Posso scrivere, finalmente.

È stata dura trovare il tempo, il posto, la giusta predisposizione e perfino una buona posizione!

Sento che non sono più turista in questa terra nuova e allora posso scrivere…perché sto cominciando un’altra vita, questa volta normale, ma in un posto diverso. Se sei turista, non vivi un’altra vita, è solo una pausa eccezionale dalla tua vita di sempre…e nelle parentesi eccezionali io non riesco a scrivere perché ci sono sempre troppe cose e trattengo poco.

Sto realizzando che io qua ci  devo vivere e ci devo “lavorare”, devo fare il bucato, sostituire la lampadina fulminata, devo lavare la doccia, prendere l’autobus con la gente che va a scuola o in ufficio. Devo parlare una lingua che non è la mia con bambini di quattro anni, con ragazzi di tredici, con miei coetanei, con insegnanti di quarantacinque e con filantropiche professoresse in pensione. Sembra che ci capiamo, tanto da rendere tutto più facile e da farmi sentire un po’ meno estranea.

Giorno per giorno sto aggiustando il mio nuovo nido: ho bisogno di sentirmi a casa in questo posto nuovo che non era casa.  A poco a poco questo appartamento di città  lo sta diventando perché si sta riempiendo delle mie orme: il collage di cartoline sulla parete, l’orologio che ho comprato per la cucina, il fiore sopra il tavolo che solo io annaffio con una bottiglietta di plastica, la lavagnetta per gli avvisi, le bacinelle per il bucato che ho scelto, le tracce di dentifricio sul lavandino. Comincio a prendere la metro senza guardare la cartina e non serve che conti le fermate per scendere. Ho visto la stessa persona due volte. Tre volte.

Ecco, dopo quaranta giorni, sono arrivata.

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