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 A Gabriele piacevano gli alberi, c’erano giorni in cui li avrebbe abbracciati uno ad uno, accarezzando la corteccia e posando un orecchio sul tronco per sentire se sussurravano qualcosa. Non amava solo quelli del suo giardino, ma anche tutti gli alberi del quartiere, del paese, – pensava addirittura – del mondo intero. I latifoglie e i sempreverde, le palme e gli abeti. Amava gli alberi in ogni stagione perché era come se cambiassero vestito per intonarsi con il clima: in primavera c’erano le gemme, i fiori e le prime foglie verdi, in estate le chiome folte, in autunno le foglie colorate, in inverno i ricami della brina sui rami.

  L’unico periodo dell’anno in cui non gli piacevano le trasformazioni che subivano gli alberi era il  Natale. E non era certo per colpa della natura.

Già a fine novembre comparivano i primi ostaggi: alberi e cespugli costretti in doppie file di lampadine intermittenti; chiome ingabbiate in cordoni luminosi e rami piegati sotto il peso  di stelle comete fosforescenti.  Semplicemente insopportabile.

Il Natale era il terrore per ogni albero, tranne ovviamente per quelli di plastica.

  Gabriele non capiva perché i Giorgetti, i suoi vicini di casa, si ostinassero ogni anno in quella tortura: avevano inventato apposta gli abeti finti per durare a lungo e non tormentare quelli vivi, e loro, no, che continuavano a trasformare il giardino in un lunapark natalizio, alle spese degli alberi – quelli veri.

La magnolia era avvolta in una spirale pulsante di luci azzurrine e bianche, il vecchio acero aveva i rami zavorrati da globi di plastica multicolore e infine la siepe era appesantita da un’orrenda insegna rossa di Buone Feste con alcune stelline gialle impazzite. Dulcis in fundo: un babbo natale meccanico saliva e scendeva il tronco di una palma, come una scimmietta.

  Gabriele guardava il lunapark natalizio dalla finestra della sua camera e ogni notte sperava che tagliassero la corrente ai Giorgetti. Solo perché avevano il lunapark natalizio pensavano di meritarsi di più il Natale?

  Lui aveva solo un piccolo abete, rigorosamente di plastica, decorato con le formine di pasta di sale che aveva fatto con la mamma, e dei fiocchi rossi recuperati dai pacchetti di altri anni. E poche luci, gialle, che spegneva prima di andare a letto.

  Avrebbe preferito una Natale buio e silenzioso, ma con degli alberi liberi.

Fu così che quella vigilia di Natale decise di far saltare le luci a tutto il quartiere.

La centralina era a un centinaio di metri dopo l’ultima casa della via, dietro alcuni  cespugli. Lo sapeva perché il nonno, ex elettricista, un giorno l’aveva portato con sé per riparare un guasto.

Frugò nei cassetti e negli armadietti dell’entrata, alla fine trovò il mazzo di chiavi nella cassetta degli attrezzi del nonno: erano tutte identiche, tranne che per piccole etichette numerate.

Provarle tutte era l’unico modo per sapere se una di loro fosse la chiave giusta.

  Gabriele si mise la giacca a vento e i guanti, prese la bicicletta raggiunse l’ultima casa del quartiere. Erano le quattro, ma il sole stava già per calare. Prima che scomparisse la luce si mise a provare ad una ad una le chiavi: fece sei tentativi poi si accorse che sullo sportello della centralina c’era un adesivo con il numero 8.

Provò la chiave corrispondente e la porta si aprì. Grande!

Comparirono davanti a lui file di levette nere, una rotella dentata e un groviglio di fili rossi, gialli, verdi e neri. Poi, in basso, c’era una grossa scatola grigia con un’unica levetta: accanto c’era scritto, a lettere maiuscole, GENERALE.

Gabriele sapeva che le scritte in maiuscolo erano per le cose più importanti, come i titoli e le insegne dei negozi: erano parole che dovevano essere lette più forte delle altre. Anche Natale si scriveva con la lettera maiuscola, ma lui se lo scordava sempre.

Non sapeva bene cosa sarebbe successo se avesse abbassato la levetta GENERALE, ma di sicuro sarebbe stata una cosa degna di una scritta in maiuscolo, una cosa in grande.

