Lo doveva ben sapere Forrest Gump che a forza di star seduto su quella panchina, avrebbe incontrato delle persone e le loro storie.

Il fatto è che le persone hanno sempre più bisogno di qualcuno che le ascolti. Non c’è bisogno di parole, ma solamente ascolto.

E uno seduto, da solo, su una panchina, può dar davvero l’impressione di uno che non può far altro che ascoltare. Magari cinque minuti, ma lo fa. Se no non si sarebbe seduto, lì, con quell’aria di chi non ha cose più importanti da fare, e le gambe incrociate, lo sguardo a soppesare l’aria.

Meglio se è uno sconosciuto, che non sa nulla di te, mai visto prima.

Tutto parte da un piccolo sguardo di assenso e si innesca la conversazione, che in altre circostanze non sarebbe mai avvenuta. Non almeno in quei termini.

Cominci a parlare del tempo, di quanto caldo fa e finisci per non sapere come consolare una nonna schiacciata dal peso della vita e della morte dei suoi familiari. Ti isoli nella tua vaschetta del pranzo o nelle pagine del tuo romanzo, ma non c’è nulla da fare: le chiacchiere delle amiche con i gelati sgocciolanti, ti ritraggono le avventure sentimentali di tre quarantenni in grado di tener testa a Carry &co.
Fai finta di nulla, cerchi di diventare invisibile, ma il trio disoccupato alcolico alle tue spalle ha già addocchiato il trio adolescente troppo sviluppato e ti tirano in mezzo alle loro schermaglie volgari.

“Solo un minuto e poi me ne vado”, ma è l’unica panchina all’ombra mentre le altre scottano al sole.

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