Caro figlio di Lete,

la tua è una maledizione silenziosa di cui non so darmi ragione,  mi condanni ad annegare nell’oblio, ad essere dimenticata, ingoiata nella nebbia del passato, anche se non molto lontano.

Vorrei non essere sparita del tutto, aver lasciato una traccia, anche  minuscola. Mi aggrappo ai dettagli: va bene anche nascosta nell’etichetta del budino, camuffata nella pubblicità di un ristorante italiano, infiltrata nelle note di una canzone sentita per caso alla radio, tra le pagine del libro di un bambino che attende di entrare nello studio del dentista. Il tuo stesso dentista. Che ti farà soffrire, almeno lui.

Sarà perché io non riesco a farlo, invidio la tua capacità a dimenticarmi.

Non so se i pensieri hanno il potere di farsi sentire, impercettibilmente, da chi è pensato. O scivolano via, mescolandosi al tempo.

Dovresti sentire, che ne so, un formicolio, almeno. Più intenso nei giorni di pioggia, durante i viaggi in macchina solitari e al tramonto.

Dovremmo istituire una  nostra personale giornata della memoria, in cui ognuno ricorda, anche per poco, tutte le persone che sono entrate nella propria vita e poi, in punta dei piedi, se ne sono andate. O, con una scusa, sono state invitate a mettersi da parte.

Avrei così il mio formicolio, per un giorno.

Che ne pensi?

In fondo, nella cronologia della tua memoria, sono stata tua.

Un abbraccio evanescente,

Eunoè                                 (che tenta di ricordare solo il bene)

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