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Lisboa

A rubarsi le cose

Questa casa è piena di ladri!

Qualcuno ha finito il caffè del Costarica di Fernanda, ha usato tutti i cotton fioc di Elvis e sempre qualcuno ha aperto il latte di Ludovica e ne ha preso la metà. Come se non bastasse ha bevuto lo sciroppo di lampone francese di Sarah e ha fatto sparire l’ultimo pezzo di cioccolato del mio uovo di Pasqua!
Cosa direbbero i muri di questa casa se potessero parlare? E il frigo cosa direbbe? (niente, perché è sempre troppo pieno!)
Dopo lo stupore e lo sdegno iniziale (io no, io no!), salta fuori che Ludo ha preso solo una volta il caffè, che io ho usato solo una volta un cotton fioc, che Elvis ha bevuto solo quella mattina del latte non suo, che lo sciroppo pareva essere una “cosa della spesa comune” e che il mio cioccolato era decisamente troppo in vista sulla mensola dell’entrata. I ladri siamo noi, che ci rubiamo le cose a vicenda, solo una volta.
Ma “il solo una volta” moltiplicato per sei genera “il molte volte” che finisce le cose.
Stiamo perdendo i confini della proprietà privata, ci prendiamo le cose a vicenda senza dircelo, in silenzio, sapendo che dopo tutto non può essere una cosa così grave…succede nella più elementare delle comuni, che è la famiglia!
Stiamo prendendo le stesse abitudini, conosciamo a memoria i vestiti degli altri, i tic linguistici, le preferenze alimentari e, senza vederci, ci riconosciamo dalle camminate in corridoio o dal modo di entrare in casa.

Siamo una famiglia? No, ma dopo tutto questo tempo le assomigliamo molto e, volendo, ci assomigliamo molto!

Abril, o mês dos pais

I genitori dei figli dispersi si assomigliano tutti un po’: si fidano poco di Skype, ma lo imparano a usare. Per prima cosa ti chiedono sempre cosa hai mangiato e se dormi abbastanza, cercano di decifrare i tuoi stati d’animo con domande banali e si aspettano risposte banali.

Cercano il quotidiano.

Lamentano i troppi giorni tra una chiamata e l’altra.

Poi quando ti vengono a trovare ti portano da mangiare, ovvio, quello hai chiesto loro, ma anche svariati extra che fanno fatica a entrare nel frigo. Notano subito cosa non va nella tua nuova dimora e vorrebbero cambiare quella lampadina bruciata o montare la tenda della doccia che è caduta. Vogliono stare con te, ma si scusano mille volte per il disturbo – come entrassero sempre in casa d’altri –  e tu cerchi di fare, nelle poche giornate insieme, un condensato di puntate della tua vita che si sono persi. E non sembra troppo strano che siano lì con te, perché, forse, con te sono sempre stati, in qualche modo. Senza disturbarti troppo.

Arrivano per via aerea con la scusa di farsi un giro e con l’alibi di servizio corriere espresso per vestiti, libri e cibarie. In realtà vengono a vedere da vicino quanto sei cambiato. E dopo averti osservato nel nuovo habitat, senza che tu te ne renda conto, concludono che, nonostante la distanza, non sei proprio così irriconoscibile!

La sindrome di Pessoa

“Ognuno di noi è più di uno,è molti, è una prolissità di se stesso”

scrive Bernardo Soares.

Siamo così grandi che una sola persona non ci basta.

Siamo molto di più che uno, i confini non ci racchiudono, i nomi nemmeno.

La sindrome di Pessoa si prende solo nella sua città, per contagio diretto con la sua luce e respirando l’aria di Rua dos Douradores.

Fernando Pessoa, che in italiano sarebbe Fernando Persona, aveva non so quanti eteronimi, cioè altri se stesso, con una personalità distinta e una vita precisa ( con tanto di date di nascita e morte) e ciascuno scriveva cose diverse e con uno stile proprio.

Fernando Pessoa era molte persone e un solo Pessoa. Alvaro de Campos, Ricardo Reis, Bernardo Soares, Alberto Caerio…e Fernando Pessoa.

La sindrome di Pessoa è una specie di schizofrenia dell’animo.

Le tue molte vite si incrociano e offrono spiragli impensati, una non può certo bastare.

Impari a conoscere i tuoi mille volti, a far parlare le tue diverse voci e farle conversare tra loro.

Ne nascono dei deliri privati in cui l’unico che ne afferra il senso sei tu.

