Neanche l’avevo riconosciuto fuori dalla stazione.
Forse perché non ha i capelli lunghi e neri, non ha nemmeno i baffi come avevo immaginato. È piuttosto basso, vestito come un uomo normale sopra la cinquantina e che mi dice di essere appena passato dal fornaio a prendere il pane. Solo un minuscolo brillantino sull’orecchio sinistro.
Il signor Levak vive da quasi vent’anni in una roulotte senza ruote, che sarebbe un appartamento in un quartiere popolare, ma continuo a pensare che sia una roulotte: evidentemente il mio cervello si rifiuta di credere che un nomade possa essere sedentario, per lo meno fino in fondo. Il pavimento è coperto di tappeti e il salotto è circondato da vetrinette piene di soprammobili di vetro soffiato, animali di ceramica e fiori finti. Anche sopra il televisore a schermo piatto. Nell’angolo vicino alla porta c’è un bastardino tutto riccio che ha per cuccia una scatola di cartone del supermercato.
Mi siedo su un enorme divano di pelle gialla un po’ screpolata, facendo spazio tra i cuscini leopardati e zebrati. Fuori dalla finestra, sul terrazzino, qualcuno ha messo all’aria dei materassi e delle coperte assieme a una famiglia di tigri di peluche. Sulla parete, di fronte a me, c’è l’immagine incorniciata e sfolgorante di una santa. Ho scoperto che porto il nome della loro santa, protettrice di tutti i popoli nomadi, dei viaggiatori, dei girovaghi e dei fuggiaschi. Sarà di buon auspicio?
Tutti siamo Rom perché rom vuol dire “uomo”, nel senso più universale e non c’entra nulla con la Romania, tant’è che la terra d’origine dei Rom è l’India. Il futuro non esiste, esiste solo il presente, e il passato come memoria. Che vale preoccuparsi? Accumulare? Non sai nemmeno se ci sarai, domani…quando muore qualcuno, al campo, si bruciano tutti i suoi averi, soldi ed elettrodomestici compresi.
I suoi discorsi corrono, parla veloce mangiandosi le parole, tanto che mi trovo a fargli due volte la stessa domanda, cambiandone un po’ la forma. Mi stupisce che sappia così tante cose e mi vergogno per avere pensato di dover semplificare i miei discorsi per essere compresa: lui d’altro canto, se l’avesse saputo prima, mi avrebbe invitato a un convegno a Milano. Mentre parliamo, una ragazza con un lungo vestito bianco di raso, mi porta una lattina di coca fresca su un piccolo vassoio d’argento. In braccio ha un pupo di un anno che mi guarda con gli occhi sbarrati.
Mi accorgo che, come tutti, ho la testa piena di fuffa riguardo queste persone: cittadini italiani, come me, ma con una storia così diversa alle spalle. Una storia fatta di carri con le ruote di legno, ruote di legno che sono diventate la loro bandiera, tra una striscia di cielo e una d’erba. Di pentole di rame e di candelabri da lucidare per mezza penisola, di campi di concentramento e persecuzioni di ieri, di altri campi e altri flagelli di oggi. E mentre mi racconta la sua filosofia dell’aria aperta e di quanto gli piacerebbe stare in campagna con un po’ di animali, mi accorgo che ho la maglietta a rovescio e che in questo salotto, quella strana, a tutti gli effetti, sono io.

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