A Berlino ho conosciuto un ragazzo che girava sempre scalzo. Camminava con la stessa disinvoltura sulla moquette di casa come sulla banchina della metro o sul marciapiede sudicio.

Era una sorta di piccolo principe biondo, vegano e probabilmente ateo. Parlava poco, solo se interpellato, per il resto rimaneva chiuso in un alone di francescanità insondabile.

Tanto la sua faccia era pulita quanto le suole dei suoi piedi erano nere e inspessite dall’abitudine.

La sera in cui siamo usciti tutti a bere qualcosa mi sono permessa di fargli qualche domanda in più. Riuscii a carpire poche altre informazioni: non si metteva le scarpe dal giorno del suo diploma, un anno o giù di lì, non le aveva mai rimpiante, non si era mai ammalato o  infettato e quanto alle ragioni aveva accennato a una non ben definita scelta di principio che non ho mai capito. Tutto il tempo mi sono sentita a disagio, mentre lui era tranquillissimo. Non sapevo se dover giustificare il fatto che per me era naturale portare le scarpe per la maggior parte dei casi, se ammettere che ci fosse in lui un briciolo di pazzia naturista o se invidiare la sua libertà. Poi ho pensato che era perfetto così, un personaggio fatto e finito come solo la realtà sa regalare. Facevo fatica a parlargli senza guardagli i piedi. Dedussi che per poter sopravvivere alla giungla urbana camminasse quel tanto che bastava sospeso da terra, un paio di centimetri. Come i pazzi e i poeti.

In un mondo fatto sempre meno per potervi camminare scalzi, in quel contesto, non avere le scarpe era l’atto più sovversivo che avessi visto in vita mia. Chissà se Jann oggi è tornato nel suo piccolo pianeta…di certo non era troppo terreno.

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