La parte più infantile di te, quella più irrazionale, quello che vorresti essere domani, quello che eri ieri, la tua fragilità sentimentale, la tua ostinata vecchia abitudine, il vigile sorvegliarti, il sognatore oltre le nuvole, lo spazzino dell’anima, il contabile chino sulle somme, l’artista in cerca di libertà, l’equilibrista della vita.

Falli parlare, sei tu.

Magari ti scapperà una lacrima o un sorriso, ma li dentro ci staranno tutti i tuoi io.

Midollo

Ricordo quanto mi piaceva fare quel gioco della rubrica enigmistica delle riviste della nonna: tra due vignette apparentemente uguali, cerca le dieci differenze.

Trovate le dieci differenze il gioco finiva e mi lasciava sempre un po’ perplessa: a parte le dieci differenze che cosa rimaneva uguale?

Finito il gioco delle differenze, è ora tempo di capire cosa resta uguale.

Sono cambiate il paese, la lingua, la casa, il letto, le facce delle persone che vedo ogni giorno, gli amici, i nemici, le comparse,  i mezzi di trasporto, i panorami, i sapori, le abitudini, le letture, le parolacce,  i motivi per ridere e quelli per cui rattristarsi.

Tutto attorno è cambiato, ma quello che non cambia mi resta attaccato. Nel vortice di una vita eccezionale, ora sento qualcosa che rimane ancorato al fondo, non se ne va. Sono io, è il mio midollo.

Mai arrivare a compromessi con me stessa. non accontentarmi delle briciole. portare a termine quello che inizio – costi quel che costi. se una strada è sbarrata, inventarne una nuova. non spaventarmi di fronte alla fatica, se so che val la pena. le piccole cose che fanno la differenza. non fermarmi alla superficie. scavare col pensiero. fare di tutto quello che va storto, concime per il mio giardino. farci crescere i fiori, e credere che domani saranno sempre più belli di oggi.

A casa di Tabucchi

Un luogo non è mai solo “quel” luogo: quel luogo siamo un po’ anche noi. In qualche modo, senza saperlo, ce lo portavamo dentro e un giorno, per caso, ci siamo arrivati. Ci siamo arrivati il giorno giusto o il giorno sbagliato, a seconda, ma questo non è responsabilità del luogo, dipende da noi. […]

Dipende da chi siamo nel momento in cui arriviamo in quel luogo.

Antonio Tabucchi, Viaggi e altri viaggi

È cominciato tutto per caso, o forse no. Dipende da che valore diamo al caso.

E poi tutto è continuato secondo una rete di fortunate coincidenze: la grazia di trovarsi al posto giusto, nel momento giusto e la disponibilità a conoscere chiunque. Ogni persona conosciuta aggiunge una tessera al tuo mosaico, e subito dopo averla incontrata, non puoi immaginarti senza.

Io ho conosciuto lui, il quale conosceva lei che a sua volta abitava vicino a Lui.

Sono cominciati così gli appostamenti.

Avvicinamenti, per gradi, quasi a prepararsi.

Dove abita la vicina, suoniamo alla vicina? Quale sarà la casa: questa qui di fronte con la finestra aperta? E quale sarà il campanello? Suoniamo a caso? Lo aspettiamo qua fuori? E cosa diciamo se risponde qualcuno…prepariamoci una frase da dire!

E poi alla fine abbiamo suonato tutti i campanelli, come i bambini che poi scappano a gambe levate. Tutti perché solo l’ultimo tocco ha dato qualche risultato: non sono servite presentazioni, ci è stato direttamente aperto sulla fiducia.

Una testa mezza pelata è sbucata fuori e si è scusata per non avere gli occhiali e non poter distinguerci bene. Io l’ho riconosciuto subito, mentre qualcun altro gli stava domandando dove abitasse il signor Tabucchi. È lui, è lui, certo che sa dove abita!

E subito ci ha detto di entrare, senza esitare nemmeno un attimo, fidandosi del nostro italiano variegato portoghese e con un’ingenua curiosità, tipica di chi sa leggere in ogni incontro la possibilità di una storia da raccontare. Accoglierci con i pantaloni tagliati sopra le caviglie, le ciabatte ai piedi e chiamando al rapporto la nipotina di sette anni è stato  il modo migliore per farci sentire a nostro agio, levando ogni possibilità di imbarazzo.

Ci ha fatti accomodare sul divano di fronte a un tavolino colmo di libri e riviste, sistemati per rimanere su quel tavolo.

E mentre lui giocherellava con un paio di occhialini tascabili di un altro secolo, io cominciavo a sciogliere i nodi che ci avevano portati fino al suo salotto.

