Io non voglio dare alla Nutella il mio nome. E neanche alla Coca-cola.

Ruffiana è  la logica di mercato che muove ultimamente le grandi marche: hanno passato gli ultimi decenni a bersagliarci di messaggi in cui il marchio era tutto, con il risultato di massificare i consumi attorno a determinati prodotti che erano incarnati in un marchio preciso, riconoscibile tra milioni di altri non-originali. Il prodotto era il marchio.

Adesso il marchio non basta più, ha bisogno di noi (oltre che dei nostri soldi). Vuole il nostro nome.

Il mio, il tuo, quello del tuo vicino di autobus, del tuo dirimpettaio, di tuo figlio.

Il prodotto è  ancora il marchio, ma stavolta si è messo un’etichetta con il nostro nome.

Noi siamo, alla lettera, quello che consumiamo, il nostro nome diventa il surrogato temporaneo di un marchio – che è ancora più subdolamente riconoscibile.

Non vedo più umanità nei prodotti se sull’etichetta c’è scritto Stefano o Anna.

Anzi vedo più merce nei nomi, ancora più omologazione nella vita delle persone.

Mi piace molto quando si danno i nomi agli oggetti della vita quotidiana (specialmente alle bici, alle imbarcazioni, alle automobili) ma che sono i loro nomi, mica i nostri.

Non sarà certo una trovata pubblicitaria a sminuire le nostre personalità, per carità, ma se fa così colpo ciò la dice lunga su quello che ci manca (e in cui falliamo paradossalmente ancora una volta): essere unici, dopo che per troppo tempo siamo stati considerati troppo uguali.

E poi nessuno dirà mai “passami Stefano, per favore” intendendo il vaso di Nutella…

nutella

 

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