Era una sera, di tre, forse quattro anni fa. Era nel pieno dell’inverno,  i tergicristalli erano ghiacciati mentre noi eravamo rintanate vicino al caminetto della taverna, con tre tazze di tè fumanti tra le mani, e parlavamo del futuro. Qualcuno annunciava di andarsene, era la prima volta che qualcuno non si limitava solo a dirlo, ma prendeva davvero una decisione. Il vapore che saliva sopra le nostre tazze si mischiava ai nostri discorsi e ai nostri pensieri. Fu in quel preciso momento che sentii, sulla pelle, irrazionale come un brivido, che finiva un capitolo delle nostre vite e amicizie e ne stava cominciando un altro. Avvertii questo, solo questo, in un secondo di estrema e lucida preveggenza. Come se avessi avuto il dono di vederci tutte da fuori, per un istante soltanto, ma sufficiente a rimanermi impresso nella pellicola della memoria.

E a turno siamo partite, tornate, partite di nuovo, ritornate e chissà…

Mai come in questo tempo considero così naturale l’idea che non tutti siamo nati per stare nello stesso luogo tutta la vita. Ci potremo sempre tornare, quello sì. E da lì potremo sempre ripartire, tornado ogni volta diversi, con una nuova geografia in testa.

Finché troveremo la felicità, e lì ci fermeremo un po’ di più.

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