Pubblico il mio racconto, tra i finalisti del premio speciale città di Treviso del concorso Subway Letteratura:

http://www.subway-letteratura.org/index.php?option=com_content&task=view&id=753&Itemid=85

La sua foto era arrivata dentro una busta per posta aerea, assieme alla lettera di mia cugina Bianca, piegata in quattro:

La Emma è na brava filia. Se vieni qui vedrai che o ragione e mi sarai riconossente. Suo padre di lei a afari in una dita di costrusioni, poso metare una bona parola  par ti.

Ti aspeto e un grande saluto,

Firmato

cugina Bianca

Controllo la posta circa tre volte al giorno. Stamattina ho un nuovo messaggio in arrivo che dice:

Pier ti ha aggiunto come amico su Facebook. Devi confermare di conoscere Pier per poter diventare suo amico.

Grazie,

Il team di Facebook

Quando Bianca aveva accennato per la prima volta a lei, mi aveva scritto che non era né bella né brutta. Sottintendendo il fatto che non era sposata, non aveva aggiunto altro. A me andava bene, mai stato uno troppo esigente. Beh, ecco, avendo la possibilità di scegliere preferisco quelle piccoline, forse perché con una donna più alta non riesco proprio a vedermi.

Non potrei sopportarlo facilmente, tutto qua.

Sul retro della foto c’era solo la data, 19 aprile 1950, siglata da una scrittura delicata e obliqua, blu. I margini giallini e smangiucchiati come quelli di un francobollo. Non ho avuto il coraggio di girarla perché non sapevo se  la mia idea di “non proprio bella” o “non tanto brutta” potesse avvicinarsi anche solo lontanamente a quella di mia cugina.

La lasciai lì, sopra il letto sfatto, accanto alla valigia aperta. Avevo deciso in ogni caso che sarei partito, la foto nella tasca dei pantaloni buoni.

Allo zio Carletto che mi chiedeva perché me ne andassi avevo risposto solo che non avevo motivi per restare e questo, in pratica, voleva dire che, dopo i mesi  di guerra e prigionia, non avevo più trovato niente di quel poco che possedevo prima.

In paese dicevano che anch’io come gli altri partivo per cercare fortuna.

La fortuna, ho sempre creduto, è trovarsi all’improvviso sior, io invece cercavo due cose ordinarie: un lavoro e una moglie, a costo di sacrifici.

Se mia cugina, che viveva a Melbourne già da due anni, mi raccomandava una donna che poteva anche offrirmi un lavoro, era davvero arrivato il momento giusto per lasciare la nebbia della pianura. Non so se questa si chiami fortuna ugualmente, qualunque cosa sia, sono disposto a inseguirla anche molto lontano.

Chi è Pier?

La foto del profilo è una persona riflessa e deformata in uno specchio convesso, tipo quelli che si trovano agli incroci con visibilità ridotta, in certe strade strette.

Come posso capire se l’ho già visto da qualche parte questo tizio oblungo con una macchina fotografica davanti alla faccia?!

Tre amici in comune, ma non è detto che ci conosciamo.

Considerando che di questi amici uno è un pub, l’altro un’osteria, deduco che abbiamo un solo reale amico in comune e che sappiamo dell’esistenza, perlomeno abbiamo sentito il nome, del Rosebud e della Vecchia cantina.

Mi sembra chiaro che l’amicizia con i due locali non vale e non mi aiuta nell’identificazione: è possibile che siamo stati in quegli stessi posti, anche se non nello stesso momento; è anche possibile che siamo stati negli stessi posti nello stesso momento, ma evidentemente non ci siamo visti. Dopotutto non ci si accorge della presenza o dell’assenza di gran parte delle persone con cui non si ha mai avuto a che fare, ovvio.

Veniamo all’amico in comune: è Giorgio, il cugino di una mia amica e non posso dire di conoscerlo un gran ché, ma  solo per la proprietà transitiva che, a volerla svendere, ci rende un po’ tutti amici.