Ascoltava, avido di storie e collegamenti, alzandosi e tornando a sedersi. Mentre andavo ricomponendo il puzzle della mia vita precedente – il cui ultimo pezzo era il momento presente -ogni tanto lui interrogava Bia,  la nipotina preferita, che rispondeva compassata aggiustandosi i riccioli. Abbiamo conversato un po’ in italiano, un po’ in portoghese lasciando che i discorsi venissero da sé, senza renderci conto del tempo che ci passava accanto senza sfiorarci.

Abbiamo parlato della mia vecchia tesi, del suo nuovo libro, dei dipinti visionari di Paola Rego, delle sue tre case sul triangolo Pisa-Parigi-Lisbona, della storia che avrebbe dovuto leggere alla scuola di Bia, dei suoi figli, del mio progetto, di livrarias lisboetas.

Ad un tratto ho pensato che tutto fosse accaduto per portarmi a quel momento. Il momento in cui mi trovavo di fronte a uno dei miei scrittori preferiti e non sembrava strano, perché era così normale.

Normale l’acqua che ci ha offerto, la sigaretta che si è fumato, i libri sul tavolo, il ritratto stilizzato di Pessoa, gli occhialini antichi, le vetrate con le tende bianche lunghe, il libro regalatomi con la dedica e l’indirizzo di Pisa, la scrittura blu e obliqua.

Tutto così straordinariamente normale, come bussare a casa di uno zio.

Mi sono chiesta quando ho cominciato davvero a pensare a Lisbona: forse tutto è partito dai suoi libri, la sua Lisbona mi aveva attratto inconsapevolmente, sentivo un’affinità irrazionale.

E poi c’è stata una strada di anni, lunga e faticosa, una quête piena di nebbia che solo a poco a poco andava schiarendosi.  Finché si è dipanato il filo degli eventi: arrivare nella sua Lisbona per farla diventare mia e nel suo salotto per dirgli: “ Grazie, questo viaggio ha un senso”.

È la magia dei libri, di chi li scrive e di chi li legge.

Vivere più vite

Oscillo tra le mie due vite: quando sono in una, l’altra mi sembra irreale come un sogno appena fatto; quando sono nella seconda, la prima è distante e ovattata. Solo quando si incrociano, spesso attraverso persone che fanno da ponte, capisco che hanno consistenza reale nello stesso tempo. Ma molte volte restano sospese a mezz’aria.
Questa mia vita portoghese ha la data di scadenza. Procrastinabile, ma non troppo. So che finirà.
Tutte le vite finiscono, dopo tutto. Solo che non ci si pensa.
Devo gustarla prima che se ne vada. Tatuarmela?
Il fatto che abbia una fine, per me, le dà più senso.
Non ho tempo, non ho spazio, per i retrogusti amari, non voglio. Nemmeno un attimo, nemmeno un giorno.

Mi ripetono che una sola volta nella vita posso avere questa vita, almeno a queste condizioni.
Vita con tanti, spesso troppi, vita di un altro paese, di un’altra lingua, di altri amici, di fatiche diverse e di paure spesso uguali, di sentimenti vissuti di petto perché o prendo o lascio.
Proprio come quando mi era stata proposta questa vita, a scatola chiusa, cinque secondi di tempo per decidere: la vuoi o no?

E ora si affollano vecchie e nuove domande, e vecchie domande a cui si aggiungono nuove alternative.
Una vita in cui ogni cosa sembra realizzabile, anche l’incontro più improbabile.
È bastato uscire dalle sicurezze, dal mondo certo per scegliere l’incerto e si è spalancato tutto il regno del possibile.
E quando guadagno delle nuove certezze, nonostante la data di scadenza, tutto mi sembra più mio.

…è la conquista dell’eterna ricerca che porta a lasciare il vecchio, a cercare il nuovo – che poi, inevitabilmente invecchierà – e mi spingerà allora alla ricerca di qualcos’altro.

Ma nel frattempo ho vissuto.

Esquilo

Ti compare davanti all’improvviso con la sua coda rossa, si accorge che lo stai guardando dal vetro, ti punta addosso i suoi occhietti neri, alza le orecchie, solo un attimo, e poi torna a saltellare.
Nella corsa, con la sua coda morbida, ti dipinge un sorriso di sorpresa, come quando eri un bambino.
E poi fugge, veloce veloce, non può restare, e di colpo non lo vedi più.
Ne hai perso le tracce.
Lo vai subito dire agli altri: “Hei, l’ho visto!”.
E nessuno ti credo davvero, perché è già passato.
“Ma era vero, era vivo e mi ha guardato negli occhi!”
Pensi che non te importa, se lo avessi aspettato non sarebbe mai arrivato.
E allora te lo tieni stretto nella memoria, te lo conservi per i momenti tristi, fino al prossimo.
Ma ti ricordi più spesso di alzare la testa, di guardare alla finestra perché, non si sa mai, prima o poi ne passerà un altro!