Come il Natale.

  Chiuse lo sportello e decise di aspettare il buio più fitto. Con il passare dei minuti cominciarono ad accendersi le luci nelle case e le luminarie nei giardini, il presepio di plexiglass del sindaco, il balcone lampeggiante della signora Beneventi e anche il lunapark dei Giorgetti. Gabriele guardava gli alberi con i rami tristi che lo imploravano dai giardini.

– Salvaci! non ce la faccio più – pareva lo supplicasse un cespuglio di agrifoglio costretto in  centinaia di led argentati.

  Gabriele si scaldava le mani con il fiato, in attesa di prendere coraggio.

Rigirò tra le dita ghiacciate la chiavetta numero 8 e aprì lo sportello, contò fino a tre, chiuse gli occhi e poi abbassò il GENERALE.

Con gli occhi ancora chiusi sentì un puff, grande e piccolo allo stesso tempo.

Quando li riaprì tutto il quartiere era al buio: le uniche luci erano i fanali di un’auto che stava accostando e l’alone della luna.

Meraviglioso!

  Chiuse la centralina e tornò verso casa, facendo scrocchiare la dinamo della bicicletta.

La gente, colta alla sprovvista, aveva cominciato ad agitarsi chiedendosi cosa fosse successo: chi cercava a tentoni la torcia nel ripostiglio, chi con il cellulare si faceva luce per trovare le candele, chi, rischiarato dalle luci d’emergenza, guardava se anche i vicini erano al buio.

Gabriele si godeva l’oscurità pedalando verso casa.

 Il cancello automatico non si poteva aprire e dovette scavalcare il muretto per entrare.

La mamma prese un colpo quando lo intravide nella penombra dell’ingresso.

– E tu da dove arrivi? Hai visto che siamo senza corrente?!

– Ehm, sì…sono andato a vedere se anche i nonni sono senza luce – farfugliò Gabriele.

– Vai a controllare tua sorella, io sto cercando le candele! Sai che ha paura del buio, dovrebbe essere in camera sua!

  Gabriele salì le scale e dalla vetrata ammirò l’oscurità. BUIO GENERALE, maiuscolo.

Controllò che Viola fosse tranquilla (si era nascosta sotto il piumone e schiacciava il pancino luminoso del suo orsacchiotto) e uscì sul retro: doveva andare a liberare almeno gli alberi dei vicini approfittando del blackout.

  Scavalcò la recinzione e si trovò dall’altra parte: al buio il lunapark gli sembrava ancora più grande. Si avvicinò alla magnolia staccò la presa e cominciò a tirare il filo delle lampadine aggrovigliandolo in una matassa informe. Poi si arrampicò sull’acero e svolse la spirale di lanternette. Liberò la siepe dall’insegna e la buttò sul prato. Infine staccò dalla palma il babbo natale arrampicatore. L’idea era quella di fare una bel groviglio luminoso al centro del giardino, collegarlo alle prese,  e poi far ripartire la corrente.

  Ma quando Gabriele raggiunse ansimando la centralina si accorse che qualcuno l’aveva preceduto:  il signor Ezio stava armeggiando con la serratura per aprirla.

Indietreggiò in silenzio e mise una mano in tasca: il mazzo di chiavi non c’era più.

Sentì il panico rammollirgli le ginocchia e seccargli la bocca. Con quel buio sarebbe stato impossibile ritrovarle prima di mattina.

  Nel frattempo la gente aveva cominciato a scendere in strada non sapendo bene cosa fare.

La signora Aziz stava domandando qualcosa alla moglie del sindaco e la vecchia Beneventi distribuiva i lumini della parrocchia a chi non aveva le candele.

– C’è stato un blackout! – urlò nell’aria fredda il nonno di Gabriele.

– Per forza, con tutte queste luci accese…- gli fece eco la nonna.

– Sarà stato un sovraccarico – aggiunse qualcun altro nel buio.

– Ma non c’è nessuno che riesce a dare una controllata alla centralina?

– Giovanni, tu non hai le chiavi? – disse la nonna al nonno.

–  Eh, dovrei averle nella cassetta degli attrezzi, ma qualcuno deve farmi luce con la pila! –

 Ovviamente il nonno non trovò le chiavi e maledì la sua scarsa memoria.