Alla fine decido di accettare l’amicizia di Pier, più per curiosità che per altro, riservandomi prima di tutto l’opportunità di spulciare apertamente tutte le sue informazioni, poi di capire se esiste un qualche – magari debole –  legame tra noi e infine di rimuoverlo nel caso dovesse dimostrarsi invadente e molesto.

Semplice e indolore.

Ora sto su questa nave salpata da Genova da più di quaranta giorni, ciò vuol dire noia e tanta acqua. Ormai so a memoria la dislocazione delle cabine e i turni dei membri dell’equipaggio, i numeri di serie delle scialuppe e quanti assi ha il ponte di coperta. Tra tutti, ho legato di più con il signor Franco di Busto Arsizio e Teresa, sua moglie, con la signora Ada di Prato e i suoi due marmocchi piagnucolosi, le promesse spose padovane Zita e Lucia che fremono per raggiungere i compagni e quell’altro scapolone, “Gianni el Belumat” più spiantato di me.  Sono giorni lunghi, di tantissime ore tutte uguali e tutte liquide, con poche variazioni che a lungo andare si ripetono anch’esse: il menù del pranzo, la comunicazione di bordo, la partita a carte, il vento contro, il grappino con i greci. All’inizio ho riempito i vuoti con un sacco di pensieri che mi montavano l’ansia, poi i vuoti hanno cominciato a travasarsi nei pensieri e ho deciso che stavo meglio così, cullato da una parentesi di oceano prima di dover affrontare di nuovo la terra.

Ho scoperto che una delle promesse spose, la Zita, conosce mia cugina Bianca perché hanno fatto qualche ora insieme nello stesso laboratorio di maglie, prima che lei partisse per l’Australia. Non sono però riuscito a capire in che grado di confidenza siano e non ho avuto il coraggio di domandarle se per caso conoscesse anche la Emma, che per forza ha lavorato in quel posto per conoscere la Bianca, perché non sapevo davvero come descrivergliela.

Questa donna che non ho mai visto e ho perfino paura di immaginare, mi crea già dei forti imbarazzi, peggio che se l’avessi scoperta nuda mentre si prepara per il bagno.

Pensare che, se tutto va come dio vuole, dovremo anche sposarci.

La foto è ancora qui nella tasca, assieme a un sughero e ai semi secchi di uno strano frutto che hanno servito ieri a cena. Sono stato tentato più volte di tirarla fuori, in realtà l’ho fatto solo per cambiarmi i pantaloni. Ho stabilito che ha funzionato un po’ da portafortuna visto che finora ho ancora tutta la mia roba, non mi manca nemmeno un dente e non mi sono beccato niente di più serio che tre giorni di dissenteria.

Il capitano ci ha avvisato che tra meno di due giorni attraccheremo al porto di Melbourne ed è meglio se cominciamo a liberare le cabine dai nostri ingombri.

Ho deciso che domani guarderò la foto.

Almeno la riconoscerò quando verrà a prendermi al porto.

Chiara e Pier hanno stretto amicizia.

È da due giorni che posso vantare l’amicizia di Pier, maschio, nato il 23 settembre 1981, orientamento politico non specificato, credo religioso non specificato.

Io sono la sua amica numero 214: quantità di amici né troppo alta – quindi improbabile, fastidiosa e pubblicitaria – né troppo bassa, propria di un a-social networker – quindi abbastanza inutile e poco interessante -.

Ho scoperto che oltre ai tre contatti in comune, siamo entrambi fan di Woody Allen, Mago Merlino, Gelato al pistacchio, Kings of Convenience, Roberto Benigni, Dolomiti, Sabato mattina a letto, Klimt, Fare le orecchie ai libri, Luciana Litizzetto, Foto in bianco e nero, Odore della benzina, Chagall, Ascanio Celestini e Scoppiare la carta da imballaggio.

E queste affinità casuali me lo rendono già un po’ più simpatico della media.

