L’altro giorno mio fratello più piccolo ha appiccicato sui mobili della cucina dei pezzi di carta.

Su ciascun pezzo di carta c’era scritto una parola con vistosi errori di ortografia: itagliano, aqua, scenza, squola, cigliegie. Fa male vero? Alla vista intendo. Fa male vederle.

Immaginate le ante dei mobiletti della cucina cosparse di queste scritte e immaginate di averle davanti agli occhi mentre mangiate. La spiegazione dell’esperimento? Dobbiamo abituarci a sopportare gli errori, a vederli costantemente davanti a noi, conoscerli, considerarli come possibilità diverse e farci passare il fastidio della loro esistenza. Esistono e sono proprio davanti a noi. Preso coscienza di questo, continuiamo a fare quello che stavamo facendo.

Qualche ora dopo, in rete, scopro che un tizio che si propone come esperto copywriter pubblica un testo di prova, per dimostrare le sue innate abilità, in cui scrive “un’acquila”.

Poi ieri sera all’inaugurazione di una esposizione d’arte – piena di persone che non ci capivano una mazza, ma facevano finta di capire tutto, critici e corrucciati nei loro cappotti radical chic- mi trovo davanti a un’opera costituita da una serie di carte riflettenti – effetto specchio- con su scritto delle pseudo domande esistenziali. Tra queste fa capolino, ghignando, l’errore: squotere, sì squotere. Poco oltre un ragazzo ammette a voce alta che “in questa frangente” non si era mia (n.d.r. mai) trovato…ah, la frangente. È forse una tangente con la frangia?

E così l’errore ritorna, anche dove non si pensava possibile. C’è, esiste, è sempre in agguato. Non si può certo andare in giro costantemente con la matita rossa, la vita vera non ha la correzione automatica. Dunque la lezione? Abituatevi agli errori, capitano: non sempre si possono correggere, ma se ve ne siete accorti, di sicuro sapete qual è la versione corretta.

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