Alla mia sinistra una famiglia cinese.
Il più vecchio parla a raffica gesticolando e toccandosi il riporto unto sulla nuca, concitato. Fa roteare le mani in strani mulinelli che mescolano le parole. Gli altri – la donna, l’uomo e la ragazzina grassa – smozzicano qualche suono, ma non lo calcolano più di tanto. Per quello che ne so potrebbe star parlando tanto degli ultimi miseri incassi del negozio quanto della zanzara che non lo ha fatto dormire la notte o dell’elastico delle mutande che gli si è allentato.
Alla mia destra una giovane coppia in lite.
Non sento bene quello che si dicono, soprattutto lei che ha una voce debole, soffocata dal motore e dallo scarico dell’autobus in sosta. Sento solo lui che ripete “E cosa avrei fatto?!” a un volume crescente, sempre più alto, sempre più incazzato. Poi le afferra un braccio e scuotendola continua a sputargli in faccia quella domanda “E cosa avrei fatto?!”. Sono vicinissimi, ma si urlano addosso, più forte lui.
Poi si dicono altre cose che non sento e alla fine salgono su due autobus diversi, senza salutarsi o guardarsi indietro.
Io sto zitta, nel mezzo, con tutti i rumori della città.
Capisco solo che non ci capiamo: io e i cinesi, i cinesi tra loro, lei e lui, lui e lei, gli autisti degli autobus in sosta.
Per ovvie questioni linguistiche, di codici, di generazioni, per meno ovvie ragioni sentimentali.

E ricordo quando sono stata un cinese non in Cina o la metà di un cuore sordo: ci sono distanze difficili da misurare, lingue che non si imparano e fumi che ci intossicano i lunedì mattina.

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