Sarà che non c’è stato molto sole, le nuvole passavano veloci come greggi di pecore infinite e ti lasciavano spesso in ombra. Quando il cielo mette in broncio sei volubile e insofferente. Ti rigiri su te stessa e cominci a fare l’elenco dei tuoi difetti.

Sarà che ti ho vista in tempi migliori, quando gli uomini della nettezza urbana non incrociavano così spesso le braccia e non ti lasciavi andare in questa maniera: inerme di fronte a tutta quella spazzatura, quasi compiaciuta della tua collezione di rifiuti spiattellati a ogni vicolo.
E non ti svegliavi abbruttita, col trucco sfatto, i vestiti a brandelli, come una puttana triste. E derubata.
Specie dopo le feste dei Santi. Non sta bene. Non stai bene.

Sarà che i tuoi barboni ogni volta mi sembrano di più…non so se sono sempre gli stessi che resistono o nuovi inquilini della strada che dormono sopra un pezzo del loro contratto.

E mi sembra che ti impigli in orpelli inutili, in pezzi di prato trapiantati in piazza, in bandierine da quattro soldi che non ti danno lustro, perché la tua perfezione è nella luce naturale, senza trucco, diretta e senza ritocchi. Non hai bisogno di scimmiottare la bellezza, né di nascondere le rughe.

Sarà che Sant’Antonio è un po’ stanco di sentirsi chiedere i miracoli, sarà che noi a volte non li sappiamo vedere.

Ti ho visto ingobbita da una decadenza cronica che dura da mezzo millennio, ma che ogni tanto si fa più acuta.

Forse è passato anche un velo di tristezza nei miei occhi, abbiamo pianto insieme prima di salutarci, ancora una volta. Pioggia a giugno, da non crederci.

Ma l’ultimo giorno mi hai dato un abbraccio caldo e luminoso, quasi a dire: ti ho deluso, ma ti prego torna.
Tornerò, ma non chiedermi quando.
E non aver paura, ti voglio ancora bene, te ne ho voluto tanto, che non ti posso dimenticare. E tu mi aspetti sempre.
Lisboa espera por ti, c’è scritto su uno dei tuoi muri.

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