Il cellulare e i primi sms, poi internet, e-mail, chat, Messenger, Skype, Facebook, WhatsApp.

Ad ogni evoluzione dei sistemi per comunicare, ci sembrano subito spalancate le infinite possibilità di raggiungere chiunque e con maggior facilità. I cugini australiani, l’amica dell’asilo, il vicino di ombrellone di dieci vacanze fa. In parte è vero, ma passata l’eccitazione della novità, alla fine ci si accorge che le persone con cui ci si sente più spesso sono più o meno sempre le stesse e che chi non ci rispondeva per sms, ora non lo fa neanche su WhatsApp, anche se vediamo che ha visualizzato il messaggio (sistema infernale).

Sono sempre più convinta che è la volontà a determinare la buona riuscita o meno di una comunicazione. Se una delle due parti ne è sprovvista, qualcosa non va per il verso giusto.

Se anni indietro si decideva di inviare una lettera, la motivazione e la volontà dovevano essere altissime: il tempo per pensarla e scriverla a mano (o dettarla), imbustarla, affrancarla, spedirla e attendere. Andava messa in conto anche la possibilità che andasse smarrita e non arrivasse a destinazione. Eppure si scrivevano milioni di lettere nonostante questo rischio.

Oggi il rischio che non arrivi un messaggio è ridottissimo e lo sforzo di volontà per inviarlo è molto minore di un tempo. Di sicuro ne abbiamo guadagnato in praticità e velocità, ma è diminuita quella dose di volontà che ci faceva comunicare meno, con buone dosi di attesa, ma più efficacemente. Forse era proprio l’attesa, che poi innescava il desiderio, ad essere la chiave dell’efficacia.

Non c’è ancora un’applicazione per la volontà, quella – ahimè – la dobbiamo trovare in noi!

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