovo che non era casa.  A poco a poco questo appartamento di città  lo sta diventando perché si sta riempiendo delle mie orme: il collage di cartoline sulla parete, l’orologio che ho comprato per la cucina, il fiore sopra il tavolo che solo io annaffio con una bottiglietta di plastica, la lavagnetta per gli avvisi, le bacinelle per il bucato che ho scelto, le tracce di dentifricio sul lavandino. Comincio a prendere la metro senza guardare la cartina e non serve che conti le fermate per scendere. Ho visto la stessa persona due volte. Tre volte.

Ecco, dopo quaranta giorni, sono arrivata.

Primeiros dez segundos da manhã

I primi due secondi del mattino, appena aperti gli occhi, ho un piccolo black-out: non mi ricordo dove sono, in quale letto ho dormito e dove si trova la mia stanza.

Al terzo secondo cominciano a definirsi i contorni di una camera bianca, sento il traffico fuori dalla finestra, la luce del sole che filtra dai fori della tapparella.

Al quarto scorgo Elvis che si rigira nel suo grumo di coperte e aspetta che la sveglia suoni.

Al quinto guardo il soffitto e mi ricordo che sono a Lisbona, Arroios, Rua José Falcao, 157, 5° direito.

Al sesto sorrido da sola e ringrazio di essere qui, perché è la cosa migliore che sento di aver fatto in questo anno.

Al settimo mi viene in mente che devo preparami il pranzo da portarmi via, dopo il corso di portoghese. Forse ho anche finito il pane…

All’ottavo spengo la sveglia del cellulare che suona e vibra sopra la mesa-de-cabeceira.

Al nono mi alzo e apro la porta, cercando di non far troppo rumore.

Al decimo guardo fuori dalla porta finestra e tutto è luce, tra le terrazze e l’intrico di antenne, e mi sento più vicina al cielo che non è mai stato così azzurro.

Il viaggio non finisce mai

“Non è vero. Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il narratore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: “Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. La fine di un viaggio è solo l’inizio di un altro. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quello che si è visto in estate,vedere di giorno quello che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito.”

José Saramago, Viaggio in Portogallo


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