Inoltre facciamo entrambi parte dei gruppi: Maledetto il suv e chi lo possiede, Io non ho votato l’attuale presiedente del consiglio, Stop ai graffiti razzisti, Babbo natale esiste.

Pier ha solo due foto profilo, quella sghemba e indecifrabile dello specchio convesso e un’altra dove è perso in uno sfondo roccioso e si riesce a percepire a malapena l’esistenza dei suoi occhi.

Due album: Holiday 2009 e Varie. Nel primo ci sono una ventina di foto in una località alpina che potrebbe essere svizzera o austriaca, per quanto ne so: molta natura, pochi esseri umani. Mi concentro su questi ultimi: nelle tre foto di gruppo cerco di individuare Pier e mi pare quello in fondo a destra, alto, magro, con gli occhiali da sole. Niente di che.

Varie sembra essere più utile: a parte quattro foto collettive (prevalgono i maschi) e tre rappresentanti dei loghi inspiegabili, anche se molto accattivanti, il resto è composto da quello che, senza dubbio, deve essere lui: primo piano in bianco e nero di Pier, Pier al mare d’inverno, Pier con un cappellino di carta di buon compleanno, Pier con un cane pastore, Pier che abbraccia una ragazzina indiana, Pier immerso in un vecchio negozio di dischi dall’atmosfera londinese.

Scopro allora che Pier è molto alto, ha gli occhi castano chiaro, un neo sullo zigomo destro, capelli mossi e scuri. Mi pare un po’ stempiato, ma a un livello rimediabile con un bel taglio corto. Non mi sembra di averlo mai visto in giro: di solito mi ricordo le facce, anche se  non troppo particolari.

Bacheca: qualche battutaccia sulle ultime partite di campionato, un link a un articolo di Saviano su La Repubblica, un video di Blackbirds dei Beatles, conferme di amicizia, pollici in su per un paio di note e link di amici, una foto tratta da Non ci resta che piangere in cui è stato taggato al posto di Benigni, degli auguri di Natale in ritardo e la partecipazione all’evento Vin brulé in piazza. Direi equilibrata.

Nessuna iperattività indolente, niente primi piani egocentrici, niente test tardo-adolescenziali, nessuna logorroica frase di stato superiore alle due righe, non troppi dettagli nella sezione informazioni personali, qualche cazzata per dare leggerezza al tutto – mi lascia un po’ perplessa solo l’adesione al gruppo Adotta anche tu una portatrice sana d’influenza suina appena sopra all’appello Ridateci il maestro Pregadio.

Ora che in qualche modo sono riuscita a dare un corpo, un volto e un briciolo di personalità a questo ectoplasma che ha richiesto la mia amicizia, mi sento un po’ più padrona della situazione.

Non è un mistero che la prima impressione, all’inizio di qualsiasi cosa – che sia virtuale o reale – spesso è quella decisiva.

È come se avessero pestato il formicaio: da quando hanno annunciato che mancano poche ore all’attracco della St. Mary, le persone a bordo sembrano essersi moltiplicate e sono prese da una frenesia fatta di eccitazione e paura. Sono comparse persino alcune facce che non ho mai visto in tutto questo tempo – tre suore asiatiche, un dottore e un paio di altre donne. Una ha dei riccioli scuri e scomposti che le danno un’aria selvatica e sono sicuro di non averla mai notata, me la ricorderei. Mi piacciono davvero quei capelli, ne vorrei un po’ per la mia idea di lei e vorrei anche un po’ del verde mare degli occhi di Zita. Non so perché mi si risvegli proprio adesso l’immaginazione, mentre sto qui sul ponte con la foto in mano e ne fisso ancora il retro: 19 aprile 1950, scrittura piccola e obliqua, blu. Ormai non ha più senso, la Bianca me l’aveva spedita quand’ero a casa, così se proprio di primo impatto non andava glielo avrei potuto scrivere, oppure avrei cominciato a metabolizzare la realtà, né troppo bella, né troppo brutta, prima ancora di averla conosciuta. Invece avevo deciso che era più importante partire e sistemarsi, che i dettagli non mi sarebbero interessati, dato che sono un uomo di sostanza. Ma i quasi cinquanta giorni di acqua sono stati solo giorni di dettagli, tantissimi particolari per non annegare, ore passate a contare i nodi del legno, a misurare a passi la tolda, a scovare le differenze per distinguere i giorni, a scandagliare la profondità dello sguardo delle donne più silenziose.