La felicità è uno scoiattolo con la coda rossa.

Subir e descer

Mi avevano detto che sarebbe stato un movimento curvilineo: dapprima una forte salita, immediata, poi un arresto e una brusca discesa…e di nuovo una salita un po’ più graduale, lenta, un punto di arresto, quasi stabile, e poi un’ascesa senza pari che sarebbe arrivata al massimo.

All’inizio, io non ci volevo credere, volevo sfuggire alle norme psicologiche, ma  poi mi sono arresa:  funziona proprio così.

Dicono  gli esperti, che la curva  di ogni nuova esperienza parte con un forte entusiasmo iniziale che ti spara in alto, dopo un po’ ti arresti. Poi capita che cominci a vedere che non è proprio tutto come credevi, che ci sono fastidi e noie: le cose non corrispondono alle tue aspettative e allora scendi giù vertiginosamente, cozzando contro tutto e tutti. Non ti resta che aggrapparti alla quotidianità e risalire la china a poco a poco, scoprendo che ruzzolando hai imparato qualcosa in più e ti prendi il tempo per gustare con calma i dettagli che distinguono i giorni e le differenze che rendono speciali le persone. Piano piano risali, raccogliendo un sacco di sorprese  e soddisfazioni che ti portano su su come tanti palloncini pieni di elio.

E il bello è che anche Lisbona è così, sali e scendi, subir e descer continuamente per le sette colline su cui posa la città. Salite ripide che ti tolgono il fiato. Ti sembra di non arrivare mai, ti domandi come fa il vecchio tram ad arrampicarsi fin là.

Cammini e cammini, ma quando ti arresti al miradouro più vicino e guardi giù, non c’è più fatica e vorresti solo spiccare il volo.

Martim Moniz

Ami e impari a conoscere una città quando puoi permetterti di raccontarla dal basso, osservando il suo profilo peggiore, quello dei quartieri meno fotografati e dai risvolti puzzolenti.

Quando si parla di Martim Moniz, un po’ tutti a Lisbona arricciano il naso. A nessuno sfiora l’idea di abitarci e per molti è solo una stazione della metro sulla linea verde, tra Rossio e Intendente. Ma è inevitabile passarci…perché il quartiere è proprio incastrato nel mezzo delle direttrici principali, subito prima o subito dopo, la grande piazza di Rossio, con le fontane, la statua, il teatro e tutto il resto.

Anche a Martim Moniz ci sono le fontane, ma nessuno ci fa mai caso.

Martim Moniz era il nome di un valoroso cavaliere, che nel 1147, sacrificò la sua vita per espugnare i Mori dal Castello di São Jorge. In  un tentativo di assalto dei cristiani contro i musulmani, Martim Moniz tenne aperta la porta con il suo proprio corpo, che venne schiacciato tra i due battenti. La sua storia è raccontata sulle pareti della stazione della metro, stilizzata e in marmo colorato. Ma caro Martim, mi dispiace aggiornarti: la crociata non è mai stata vinta…

Ironia della sorte: oggi Martim Moniz è, per eccellenza, uno dei quartieri di Lisbona interamente colonizzato dagli immigrati: cinesi, indiani, bengalesi, pakistani, africani. I Mori abitano qui!

Ci sono quattro o cinque imperi commerciali cinesi, mega store che imitano quelli occidentali ma impregnati di quell’odore (petrolio fatto plastica) con cui sono colati il 99% degli articoli. Fuori, ci sono furgoni in perenne stazionamento e pile di scatoloni in attesa di essere immagazzinati. Non si capisce qual è l’entrata, quale il retrobottega. Poi bazar indiani in ogni dove, negozi di souvenir (galletti di barceló, ovviamente made in china), doner kebab e piccoli covi dove è possibile farsi fare tatuaggi, treccine giamaicane o massaggi tailandesi.

La piazzetta è sempre piena di rifiuti e la maggior parte degli edifici ha almeno una parete pericolante o una finestra dagli infissi arrugginiti.

In più, come non bastasse, vicino alla fermata dell’autobus la municipalità di Lisbona ha ben pensato di mettere una casetta con il cibo per i piccioni. Puntuale ogni mattina, una folla di volatili attende la distribuzione dei viveri e si assiepa intorno e –pericolosamente- sopra di te, che impaziente aspetti l’autobus e temi ti arrivi qualcosa dall’alto (Shit, happens!).

Ma tutto parte dal basso…

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