I genitori dei figli dispersi si assomigliano tutti un po’: si fidano poco di Skype, ma lo imparano a usare. Per prima cosa ti chiedono sempre cosa hai mangiato e se dormi abbastanza, cercano di decifrare i tuoi stati d’animo con domande banali e si aspettano risposte banali.

Cercano il quotidiano.

Lamentano i troppi giorni tra una chiamata e l’altra.

Poi quando ti vengono a trovare ti portano da mangiare, ovvio, quello hai chiesto loro, ma anche svariati extra che fanno fatica a entrare nel frigo. Notano subito cosa non va nella tua nuova dimora e vorrebbero cambiare quella lampadina bruciata o montare la tenda della doccia che è caduta. Vogliono stare con te, ma si scusano mille volte per il disturbo – come entrassero sempre in casa d’altri –  e tu cerchi di fare, nelle poche giornate insieme, un condensato di puntate della tua vita che si sono persi. E non sembra troppo strano che siano lì con te, perché, forse, con te sono sempre stati, in qualche modo. Senza disturbarti troppo.

Arrivano per via aerea con la scusa di farsi un giro e con l’alibi di servizio corriere espresso per vestiti, libri e cibarie. In realtà vengono a vedere da vicino quanto sei cambiato. E dopo averti osservato nel nuovo habitat, senza che tu te ne renda conto, concludono che, nonostante la distanza, non sei proprio così irriconoscibile!

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