Un luogo non è mai solo “quel” luogo: quel luogo siamo un po’ anche noi. In qualche modo, senza saperlo, ce lo portavamo dentro e un giorno, per caso, ci siamo arrivati. Ci siamo arrivati il giorno giusto o il giorno sbagliato, a seconda, ma questo non è responsabilità del luogo, dipende da noi. […]

Dipende da chi siamo nel momento in cui arriviamo in quel luogo.

Antonio Tabucchi, Viaggi e altri viaggi

È cominciato tutto per caso, o forse no. Dipende da che valore diamo al caso.

E poi tutto è continuato secondo una rete di fortunate coincidenze: la grazia di trovarsi al posto giusto, nel momento giusto e la disponibilità a conoscere chiunque. Ogni persona conosciuta aggiunge una tessera al tuo mosaico, e subito dopo averla incontrata, non puoi immaginarti senza.

Io ho conosciuto lui, il quale conosceva lei che a sua volta abitava vicino a Lui.

Sono cominciati così gli appostamenti.

Avvicinamenti, per gradi, quasi a prepararsi.

Dove abita la vicina, suoniamo alla vicina? Quale sarà la casa: questa qui di fronte con la finestra aperta? E quale sarà il campanello? Suoniamo a caso? Lo aspettiamo qua fuori? E cosa diciamo se risponde qualcuno…prepariamoci una frase da dire!

E poi alla fine abbiamo suonato tutti i campanelli, come i bambini che poi scappano a gambe levate. Tutti perché solo l’ultimo tocco ha dato qualche risultato: non sono servite presentazioni, ci è stato direttamente aperto sulla fiducia.

Una testa mezza pelata è sbucata fuori e si è scusata per non avere gli occhiali e non poter distinguerci bene. Io l’ho riconosciuto subito, mentre qualcun altro gli stava domandando dove abitasse il signor Tabucchi. È lui, è lui, certo che sa dove abita!

E subito ci ha detto di entrare, senza esitare nemmeno un attimo, fidandosi del nostro italiano variegato portoghese e con un’ingenua curiosità, tipica di chi sa leggere in ogni incontro la possibilità di una storia da raccontare. Accoglierci con i pantaloni tagliati sopra le caviglie, le ciabatte ai piedi e chiamando al rapporto la nipotina di sette anni è stato  il modo migliore per farci sentire a nostro agio, levando ogni possibilità di imbarazzo.

Ci ha fatti accomodare sul divano di fronte a un tavolino colmo di libri e riviste, sistemati per rimanere su quel tavolo.

E mentre lui giocherellava con un paio di occhialini tascabili di un altro secolo, io cominciavo a sciogliere i nodi che ci avevano portati fino al suo salotto.

Ascoltava, avido di storie e collegamenti, alzandosi e tornando a sedersi. Mentre andavo ricomponendo il puzzle della mia vita precedente – il cui ultimo pezzo era il momento presente -ogni tanto lui interrogava Bia,  la nipotina preferita, che rispondeva compassata aggiustandosi i riccioli. Abbiamo conversato un po’ in italiano, un po’ in portoghese lasciando che i discorsi venissero da sé, senza renderci conto del tempo che ci passava accanto senza sfiorarci.

Abbiamo parlato della mia vecchia tesi, del suo nuovo libro, dei dipinti visionari di Paola Rego, delle sue tre case sul triangolo Pisa-Parigi-Lisbona, della storia che avrebbe dovuto leggere alla scuola di Bia, dei suoi figli, del mio progetto, di livrarias lisboetas.

Ad un tratto ho pensato che tutto fosse accaduto per portarmi a quel momento. Il momento in cui mi trovavo di fronte a uno dei miei scrittori preferiti e non sembrava strano, perché era così normale.

Normale l’acqua che ci ha offerto, la sigaretta che si è fumato, i libri sul tavolo, il ritratto stilizzato di Pessoa, gli occhialini antichi, le vetrate con le tende bianche lunghe, il libro regalatomi con la dedica e l’indirizzo di Pisa, la scrittura blu e obliqua.

Tutto così straordinariamente normale, come bussare a casa di uno zio.

Mi sono chiesta quando ho cominciato davvero a pensare a Lisbona: forse tutto è partito dai suoi libri, la sua Lisbona mi aveva attratto inconsapevolmente, sentivo un’affinità irrazionale.

E poi c’è stata una strada di anni, lunga e faticosa, una quête piena di nebbia che solo a poco a poco andava schiarendosi.  Finché si è dipanato il filo degli eventi: arrivare nella sua Lisbona per farla diventare mia e nel suo salotto per dirgli: “ Grazie, questo viaggio ha un senso”.

È la magia dei libri, di chi li scrive e di chi li legge.

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