BARBA DI COTONE

WINTER

Di solito non sento molto la leggerezza dello spirito natalizio, troppe cose gli sono state costruite attorno e lo schiacciano a terra, non danza più nell’aria. È zavorrato da abeti di plastica e depliant di giocattoli in promozione. Ma c’è un Natale, tra tutti, che ricordo sempre con tenerezza e che, nonostante tutto, mi fa credere ancora a quell’atmosfera.

Novembre 1991

Il calendario dell’avvento aveva ancora tutte le finestrelle chiuse, gli alberi diverse foglie gialle appese ai rami, l’aria ancora tiepida, eppure quell’anno, il Natale si preannunciava già.

Era in anticipo e rigato di lacrime, amare.

Mio fratello Sebastiano, otto anni, era rimasto l’unico in famiglia a sostenere ancora l’esistenza di Babbo Natale. Io, che di anni ne avevo quattordici, e mio fratello Paolo, il più grande, sedici e mezzo, avevamo già smascherato il mistero, digerito la delusione, elaborato il lutto ed eravamo entrati da un po’ nella tristissima età del disincanto natalizio. Che non conosce ritorno, purtroppo.

Però continuavamo a incoraggiare la messinscena natalizia per rispetto dei suoi otto anni e per fingerci ancora bambini. Ma come ogni infanzia, prima o poi, anche la sua sarebbe finita.

Era questione di giorni, forse di ore.

Tutto era cominciato a causa della scuola.

– Devo fare una ricerca di scienze – mi aveva detto Seba, sventolando il quaderno con la copertina verde. – Devo scegliere un animale, uno che mi piace, e poi spiegare come è fatto e dove vive, cosa mangia, come cresce i piccoli…

– E che animale hai scelto?

– Pensavo alla renna o al formichiere…cosa mi consigli?

– La renna mi sembra più carina…

– Sì, anche a me…ti ricordi quel cartone di Rudolph  la renna, quello di ogni Natale?

– Ah sì, la renna con il naso rosso luminoso…che aiutava Babbo Natale.

Fu così, copiando una banale ricerchina scolastica dai volumi dell’enciclopedia, studiando le abitudini e la conformazione fisica delle renne, che in Seba cominciò a instillarsi il dubbio.

Cadde il palco della renna e anche quello di Babbo Natale.

Deve aver cominciato a mettere in discussione una serie di cose, fino ad allora considerate verità inconfutabili, che come un castello di carte franarono l’una sull’altra.

Dapprima dubitò che le renne potessero volare, trasportando una slitta carica di doni per tutti i bambini del pianeta e per di più condotta da un vecchio barbuto, in sovrappeso. Quindi Babbo Natale non poteva servirsi delle renne come mezzo di trasporto veloce. Ma allora, se non poteva volare, e non aveva renne magiche, come faceva a consegnare miliardi di regali in tempo, in una sola notte? E infine Seba, secondo una catena inevitabile di interrogativi, doveva essere giunto alla fatidica questione: chi era davvero Babbo Natale?

Quello stesso pomeriggio, sul divano, dopo la ricerca, aveva cominciato a tormentare me e Paolo con un sacco di domande:

–  Ma voi lo sapete in che lingua parla babbo Natale?

Risposta: In lappone, no?!

– E come fa a capire tutte le lettere dei bambini del mondo?

Risposta: ha dei folletti provenienti da vari paesi che lo aiutano e gli traducono le lettere in lappone.

– Come mai i biglietti con i nomi che distinguono i regali, hanno sempre la scrittura della mamma? Anche se un po’ tremolante?

Risposta: sei sicuro? A me non pare.

– Ma Babbo Natale li va comprare i regali? Dove? Ho trovato la scatola del meccano dell’anno scorso…si è dimenticato di togliere il prezzo, era dell’Upim.

Risposta: ehm, ehm…si vede che era rimasto a corto di meccani e sarà andato a comprarne uno in tutta velocità prima di venire a casa nostra.

– Humm, non è molto serio da parte sua. Ma voi, che andate a letto sempre più tardi di me, l’avete mai visto? Magari di nascosto?

Risposta: Io no, non si può…tu, Paolo?

– Nemmeno io, mi hanno detto che se resti sveglio ad aspettarlo, lui non ti lascia i regali.

È come Dio, c’è ma non si vede.

Era evidente che più le domande si facevano particolari, più le nostre risposte si dimostravano generali e Seba, che avrà avuto otto anni, ma non era mica scemo, cominciava a sentire puzza di bugie. Storse il naso, raccolse i suoi quaderni dal tavolo e sparì in camera sua fino all’ora di cena.

Alle sette e mezza la minestra fumava dentro i nostri piatti. Cominciammo a mangiare, tutti, tranne Seba che aveva scostato il piatto e incrociato le braccia sopra la tovaglia.

