Fare i puzzle è un bel casino.

Pezzi dappertutto: si confondono, ma sono tutti diversi e farne combaciare anche solo due è un’impresa. Non si distingue nemmeno l’ombra di quello che sarà la figura finale.

Si comincia dai bordi, scegliendo i pezzi lisci da un lato e così si fa la cornice.

Ci vuole pazienza, ci vuole tanta pazienza e si manderebbe tutto all’aria. A volte lo si fa.

Altre volte si è talmente convinti che due tessere possano combaciare che si forza l’incastro: ma se non va, non va. Punto. E ci si prende una pausa. Ci si rinuncia per un po’. Ci si convince che è inutile, magari i pezzi non ci sono nemmeno tutti.

E poi all’improvviso succede.

I pezzi cominciano a essere più riconoscibili, con un colpo d’occhio si trovano le combinazioni e, come per una strana legge dell’entropia cosmica, il caos comincia ad assumere una forma. I vuoti trovano i pieni e i pezzi si mettono a posto. Non tutti, ma molti.

Si ha la sensazione che i molti tentatavi siano stati necessari e indispensabili per avvicinarsi alla soluzione. Si trova una giustificazione ai buchi, che improvvisamente si colmano.

Si trova un filo di senso, ma misteriosamente.

I pezzi fondamentali erano sotto gli occhi, ma nella confusione risultavano indistinguibili.

Ci si stupisce dell’ovvietà, sorridendo si butta un’occhiata alla figura che va formandosi e si pesca un altro pezzetto dal mucchio, rigirandolo tra le dita.

my puzzle

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