  Gabriele nel frattempo era ritornato a casa e senza farsi vedere si era rintanato in camera sua: la mamma aveva riempito la casa di mozziconi di candela e sua sorella si era addormentata sotto le coperte.  L’aveva combinata grossa, maiuscola per dirla a modo suo, e prima o poi lo avrebbero scoperto. Non sapeva cosa fare almeno fino a che non ci fosse stata abbastanza luce per ripercorrere i suoi passi e rintracciare le chiavi.

Era un piano perfetto, se solo non ci fosse stato questo imprevisto! Accidenti a lui!

Nel frattempo la strada si era animata, un gruppetto di persone parlava illuminata dai cellulari, mentre il signor Ezio, rischiarato dalla lampadina da testa, armeggiava ancora con la serratura della centralina.

  Gabriele osservava le piccole luci delle candele tremare in mano alle persone e pensò che era la vigilia di Natale, tutto era buio ed era per colpa sua. I Giogetti, i proprietari del lunapark, erano gli unici a non essere ancora scesi in strada. Forse non erano nemmeno in casa.

Bello scherzo aveva fatto!

  Si stava per mettere a piangere quando la mamma lo chiamò dal piano terra.

– Vestiti e andiamo a raggiungere i nonni! – le ordinò porgendogli la giacca a vento con una mano e assicurando la torcia nell’altra.

  Gabriele ubbidì, sfruttando la maschera del buio: alla luce non l’avrebbe fatta franca con sua madre. Dopotutto l’oscurità aveva dei vantaggi.

Uscirono di casa, in strada si erano radunati quasi tutti gli abitanti del quartiere: non c’era programma televisivo o computer a tenerli occupati, gli elettrodomestici erano fermi e anche il forno elettrico con il cappone per il giorno dopo si stava raffreddando.

– Che cosa facciamo? – si chiedevano in molti guardandosi perplessi.

Qualcuno aveva tentato di chiamare l’impiegato comunale e il numero verde della società elettrica…ma era la vigilia di Natale e nessuno rispondeva.

  Non si capì bene da dove partì l’idea, forse dal piccolo Luca, per scherzo, o dal signor Giovanni, fatto sta che si diffuse la proposta di fare un falò con la legna secca che ognuno aveva in casa: si sarebbe cucinato della carne sul fuoco, arrostito le patate e preparato il vino caldo e panettone per tutti, grandi e piccoli, in attesa che tornasse la corrente.

  Gabriele non sapeva cosa dire, ma sentiva che qualcosa lo avrebbe salvato.

Ognuno portò quello che aveva e ben presto tutti si radunarono attorno al falò allestito nel piazzale dei De Luca, il più grande della via. La gente si avvicinava al fuoco per scaldarsi e le fiamme illuminavano i volti.  I compaesani sembravano sorpresi di vedere le facce di sempre sotto una luce diversa e ridevano della disavventura comune.

  Gabriele era silenzioso e se ne stava in disparte rimestando il fuoco con un bastoncino.

Forse il blackout non era così male e forse nessuno ce l’avrebbe avuta con lui, a parte i proprietari del lunapark, ovvio. Forse a volte si stava bene con la luce spenta: era come se le persone, illuminate dal fuoco, sembrassero più umane, perfino il sindaco.

  La vigilia al buio durò fino a notte inoltrata e ci si salutò con gli auguri di mezzanotte.

Gabriele tanto era esausto che si addormentò con vestiti addosso e un odore di legna affumicata sotto il naso.

  La mattina di Natale si alzò presto e corse fuori a dare una controllata alla situazione. Dalla recinzione sbirciò nel giardino dei vicini: c’era ancora il suo groviglio di luci spente e il babbo natale seduto sopra, ma nessuno pareva averlo notato. Per terra, accanto alla rete che divideva le due proprietà, c’era un mazzo di chiavi.

– Cosa fai lì fuori? – gli chiese la mamma dalla finestra – Lo sai che i vicini sono andati una settimana in montagna!

 Gabriele guardò la mamma con aria interrogativa.

– Peccato, si sono persi una bella vigilia di Natale! – disse sorridendo tra sé.

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