Marco e Alberto avevano la stessa identica età.
Di sicuro Alberto conosceva Marco – solo per il fatto di averlo visto più di una volta –  ma non so se Marco conoscesse Alberto, questo no.

Marco aveva una vita lenta, difficile da capire ma che meravigliava.
Non si poteva dire una vita normale perché qualsiasi azione, anche la più banale, era tutt’altro che scontata e richiedeva l’intervento paziente di altri. Un’esistenza di piccole cose conquistate a fatica, nessuna parola, molti sguardi da decifrare, vibrazioni passate da sotto la pelle, segnali impercettibili che solo i genitori avevano la capacità di tradurre e riempire di senso. Immagino estenuanti sedute di fisioterapia, lunghissime attese, notti dilatate, trasporti difficili anche se di pochi centimetri.

Alberto invece aveva una vita veloce, normale, piena di impegni e amici, colorata come i suoi murales, da mozzare il fiato (a tutto Gas – avrebbe detto lui), come quando esagerava con lo skate. Era un condensato di energia, risate, scorribande e feste, di musica con l’ipod e pantaloni con il cavallo basso, di cappellini a rovescio e ciuffi di capelli sugli occhi. Mancava solo la macchina con il volume della radio un po’ troppo alto, ma era solo questione di qualche mese. Tante parole, strette di mano, pacche sulle spalle, strizzate d’occhio.

Marco aveva un corpo che reclamava di crescere a dispetto dei suoi stessi limiti. Era una crescita che urlava normalità da dentro una gabbia impostagli dalla nascita e per il volere di nessuno.

Alberto invece era sano come un pesce – se non fosse stato per quel po’ di asma –  un corpo snodabile e massiccio, predisposto ai salti, alle capriole, agli abbracci vigorosi ma anche alle carezze. Alberto faceva ridere, faceva le boccacce, faceva innamorare le ragazze, faceva anche perdere la pazienza, a volte.

Le ruote della carrozzina di Marco e quelle dello skate di Alberto non si erano mai incontrate, anche se percorrevano le strade dello stesso paese. Finché giunse l’ultimo inverno delle loro vite diverse. A separarli solo qualche settimana.

Marco lentamente peggiorò: forse nel mondo c’era troppa poca aria rispetto a quella di cui aveva davvero bisogno e decise che era arrivato il momento di liberarsi.

Alberto invece, qualche sera dopo, volò via in sella al motorino, improvviso e veloce, fino ad arrivare in cielo. Nessuno sa come ci arrivò.

Questa è la storia di Marco e Alberto. È la storia di tutti e che tutti sanno, solo che per alcuni finisce prima – almeno qui sulla terra.

Voglio credere che si siano già incontrati e che, raccontandosi le loro vite di prima, ne stiano così colmando le distanze.


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