Ci sono catene casuali di circostanze che ti portano a conoscere le cose. E una volta conosciute, le cose, mantengono il sapore di quelle prime associazioni.

Ai tempi del liceo mi ero invaghita di un ragazzaccio emule di Eddie Vedder e io manco sapevo chi erano i Pearl Jam. Lo guardavo e basta, durante l’intervallo, in mezzo a tutti gli altri, origliavo e non mi sognavo nemmeno di rivolgergli la parola. Mi piaceva il fatto che avesse i capelli castani, mossi, lunghi fino alle spalle, testa bassa, cipiglio incazzoso, all star con i buchi, il portafogli appeso ai jeans con una catenella. Avevo capito chi erano i suoi idoli dalle t-shirt slavate che indossava e così, da brava secchiona, nel 1999, dopo essere andata a un concerto dei Backstreet boys, mi ero impegnata a studiare i Pearl Jam.
A fatica, mi ero anche registrata in un nastro Even Flow, passata alla radio. Poi ero riuscita a sapere che suonava il basso in un gruppo e che cambiava fidanzata ogni mese.
Insomma, rock star in piena regola. Consumato come i suoi jeans.
Non c’era nessun motivo per cui potesse accorgersi della mia esistenza, ma io intanto avevo scoperto i Pearl Jam, nella loro versione più incattivita e selvaggia.
Non mi sarei mai immaginata di trovarmi, undici anni dopo, al loro unico concerto in Italia.
Io non sono mai stata una loro fan in piena regola, non lo sono neanche ora, ci ho solo sbattuto addosso durante una cotta. Ma da allora, se la cotta è passata, invece Eddie e i Perl Jam restano consacrati dal mito di un amore platonico. E mi piace che sia così e mi piace l’idea che un po’ lo sarà per sempre.

 

 

C’è chi alla fine di un gran concerto cade in depressione: finita l’attesa, finito lo spettacolo, finita la birra, finito l’entusiasmo. Per me invece è l’inizio, come se avessi fatto il pieno durante un bel pit stop e potessi mettermi a correre per almeno due settimane senza sosta. E l’ho già gustato più di una volta, quindi non è un caso. Il ricordo non aumenta la nostalgia, ma rinnova la voglia di provare ancora quelle sensazioni, amplificate dalla folla. È la spinta per un altro pezzo di vita, mai in discesa, è la dinamo che si carica e la lampadina che si accende di nuovo, il brivido di piacere per le cose belle che si diffonde, a istanti, nelle giornate successive.

E sono contenta che Ben e Eddie siano amici, perché lo erano anche nella mia playlist, e sono felice che la mia idea di loro non sia stata delusa, ma si sia arricchita di particolari e avvicinata alla realtà.
Ben e Eddie esistono davvero, quasi non ci credevo!

Annunci