Getto la foto oltre il parapetto, intravedo solo un profilo affusolato.

Resto a fissarla mentre volteggia, cullata dall’aria, fino a planare in acqua.

Pier è online

Bene. Finalmente potrebbe essere il momento buono per scoprire come mai siamo diventati amici. Considero rapidamente che potrebbe essere una pura casualità, un equivoco dovuto a un caso di omonimia, il risultato di una sindrome da amicizia compulsiva. Togliamoci ogni dubbio.

Chiara: ciao!

Pier: ciao 😉

Chiara: scusa per la domanda molto diretta, ma ci conosciamo?!

Pier: non scusarti. Cmq no, non almeno in senso stretto.

Chiara: ?

Pier: ti domanderai allora perché ti ho chiesto l’amicizia?

Chiara: già…

Pier: ti prego di non ridere, ma certe cose, scritte qui, nella loro assurdità trovano giustificazione.

Chiara: vai tranquillo, sono pronta…non potrà essere mica essere così terribile…

Pier: ho fatto il liceo con Giorgio, che mi pare tu conosci…

Chiara: sì, più o meno. beh, tutto qua?

Pier: no. ho visto una foto di Giorgio in cui c’eri anche tu e portavi una maglietta con una scritta.

Chiara:?

Pier: una maglietta bianca con una scritta nera che dice: Le cose sono più importanti se le metti in un cerchio. La scritta, ovviamente, cerchiata.

Chiara: ah, sì, è mia.

Pier: io faccio il grafico per ditte di merchandising e mi occupo anche di quella linea di t-shirt…

Chiara: davvero? L’ho comprata su yourTshirt.com

Pier: lavoro per un paio di marchi che poi vendono online

Chiara: fico.

Pier: non è male, mi piace. Certo a farlo ogni giorno perde un po’ fascino, come ogni cosa.

Chiara: che dici, ho fatto una buona scelta? La maglia, intendo…

Pier: ottima…era la prima volta che la vedevo davvero indossata da qualcuno.

ma tu che fai, oltre ad avere ottimi gusti in fatto di t-shirt?

Chiara: studio. ancora.

Pier: cosa?

Chiara: lettere…

Pier: lettere? testamento, pugno sotto il mento

Chiara: ah ah. Simpatico L. Pessima idea per un’altra t-shirt, ti avverto!

Pier: 😉

Pier: e poi che ti piacerebbe fare?

Chiara: diciamo che ancora le idee un po’ confuse, ma mi piacerebbe lavorare nella redazione di una rivista.

Pier: beh, mi pare una bella aspirazione…spero che tu riesca a realizzarla.

Chiara: e tu non ti occuperai mica solo di magliette?

Pier è offline

Come offline?! Nel bel mezzo del discorso. Eppure compare il suo fumetto, ma è vuoto. Ci sarà qualche problema di connessione, sicuro.

* * *

Pier ti ha inviato un messaggio su Facebook

Scusami, ma sono venuti a trovarmi degli amici e non sono riuscito a salutarti prima di sconnettermi perché la chat è bloccata.

Spero di ribeccarti presto, buona serata.

Pier

p.s. Anzi, ho visto che conosci il Rosebud . Che  ne dici se ci troviamo lì una sera per continuare la chiacchierata?

