Mi era capitato nei sogni, quelli da febbre alta: un gruppo di persone dai volti irriconoscibili mi fissa e ghigna, umiliandomi, non si sa perché.
Oppure l’avevo visto al cinema, in certi film ad alta tensione: l’interrogatorio e l’accusa senza possibilità di replica. Qualunque cosa dirai sarà usata contro di te e ti inchiodano a una sedia puntandoti addosso una lampada, finché non vomiti cose che non hai mangiato.
O certe pagine di Kafka in cui il signor K., non sa bene perché, ma è colpevole, lo costringono a convincersi che in qualche modo è colpevole perché è così, punto.

Avevo deciso che ne avevo abbastanza e me ne sarei andata, spezzando la catena di ordini assurdi a cui mi aveva costretto, fuori dalla portata dei suoi artigli velenosi che mi stavano rovinando le giornate e l’umore. Così, raccolto il coraggio, sarei entrata nella sua tana di carta straccia e gli avrei comunicato le mie intenzioni: me ne vado, signor mostro. Facile.
E invece no.
Ingrata! – cominciò a sbraitare il mostro – Maleducata! Senza rispetto! Immatura-e-superficiale! Presuntuosa! Egoista! Opportunista! Ma, veramente, io… Stia zitta, non dica altre cazzate! Se devo essere sincera, non mi pare che … Non faccia la sentimentalista del cazzo! Si rende conto?! Sta dicendo cose gravissime, per giunta senza scusarsi! Non sa nemmeno il significato delle parole che usa! Argh! Non mi interessano le sue impressioni! Il mondo non va avanti per impressioni! Esca di qui!

Ma come? Io volevo dire proprio quello che ho detto…io so benissimo cosa significa “ritorsione”!
E il mostro invece si rifiutava di capire…lo devo forse ripetere?! ritorsione!
Curioso poi che il mostro avesse detto di me gran parte delle cose che io pensavo di lui: specchio-riflesso.
Già dal momento in cui mi aveva urlato di parlare sottovoce, io ne avevo avuto abbastanza.
Ogni mio accenno di replica si era dimostrato inutile perché qualsiasi suono uscisse dalla mia bocca il mostro lo avrebbe rimbalzato contro di me. Più allungava il suo pistolotto, compiacendosi dell’indubbia capacità di umiliare la gente per nessun motivo, più sentivo crescere la rabbia. Mi si stava tirando la faccia e ogni pensiero era annullato. Sentivo gli occhi gonfiarsi, ma allo stesso tempo una forza innaturale mi impediva di versare anche solo una lacrima perché il mostro ne avrebbe goduto ancor di più. Le avrebbe leccate avidamente una a una, acqua (salata) nel suo deserto.
Così contro l’ottusità dei suoi ragionamenti da sedicente intellettuale, dopo i falliti tentativi di replica, ho adottato la “tecnica gandhi”: muro di silenzio, resistenza-non-violenta per difendere i miei diritti. Il diritto di avere una conversazione civile, di fare scelte libere – non avendo nessun tipo di vincolo -, di porre le debite distanze  da un’esperienza negativa, di esprimere le mie opinioni con educata trasparenza.
Me ne sono andata senza scenate, mentre la furia del prurito gli prendeva tutto il corpo.
Dopo poco ha ordinato dispoticamente alla segretaria di fare ordine in quel caos della sua tana: via le copie di copie di documenti rivisti centinaia di volte e persi nel mucchio, via la posta del ’96, via gli ombrelli rotti e il cellophan delle riviste.
Il resto dei giorni è stata una maratona dell’indifferenza per uscire con dignità da quel posto.
Tanto per me i contatti con il mostro erano finiti nell’esatto istante in cui, chiudendo la porta dell’ufficio, avevo avvertito il suo sbriciolarsi in piccoli frammenti di epidermide, come un vortice di cellule morte che ruotava su se stesso dietro la scrivania. Finché non era rimasto che un misero mucchietto di cenere umana, proprio sopra la sedia girevole.

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