A sette anni si alza sempre la mano per fare un sacco di domande e per dire qualcosa, anche se quella cosa non ha niente a che vedere con l’argomento della conversazione.

Lo sai che ti chiami come mia zia? E lo sai che domani è il mio compleanno? Perché non parli? E cosa vuol dire bibliografia? Ma io una volta ho preso bravissimo super in lettura. Ma se esistono i libri gialli, allora ci sono anche quelli rossi?

Crescendo la naturale inclinazione a fare domande  e a dirle a voce alta si involve.

Le domande ci sono comunque, si fanno più complesse, ma si arrotolano su se stesse come lunghi tappeti e ci stanno pressate dentro la scatola toracica. Di rado ce ne esce qualche frammento, arrossendo.

Paura di sembrare stupidi. E così la vita ci sembra sempre più difficile, rimpiangiamo quando avevamo sette anni e avevamo l’incoscienza di fare le domande a voce alta.

Perché il bisogno di risposte c’è, è  addirittura maggiore. Ma non ci azzardiamo più a domandare agli altri. E se non ci azzardiamo a domandare, il dubbio ci pietrifica e ci rende delle spie sospettose. Spie di pietra.

Forse temiamo le risposte, per quello non chiediamo più.

Ma ogni domanda non detta è una zavorra che ci schiaccia.

Non lo sapremo mai.

Ma tu mi vuoi bene?

E se la risposta non è quella che ci aspettavamo, vuol dire che abbiamo chiesto alla persona sbagliata.

Ma almeno adesso lo sappiamo.

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