–         Cosa ti prende? – disse la mamma.

–         Non mangio.

–         Perché? Non hai fame?

–         Non mangio perché sono arrabbiato.

–         Cosa è successo? Hai litigato ancora con tuo cugino?

–         No, non mangio perché sono arrabbiato perché voi mi avete raccontato una grande bugia…per un sacco di anni!

–         Ah sì, quale sarebbe? – intervenne papà

–         Babbo Natale non esiste! – gridò stringendo la rabbia tra i pugni.

–         Come ti è venuto in mente? Tutto d’un tratto? – gli fece eco la mamma.

–         Ci ho pensato tutto il pomeriggio e alla fine ho capito che siete dei bugiardi!

–         È normale, è perché stai diventando grande…

–         Non mi interessa diventare grande! Voi dite che non bisogna dire le bugie, che la tv racconta frottole e poi siete voi i primi a spararle più grosse!

–         Sebastiano, per piacere, stai composto, calmati e mangia la minestra, che si sta raffreddando.

–         No! Non mangerò fino a Natale, compreso.

–         Stai scherzando?

–         No! – e allontanò il piatto da sé.

–         Ma manca quasi un mese a Natale!

–         Non mi interessa.

L’aveva presa male, era inevitabile, ma forse anche peggio del previsto. Io e Paolo ci scambiammo occhiate imbarazzate e piene di interrogativi per tutta la cena, senza sapere bene cosa dire. Sebastiano scostò la sedia e uscì dalla cucina, rifugiandosi  di nuovo in camera sua.

Tentai di richiamarlo, ma era diventato sordo. Sordo e disubbidiente, non voleva saperne di aprire la porta.

Così dopo un’ora, gli infilai un bigliettino da sotto: Apri, voglio parlarti. Ho in mente un piano.

Più per stanchezza che per convinzione, credo, mi fece entrare, asciugandosi gli occhi con la manica del maglione. Sopra il suo letto c’era la scatola del meccano ricevuto il Natale precedente, fatta a pezzi.

–         Anche tu e Paolo mi avete detto delle bugie… – singhiozzò.

–         È vero, ma perché era così bello vedere che ci credevi ancora…e noi no.

–         Ma allora siete voi a farmi  i regali?

–         Beh, non proprio…

–         È la mamma?

–         Beh, ecco, diciamo che…

–         Va bene, ho capito tutto. Vi odio.

–         Senti, capita a tutti di scoprirlo, prima o poi…

–         Uffa…non voglio, non volevo – dando un calcio al comodino.

–         Ma pensi davvero di fare lo sciopero della fame fino a Natale? Non mi sembra una buona idea e di certo non cambierà le cose…

Seba mi  guardò senza dire nulla, serio e improvvisamente grande.

–         Non lo so. Beh allora, cos’è questo piano?

–         Te lo dico, solo se mi prometti che domani mangi come al solito.

–         Humm,vedremo…

–         Pensavo che potremmo fare una sorpresa a tutti, questo Natale, ma tu mi devi aiutare. Vedi, quando finisci di credere a Babbo Natale, dopo la tristezza, scopri che è finalmente arrivato il tuo momento…per la prima volta, puoi fare tu i regali agli altri!

–         E allora? Che sorpresa è?!

–         Perché non ti vesti tu da Babbo Natale quest’anno e consegni i regali alla famiglia?

–         Ma…ma…ma io non ho la barba!

–         La faremo con un po’ di cotone.

–         E io…non so dove trovare i regali che prepara la mamma. E non ho il vestito rosso!

–         Non ti preoccupare, per quello ti aiuto io…allora, ci stai?

–         Ci penserò – disse Seba leccandosi il moccio.

–         Hai meno di un mese per pensarci…Rudolph!

Accennò un sorriso e tanto mi bastò per rassicurarmi e uscire dalla sua cameretta.

Quello fu il primo Natale in cui c’era più nessun piccolo in famiglia a credere a Babbo Natale e alle renne volanti. Eravamo diventati tutti grandi, Babbo Natale era un’invenzione dei genitori e le renne dei cervidi della tundra presi a prestito durante le feste.

Eppure quello fu il primo Natale in cui un ometto di un metro e venti, trascinando il vecchio paltò rosso della zia, e sistemandosi di continuo la barba di cotone, ci svegliò a uno a uno il mattino del 25 dicembre, lasciandoci un pacchetto sul comodino.

Mio fratello Sebastiano si veste ancora da Babbo Natale, ogni anno: l’ha fatto per noi, poi per i bambini del quartiere, infine per i miei figli e quelli di Paolo, e scommetto lo farà presto anche per i suoi.

 – Ho cominciato a credere di nuovo a Babbo Natale, il giorno in cui mi hai fatto capire che era un’invenzione, di quelle  buone – mi ha confessato quest’anno, facendomi gli auguri.

BUONE FESTE!

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