Gessica teneva gli occhi incollati al vetro, in attesa.

 Era gracile e piccola. Nemmeno gli occhiali di metallo, smaltati di rosa, riuscivano a darle un’aria da prima della classe, sottolineavano solo il suo leggero strabismo. E il nome da bambola, che la mamma aveva scelto per lei – con la G, non con la J, precisava- si abbinava solo alle tute fucsia a cui non era stata ancora capace di sottrarsi.

In più, da quando Fabio, che era alto il doppio di lei e pesava il triplo, aveva messo in giro la voce che puzzava di naftalina, il cerchio vuoto intorno a lei si era allargato. Non era segnato con il gesso, ma dalle occhiate veloci dei compagni nella sua direzione e dai commenti a mezza voce che precedevano le risatine.

 Le grandi finestre della biblioteca scolastica davano sull’orto pedagogico che alcune classi avevano cominciato a curare nell’ora di scienze, e più in alto, la recinzione della scuola confinava con un pezzo di bosco. Da lassù ogni tanto scendeva qualche scoiattolo, saltellava fino all’orto, dava una sbirciata alle vetrate della sala e poi fuggiva, così come era arrivato. Gessica non era mai riuscita a vederne uno, ogni volta si girava sempre in ritardo, e mentre gli altri, tutti eccitati, correvano in direzione dei vetri e seguivano con il dito il percorso del piccolo roditore, lei rimaneva indietro, cercando di farsi largo tra i compagni, ma era sempre troppo tardi. Sempre.

Uno urlava: “Uno scoiattolo!” e tutti in massa davanti ai vetri.

Era successo due, tre volte, quando la sua classe era in biblioteca per la ricerca e gli insegnanti parlottavano vicino alla porta della segreteria.

E ogni volta era la stessa delusione.

Un giorno qualcuno gridò il suo nome in direzioni dei vetri:

– Gessica, uno scoiattolo, là!

Le pareva incredibile. Qualcuno pensava a lei, voleva farle questo regalo: il privilegio di vedere anche lei uno scoiattolo, per una volta prima di tutti gli altri, che ormai ne avevano visto una collezione intera.

Gessica si voltò, gli occhi grandi e la bocca socchiusa, corse da sola verso i vetri e vi appoggiò i palmi delle mani: guardò a destra, guardò a sinistra.

Non c’era.

Non c’era nessuno scoiattolo.

Dov’era andato? Le uscì un “dove?” appena abbozzato, ma la risposta fu una risata collettiva e rumorosa alle sue spalle. Non c’era nessuno scoiattolo, per lo meno quel giorno, a quell’ora, in quel rettangolo di cortile.

Tornò al posto, mordendosi il labbro inferiore, senza guardare nessuno negli occhi, mentre l’eco della risata le si incollava addosso.

Non c’era nessuno scoiattolo e lei c’era cascata.

  C’era cascata anche la volta in cui la mamma le aveva detto che per il suo compleanno papà sarebbe tornato a casa e le avrebbe consegnato di persona il regalo. Lo aveva aspettato tutta la sera, con il vestito nuovo e la scia di profumo alla violetta che aveva rubato dal comodino della mamma. L’aveva aspettato sospirando a ogni auto che sentiva sostare di sotto, finché non si era addormentata sul divano, rigando il cuscino con una lacrima. Il regalo, voluminoso e rosa come una nuvola di zucchero filato, era arrivato il giorno dopo, mentre lei era a scuola e, di suo padre, nemmeno l’ombra.

Non l’avrebbe visto, non c’era nessuno scoiattolo per lei, forse nemmeno esistevano.

  Come le stelle cadenti: non ci credeva perché non le aveva mai viste.

L’ estate scorsa, al campo con i suoi cugini, era rimasta due ore con il collo tirato, ma non era mai riuscita a scorgerne una. Mentre gli altri urlavano con gli indici al cielo: “una, là!”, “un’altra!”, per lei ogni volta era troppo tardi, era già passata.

Come ci riuscivano?! Non si faceva nemmeno a tempo a pensare il desiderio che la stella era già svanita, scomparsa, inghiottita dal buio.

– Se lo pensi dopo, quando è già caduta, non vale più – le aveva detto sua cugina Roberta, che la sapeva sempre più lunga –  bisogna pensarlo mentre cade, allora sì che vale.

 Ma poi, chi aveva la fortuna di vederla cadere, non era mai pronto con il desiderio e quindi doveva aspettarne un’altra e un’altra ancora. A Gessica pareva stupido esprimere altri desideri quando l’unico per lei era semplicemente quello di vederne una. Solo questo, e si sarebbe realizzato quando l’avrebbe vista, tutto qua.

Il desiderio si esprimeva e si realizzava nello stesso tempo, la frazione di un secondo.

Per questo si stava stufando di quella storia degli scoiattoli, come aveva cominciato a odiare suo padre e le stelle cadenti. Tempi sbagliati.

Un pomeriggio sua mamma ritardò al lavoro e lei dovette aspettarla un’ora buona nella sala di lettura della biblioteca. All’inizio aveva ingannato il tempo sfogliando i fumetti e i libri cartonati, poi si era stancata e si era seduta davanti alle vetrate seguendo le gocce di pioggia che rigavano il vetro. Non si sapeva mai.

Era da sola, tutti i compagni erano già andati a casa da un pezzo, gli insegnanti erano in riunione e la bidella stava spazzando il corridoio.

Fu allora che successe, senza che nessuno dicesse nulla, senza bisogno di girarsi di colpo.

Comparve all’improvviso con la sua coda rossa, si accorse che lei lo stava fissando dal vetro. Si avvicinò, le puntò addosso i suoi occhietti neri, drizzò le orecchie, solo un attimo, e poi tornò a saltellare. Nella corsa, con la sua coda morbida le dipinse un grande sorriso di sorpresa. E poi fuggì veloce veloce, non poteva restare, e lei ne perse le tracce.

Ma era successo. E con i tempi giusti.

Gessica voleva urlare: “Hey, l’ho visto!”, ma nessuno le avrebbe creduto, perché era già passato. “Ma era vero, era vivo, e mi ha guardato negli occhi!”.

Pensò che non le importava farlo sapere agli altri, decise di tenerselo stretto nella memoria: lo avrebbe conservato per i momenti tristi.

  “Chissà se anche per gli scoiattoli vale la regola delle stelle cadenti?” si chiese.

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