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Mese

giugno 2010

Noi con gli occhiali veri

Cari autentici quattrocchi  – ve ne sarete già accorti da un po’-  ebbene sì,  tra di noi ci sono degli infiltrati…e ci hanno rubato quello per cui ci prendevano in giro!
Non vi infastidisce che ci venga tolta l’esclusiva delle nostre protesi?!
Belli evidenti, con lenti grandi, montature spesse, che si veda che, insomma, sono occhiali.
Se fate caso, quelli con i modelli più grandi e alla moda, generalmente sono dei normodotati dueocchi e invece i più ciechi di noi, spesso, hanno le lenti a contatto.
Tanto sbeffeggiati per la nostra quattrocchiaggine fino a un paio di mesi fa, e poi, toh, chi si vede?! Un tipico dueocchi con gli occhiali, che ci si accorge anche senza lenti che è un dueocchi perché li indossa con un certo compiacimento, consapevole di averli in faccia, quando invece tutti noi quattrocchi sappiamo benissimo che ci si dimentica di averli addosso.

Ditelo a quei finti quattrocchi che non sanno cosa vuol dire avere gli occhiali davvero: vuol dire che quando te li levi  le cose si dissolvono in una bella nebbiolina; quando scoli la pasta, o entri in posto più caldo e umido rispetto a fuori, ti si appannano le lenti e stai due minuti a sventolarli perché l’alone si riassorba; che ti accorgi subito quando  piove, fossero anche solo due gocce. Vuol dire che a volte mentre leggi di sera, può capitare che ti addormenti con loro addosso o che per sbaglio ti dimentichi di toglierli mentre stai per entrare a fare la doccia e ti senti stupido. Vuol dire che hai l’aria intelligente anche quando sei stato bocciato quattro volte. O che i giorni in cui indossi le lenti a contatto ti senti strano e lo specchio ti sembra più vicino. E non ti puoi permettere tutti gli occhiali da sole che vuoi, tanto meno quelli a dieci euro, perché hai bisogno delle lenti graduate. Portare gli occhiali davvero vuol dire che senza lenti, il mondo è più vago e i dettagli si perdono –  in certi casi è solo una benedizione che ci risparmia qualche tristezza estetica.

Tu e loro, una cosa sola.

L’altro giorno ho chiesto a un ragazzo con un paio di occhiali enormi, da nerd, montatura nera pesante – quelli che hanno moltiplicato tra di noi i Martin Scorsese, Woody Allen, Buddy Holly, Ragionier  Filini, PasoliniSteve Urkel, Arisa, Janine Melnitz , Velma Dinkley– se erano veri o finti perché, osservandolo, non riuscivo a vedere la trasparenza vitrea della lente.
“Chiaro, sono senza lenti!  Sono quelli per andare in discoteca!”
In discoteca?! E pensare che è uno dei pochi posti dove ne farei veramente a meno – o per non vedere troppo bene la gente o perché sono d’impiccio e finisce che fai sempre la figura di quella seria anche quando c’è da divertirsi.

Ah ah ah

Non c’è niente da ridere…e che ne sapete voi dueocchi?

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Inquinamento acustico

Alla mia sinistra una famiglia cinese.
Il più vecchio parla a raffica gesticolando e toccandosi il riporto unto sulla nuca, concitato. Fa roteare le mani in strani mulinelli che mescolano le parole. Gli altri – la donna, l’uomo e la ragazzina grassa – smozzicano qualche suono, ma non lo calcolano più di tanto. Per quello che ne so potrebbe star parlando tanto degli ultimi miseri incassi del negozio quanto della zanzara che non lo ha fatto dormire la notte o dell’elastico delle mutande che gli si è allentato.
Alla mia destra una giovane coppia in lite.
Non sento bene quello che si dicono, soprattutto lei che ha una voce debole, soffocata dal motore e dallo scarico dell’autobus in sosta. Sento solo lui che ripete “E cosa avrei fatto?!” a un volume crescente, sempre più alto, sempre più incazzato. Poi le afferra un braccio e scuotendola continua a sputargli in faccia quella domanda “E cosa avrei fatto?!”. Sono vicinissimi, ma si urlano addosso, più forte lui.
Poi si dicono altre cose che non sento e alla fine salgono su due autobus diversi, senza salutarsi o guardarsi indietro.
Io sto zitta, nel mezzo, con tutti i rumori della città.
Capisco solo che non ci capiamo: io e i cinesi, i cinesi tra loro, lei e lui, lui e lei, gli autisti degli autobus in sosta.
Per ovvie questioni linguistiche, di codici, di generazioni, per meno ovvie ragioni sentimentali.

E ricordo quando sono stata un cinese non in Cina o la metà di un cuore sordo: ci sono distanze difficili da misurare, lingue che non si imparano e fumi che ci intossicano i lunedì mattina.

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