Sono stata in una città ferita, una ferita profonda sul volto.
Quando vedi una bellezza sfregiata, non puoi fare a meno di guardarla, ti si stringe il cuore, e così, per rispetto, distogli subito lo sguardo.

Nel posto, ora come ora, più precario del nostro paese, ho riconsiderato il valore della precarietà.
Un valore, non una condanna.
A L’Aquila ti abitui all’incertezza per eccellenza perché tutto è in bilico, tutto si regge grazie a puntelli, ogni cosa è suscettibile al benché minimo sussulto. E non parlo solo di case, chiese, edifici pubblici, ma anche di persone e vite traballanti come castelli di carte. Ogni mattina non sai bene cosa ti capiterà, cosa crollerà e cosa starà in piedi, e il punto è che non ti deve importare più di tanto: tu devi fare, per dare dignità a quella precarietà, che duri un giorno, un mese, un anno. Devi lasciare che le urgenze ti mandino all’aria i programmi perché tu non sei padrone, hai dei limiti e delle colpe.
Te lo ricordano il cumulo di macerie all’angolo della via, la casa crollata su se stessa – il terzo piano sul primo –, quel santuario triste che è diventata la carcassa della casa dello studente, la “p” di m.a.p. che vuol dire moduli abitativi provvisori, i cani randagi in giro per la città.

Ho visto tanti giovani abituarsi in fretta alla precarietà, più degli anziani…sarà perché il mondo che ci hanno consegnato non consente tante altre alternative e così ci siamo adattati, scoprendo risorse che non pensavamo di avere. E ho visto tanti giovani spaccarsi la schiena tra le miriadi di frazioni aquilane.

La precarietà, in fondo, non è che l’essenza vera del nostro essere uomini: viverla a piccole dosi, porta ad accettarla e accettarla ci rende un po’ più umili e sereni.  Si apprezza di più quello che si ha, qui e ora, e si impara a stare in equilibrio sul paradosso della vita: costruire ogni giorno un nuovo inizio, avendo sotto gli occhi l’inevitabilità della fine.

C’è bisogno di un terremoto per capire che bastano davvero poche cose per stare bene?
Ho visto che le persone perse, senza direzione,  cercano solo altre persone: per dare vita ai luoghi, per restituire un po’ di normalità a una vita che non assomiglia lontanamente a quella di prima.
Siamo noi la malattia, ma siamo anche la soluzione, la cura.
Stare insieme solo per stare insieme, ascoltare senza fare troppe domande, ballare la mazurka non avendone mai conosciuto i passi, cantare a squarciagola, giocare a pallone in un campo assolato senza domandarsi se ci sarà acqua, far sorridere una nonna e schiacciare il cinque a un bambino.

Sono stata in una città in cui mi sono dimenticata di me, perché fai e non hai troppo tempo di pensare, perché vivere e aiutare a vivere è davvero più importante. E nel vero miracolo del fare – che è poco ai tuoi occhi, ma molto a quelli degli altri – non c’è politica, ma tutto quello che sei.

Quando vedi una bellezza sfregiata, non puoi fare a meno di guardarla, ti si stringe il cuore, e così, per rispetto, distogli subito lo sguardo. Ti rimane però la voglia di guardarla ancora, almeno una volta. E di risentire in bocca il sapore della gente, che è dolce d’anice, come le ferratelle.

Per chi volesse un ritratto vero, dal punto di vista di uno scrittore aquilano, di cosa è L’Aquila oggi, consiglio questo articolo tristemente bello apparso su Nazione Indiana: #mce_temp_url#

 

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