In mezzo a tutte queste formiche ci sono anch’io, formica tra le altre, un po’ perso e meno frenetico. Mentre scendo dalla nave sento una vertigine che mi risucchia, il girotondo delle migliaia di volti, intorno e davanti, mi stordisce, tanto da farmi perdere l’equilibrio. Mi prende il mal di terra che mi rivolta le budella e vorrei all’improvviso tornare su, nella mia parentesi d’acqua, mobile e immobile allo stesso tempo.

D’un tratto sento una mano sudata che mi tira la manica della camicia, mi volto ed è mia cugina Bianca. Mi stringe in un abbraccio lungo e morbido che sa di una stagione diversa da quella che ricordavo quando sono partito. Dietro di lei incrocio gli occhi castani di una ragazza alta e magra.

«Come stai?» e non so cosa rispondere.

«Questa è la Emma» e mi presenta la ragazza magra, con i capelli lisci e gli occhi castani. Stringo una mano esile che quasi mi sfugge.

«Sei un po’ diverso dalla foto che mi ha mostrato la Bianca» mi sussurra in un orecchio e mentre si avvicina mi perdo nella piccola costellazione di lentiggini che ha sul viso.

Chissà che foto le ha dato mia cugina.

Sto torturando la tovaglietta del mio tavolo almeno da cinque minuti. Il Rosebud è quasi deserto, al martedì sera non ci può aspettare una folla oceanica. Almeno però c’è della bella musica e il barista urla un po’ meno del solito. Mi sono già chiesta un milione di volte, cinquecentomila quando ero ancora a casa, altre cinquecentomila nel tragitto fino a qua, che cosa ci sono venuta a fare al Rosebud questa sera.

Ma perché ho detto di sì, così, dopo un paio di sms, a colpo sicuro?

“Non accettare caramelle dagli sconosciuti, non andare in giro alle due del pomeriggio in piena estate, non correre in bicicletta con la minigonna, non uscire con la gente che conosci in internet”.

Sì, una cosa tipo queste, che comporta un rischio e non ci si può stupire dei risultati.

La cosa paradossale è che senza averlo mai visto in carne e ossa conosco già nome, età, professione, gusti musicali e cinematografici, libri preferiti e passatempi, nomi e facce dei suoi amici, ultimi viaggi fatti. Il che mi consente un po’ di vantaggi sugli argomenti di conversazione, ma allo stesso tempo mi impedisce di aggrapparmi a tante domande di circostanza che, se non sapessi quelle cose, farei di sicuro.

In più ho cucito attorno al suo scheletro virtuale una persona che probabilmente gli assomiglia, ma non è lui. È uno sconosciuto che ha le sue fattezze, ma non la sua voce, il taglio di capelli della foto in montagna, ma non la lunghezza attuale della sua barba, che ama le commedie di Woody ma probabilmente non ha mai visto Casablanca, che fuma sigarette ma non so quante, che è stato forse in Austria e a Londra, ma magari anche in Nepal. È la mia idea di lui modellata su qualche dettaglio, dato in pasto all’onnivora società feisbuchiana.

E di me? Che sa di me? Sarò ripetitiva se durante la conversazione dico qualcosa che c’è già in pagina…o dovrò limitarmi a dire “vedi profilo”?

Poi non sono certo abbronzata come la mia foto di sei mesi fa, scattata a Malaga, la frangia mi è cresciuta e la maglietta con la scritta, quella che ha fatto  lui e che mi piaceva un sacco, si è macchiata durante una lavatrice sbagliata. L’ho buttata.

Non sono più come in quella foto, non ne ho più le prove.

Sono una sconosciuta.

È uno sconosciuto.

Di che mi stupisco, dopotutto il nonno si è sposato senza quasi conoscerla la nonna, era tanto se sapeva il suo nome e che era originaria delle sue parti. L’ha raggiunta in Australia, sulla fiducia, con in mano solo qualche lettera, una raccomandazione, forse una foto.

E io che ci faccio qui?

Qualcuno entra dalla porta del pub e si avvicina al mio tavolo.

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