Muri. Di calcestruzzo, crollati, dipinti, venduti, pieni di crepe, grigi, con il filo spinato, colorati, griffati, con l’erba in cima, che non ci sono più, rimasti, souvenir, scritti, di memorie, con croci, come croci.
Moniti monolitici, detriti politici.
Berlino è la città del muro, il muro, o quel che ne resta.

Pare incredibile che una città di tale dignità e civiltà potesse essere tagliata in due da un muro, uno stupidissimo muro alto tre metri. Una trovata così primitiva, così miope, così provinciale, da vicini biliosi che mal si sopportano.
Quel che ne resta sono brandelli diventati cimeli, diventati pareti per murales e schegge allegate alle cartoline o vendute un tanto al metro quadro.
Mi sono chiesta come Berlino sia potuta risorgere dalle sue ceneri così tante volte da sembrare ora quasi impossibile da scalfire.
Una fenice di diamante, dura e brillante.

Ha la fierezza bruciante di chi non ha nulla da nascondere, di chi è riuscito a rifarsi da sé e  soprattutto di chi ha saputo fare delle macerie di guerra materiale da costruzione, delle vergogne musei alla memoria, dei quartieri collezioni di umanità e dei muri macerie per nuova arte.

La storia non è poi
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli. C’è chi sopravvive.

(E. Montale, La storia)

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