Racconto selezionato da Scritture Giovani Cantiere, edizione 2012, del Festivaletteratura di Mantova

(continua…)

Perché  ho messo l’apparecchio proprio adesso?

Perché quando ero “ricca”, avendo lavorato part-time mentre ero studentessa, ho prestato dei soldi ai miei (assurdo, vero?! Non siamo forse noi i giovani sfigati e mammoni!?!) per saldare dei debiti urgenti.  Ora, che ho finito di studiare, e quindi non lavoro più, ergo sono povera, è giunto il tempo di rivendicare il mio credito, facendomi pagare dai miei le spese dentistiche.

  Inoltre da quando uso l’apparecchio, individuo con un colpo d’occhio tutte le persone adulte che lo portano e stringo amicizia con loro molto facilmente, come se facessimo parte dello stesso circolo del libro o dello stesso club di appassionati di bonsai. Anche qualche sera fa, durante una festa di carnevale, ho conosciuto una coccinella con l’apparecchio (io ero una farfalla)! Ci siamo abbracciate e abbiamo fatto una foto insieme, con le nostre ali colorate e i nostri sorrisi metallici e grotteschi a trentadue denti. Una fotografia che sarebbe piaciuta molto a Tim Burton!

  Un altro motivo?

Finora ho fatto sempre tutto in ritardo nella mia vita: non sono mai stata precoce in nulla, forse solo nell’aver imparato a leggere e nell’aver finito l’università per tempo.

In ritardo rispetto alla media dei miei coetanei: ho perso tardi i denti da latte, non parliamo del primo bacio, ho dovuto affrontare l’acne durante l’università, i fidanzati sono stati tutti a rilento, il lavoro è ancora un miraggio, il servizio civile nell’ultimo anno utile…e quindi questo apparecchio in età matura, mi si addice, è assolutamente nel  mio stile!

Perché sono disposta ai sacrifici e alla fatica a piccole dosi, ma costante, per ottenere dei validi risultati: l’apparecchio è la perfetta metafora della mia filosofia di vita e mi sta dando ragione. È la goccia che scava la roccia, la pazienza di saper attendere il germoglio di quel che si è seminato tempo addietro, che sottoterra pare morto, ma non lo è. È l’umiltà di riconoscere i propri limiti e difetti, saper accettare un periodo di incubazione in un bozzolo e poi spiccare il volo. Non grandi risultati impressionanti e improvvisi, ma piccoli passi persistenti verso la soddisfazione di sé e la maturità. Questo fa la differenza, anche se in controtendenza.

  C’è anche un altro perché…volevo verificare quello che mi aveva detto una volta un amico: che l’apparecchio aveva un lato sexy, intrigante come una fila di piercing ai denti.  La cosa un po’ mi tirava su il morale, ma non ci credevo davvero, ed  ero pronta a sopportare stoicamente gli ennesimi sei mesi di astinenza forzata.  Ma in effetti, dopo aver messo la ferraglia, molti sguardi sono stati catalizzati dalla mia bocca, concentrati in quelle gemme di energia metallica. E inevitabilmente hanno fatto convergere verso di me uomini dalle indubbie qualità magnetiche.

Con la scusa che tutti si chiedono se si riesce a baciare lo stesso e com’è…va a finire che qualcuno ci prova (sì, si riesce a fare tutto, ve lo garantisco, non cambia nulla). Così grazie a questo feticcio metal, un venerdì sera, ho attirato gli sguardi di un giovane medico, mentre chiedevo una birra al bancone di un locale.

– Porti l’apparecchio da poco? – mi ha abbordato.

– Sì, ma come lo sai? – ero perplessa.

– Si nota.

– Come lo sai?

– Sono un medico. E ti fa ancora male?

– Mi dà un po’ fastidio, alle volte.

– Vuoi che te lo sistemi, di là in bagno?

– Cosa?!

– Hai capito bene. E non passarti la lingua sulle labbra che mi provochi! –  mi ha detto ammiccando.

Ipnotizzata dal suo sguardo, mi sono messa d’istinto una mano sulla bocca, per nasconderla, ma non è servito a nulla.

 Dopo mezz’ora che ci conoscevamo non ha resistito a mordermi il labbro inferiore e poi a baciarmi, sostenendo che, nonostante le mie ritrosie, potevo farlo e potevo farlo bene. E aveva ragione. La conquista più rapida della mia vita!

E ancora volete sapere perché l’apparecchio?

Perché con lui è iniziato un nuovo periodo felice della mia vita, di quella che io chiamo la mia seconda adolescenza di riscatto.

Perché rido più spesso anche se, e forse proprio perché, mi sento irresistibilmente ridicola!

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