Caro timido alto, che eri in quarta fila,
sei la prima persona che la mia mente abbia mai associato a un cuore.

Ti sbiadisci in foto di compleanno in cui ci sono torte con poche candeline e  i bicchieri di plastica hanno il nome scritto a pennarello.

Ti perdi in ricordi di bambini, troppo ingenui per vederci qualcos’altro che non fosse un cuore.

Ci avevo messo un pomeriggio intero a disegnarlo, grande e fucsia, sul retro del cartoncino delle calze della mamma. Le nostre iniziali erano di un bel verde speranza, che si sa, è sempre l’ultima a morire. Poi l’avevo nascosto sotto al letto, troppo vergognosa per farmi scoprire con il cuore in vista, a sette anni. Ogni notte lo guardavo prima di dormire e poi lo rificcavo sotto.

Mi ero giurata, una sera di maggio, che prima che finisse la scuola, ti avrei dato il mio cuore fucsia. Ma in classe si diceva che ci fosse un’altra, prima di me. Lei non era una cima, ma ti aveva scritto una lettera, piena di cancellature, e tu eri arrossito dicendo che non te ne fregava niente.
Ti piacevano gli aerei ed eri bravo in matematica.

Alla fine il cuore non te l’ho più dato, non lo trovo più, nemmeno nella scatola dei cimeli. Ma me lo ricordo come se l’avessi fatto ieri. Con i pennarelli a doppia punta.

Ho scoperto, molto tempo dopo, che anche tu avevi un debole per me.

Che peccato, perdere le occasioni già da bambini. Senza sapere cos’è un’occasione.

Se ti avessi dato il cuore fucsia di cartoncino saresti stato il primo.
Tornare indietro non si può. L’amore bambino non funziona fuori dal suo tempo, troppa vita gli è caduta addosso. E noi siamo distanti, non siamo mai stati vicini di banco, in fondo.
Eppure, anche se non te l’ho dato, sei rimasto il primo.
Perché ti ricordo.

Con affetto,
La più bassa della classe (sempre in prima fila)

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