Imparare una nuova lingua vuol dire tornare  bambini, sfogliare i libri cartonati pieni di figure con una parola per pagina, imparare i nomi della frutta e della verdura, leggere le insegne che vedi per strada, interrogarsi di fronte alle etichette del supermercato mentre la gente ti spinge addosso il carrello. Significa essere umile e chiedere aiuto senza provare vergogna, mettersi allo stesso livello di un bambino che comincia la scuola e legge con gli accenti sbagliati, incespicando sulle parole che gli sembrano più difficili o di un vecchio che parla lento, devagarinho, scandendo le sillabe.

Significa  anche che non conosco le parole “vuote”, i mah, boh, beh, ecco, insomma, in un certo senso, fatti apposta per prendere tempo…sono costretta a scegliere: arrivare dritta al sodo o sprofondare in una voragine di silenzio mortificante.

Non ho i mezzi per complicare le mie risposte, non so come nascondere la verità dietro giri di parole, perché ne so ancora troppe poche e quelle poche sono essenziali per parlare, non bastano nemmeno per mezzo giro.

Va a finire che sono sempre molto sincera perché, la menzogna implica maggiori competenze linguistiche, sono più indifesa perché non riesco a controbattere agli scherzi, non so fare ancora dell’ironia efficace…e allora sono subito allo scoperto, niente maschere di parole per farmi bella, interessante, intelligente, forte, indifferente…più di quello che sono in realtà.

Vuol dire anche che devo credere che quello che dico possa essere compreso e fidarmi  del mio interlocutore. Quando sento che la comunicazione è andata a buon fine, beh, allora il gioco è fatto.

Non posso complicare la comunicazione perché so fare solo frasi semplici, está bem!

E va a finire che forse è meglio così, vivo meglio dentro questa semplicità, mi sono complicata troppo la vita e regredendo nella mia capacità di comunicare scopro che le cose sono molto più facili di come credevo e tutto viene un po’ più naturale.

Per chi sa troppe parole, ripartire dall’abc è una liberazione.

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