1.soffioni
Illustrazione di Federica Sgambaro

In un campo di soffioni, un giorno di primavera, si alzò il vento.  Era un vento forte e deciso che spettinava l’erba e correva fino al paese facendo sbattere i balconi. Le teste vaporose del taràssaco si inchinavano insieme al ritmo dei soffi.

– Che seccatura questo vento! è buono solo per gli aquiloni! – protestava un vecchio in bicicletta schiacciandosi il cappello sulla testa.

Poi arrivò una folata più forte delle altre, ma solo un po’. Una scia di semi aggrappati ai loro piccoli paracaduti pelosi si alzò dai soffioni.

– Che noia questo vento! mi fa impazzire e girare intorno come queste girandole! – diceva lo spazzino rincorrendo una cartaccia con la sua scopa.

La scia di semi col paracadute volteggiava seguendo i capricci del vento, faceva strani disegni in aria, sfiorava il terreno e poi riprendeva quota.

– Non ne posso più di questo vento! Aggroviglia il bucato steso ad asciugare! – sbuffava una signora indaffarata alle prese con i fili della biancheria.

I semi continuavano diligenti il viaggio lasciandosi trasportare: abbandonarono  la collina, scavalcarono il pendio e proseguirono la corsa per la pianura tutta uguale.

– Maledizione! Questo vento mi scompiglia la messa in piega! – si lamentava una signorina appena uscita dal parrucchiere.

Il vento soffiava, ma cominciava a perdere potenza. I semi erano stanchi e i paracaduti cominciarono a planare.

Si erano spinti fino alla città e tra gli edifici alti il vento si rompeva in mille spifferi.

– Che arietta! – disse divertito un bambino osservando dalla finestra del quarto piano la sua bandierina segnavento girare su se stessa.

I semi si persero nel caos della città, atterrarono uno a uno, leggeri: qualcuno finì in mezzo alla strada soffocato dai fumi di un autobus, un altro si infilò nella finestra di una scuola e la bidella lo raccolse con il resto della polvere, la maggior parte si disperse sui marciapiedi, pestata dai passanti. Solo un seme continuò la sua corsa, ma nessuno lo notò.

O forse se ne accorse solo il signor M.  – che era allergico ai pollini – e appena vide quel coso peloso ondeggiare davanti al suo naso, cacciò uno starnuto così forte da spedire il piccolo seme fuori dal finestrino della sua auto.

Il seme riprese a volteggiare sfruttando la corrente, ora favorevole, ora meno.

Un piccione gli tagliò la strada mentre stava risalendo, ma poi un’aria musicale che usciva dal balcone del maestro Trombetta, lo trasportò in alto ancora po’. Il piccolo seme si aggrappò alla codina di un sol e proseguì il suo viaggio lasciandosi condurre dalla musica tra i palazzi.

Quella melodia lo rese pensieroso: era un po’ stanco di vagare ed era rimasto solo.

Cominciò a chiedersi se quel girovagare solitario avesse ancora un senso.

Fu proprio allora che un aereo di carta incrociò la sua traiettoria incostante e gli diede un passaggio fino a farlo atterrare dritto dritto sul vaso di un terrazzo. Nessuno si accorse di lui, di sicuro non Mattia che continuò a fabbricare aerei di carta da lanciare sul terrazzo dei nuovi vicini. C’era una bambina così carina che lo guardava dalla finestra.

Poi in città arrivò l’estate: era umida e appiccicosa, qualcuno rimpiangeva il vento primaverile mentre faceva la fila per comprare il condizionatore e usava vecchi depliant pubblicitari per  sventolarsi. Ma del vento, ora, nemmeno un soffio.

Ricomparve qualche volta accompagnando nuvole scure, cariche d’acqua, facendo sbattere le porte e ondeggiare le insegne dei negozi.

E poi giunse l’autunno con le piogge fitte e le notti di nebbia. Il vento diventò freddo, così irriconoscibile, portò la neve e le gelate, anche sul balcone dove era atterrato il seme. Da un po’ si era nascosto sotto terra senza dare nell’occhio: dormiva e aveva smesso di farsi domande.

Poi con la primavera tornò il vento buono e  leggero. Asciugò le pozzanghere e riscaldò la terra.

Una mattina di sole, Camilla uscì sul terrazzino per fare le bolle di sapone: soffiò troppo forte e una grossa goccia le cadde sui piedi. Abbassò lo sguardo. Si accorse che una fila di formiche rigava le piastrelle del pavimento e che sul vaso delle primule della mamma era nato un bellissimo fiore giallo. Era diverso dagli altri, assomigliava a un piccolo sole!

– Chissà da dove è venuto! – si chiese Camilla soffiando un’altra bolla verso il terrazzo di Mattia.

Qualche tempo dopo, la mamma le chiese di innaffiare le piante sul terrazzo e la bambina,  cercando il fiore giallo, non lo vide più. Al suo posto era spuntato un soffione soffice che dondolava sospinto dall’aria. Camilla non seppe resistere, chiuse gli occhi e ci soffiò sopra: una scia di piccoli semi col paracadute presero il volo in gruppo, lasciando il balcone.

– Che desiderio hai espresso? – le chiese la mamma.

– Vorrei…vorrei…che questa città si riempisse di tanti bellissimi fiori gialli! Penso che il vento…mi potrà aiutare! – esclamò Camilla seguendo con lo sguardo i piccoli semi volteggiare nell’aria.

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