Mi chiamo Sara e ho un problema: sono una ex-volontaria sve.

Le storie degli ex-volontari hanno trame comuni, anche se ognuno l’ha scritta con la propria grafia sulla pelle.

Persino i nostri profili su facebook si assomigliano: abbiamo ancora il cuore e la testa da un’altra da parte del mondo, la residenza incerta, parliamo in genere più di tre lingue, tanti amici di diverse nazionalità, ricordi seminati in bacheca, puntini di sospensione alla voce futuro.

Odiamo la domanda: “e adesso?”, ci piace immaginarci felici chissà dove.

Sembriamo drogati, nomadi dipendenti, inquieti.

Il problema è affrontare l’ora della muta: cambiare pelle non è facile, non lo è mai stato…vederla secca e abbandonarla sul cammino, ci riempie gli occhi di acqua.

Dopo aver vissuto giorni in cui la densità della vita era altissima, ora ci troviamo a girare su noi stessi in giornate che sembrano tutte uguali; cerchiamo appigli nella rete, per non perdere quello che all’improvviso sembra così distante.

Conforta sapere che non si è soli, che c’è chi sta vivendo le stesse cose, ha la stessa testa piena di tutto e di niente, e che in quella confusione, a volte, i sogni riaffiorano – nonostante la paura di chiamarli per nome e crederci.

Conforta sapere che siamo tutte persone con un enorme potenziale e che abbiamo avuto la fortuna di poter dare una scossa alla nostra vita e di aprirla a molte possibilità.

Conforta che possiamo pensarla diversamente e possiamo essere il cambiamento che vogliamo, qua o là.

Mi chiamo Sara e ho fatto una cosa bella nella vita: sono stata una volontaria sve.

Potevamo presentarci tutti così, ex volontari, per riassumere le nostre storie, senza tanti altri dettagli.

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