Che la guardiamo o no, la tv è lo specchio, spesso deformante, del nostro paese. Poiché l’immagine è distorta bisogna andare al di là di quel che appare per recuperare i connotati di una nazione che si dimostra in crisi di valori, identità e punti di riferimento.
In questi giorni di televoti contestati ho tratto alcune considerazioni.

Il televoto è  in assoluto la maggiore espressione popolare degli anni zero.
Mentre diminuiscono di continuo i cittadini che vanno alle urne durante le elezioni, aumenta esponenzialmente il numero dei tele-votanti per qualsiasi causa: reality, talent show, rassegne canore e danzanti.

Se il televoto è potere popolare, controllare il televoto vuol dire controllare il popolo.
Alla cricca dei potenti appare indispensabile tenere in pugno il potere del televoto per poterlo manipolare a piacimento, a seconda degli interessi. Così possono verificarsi dei veri brogli mediatici – con tanto di acquisti illeciti di pacchetti di televoti – che portano a risultati ig-nobili (vedi Sanremo). Evidenze che spingono i cittadini di buon senso a identificarsi solo con l’atto di ribellione dell’orchestra che appallottola e lancia gli spartiti – sperando che anche questo gesto non sia stato previsto dal copione.

Il televoto è la fotografia del disorientamento popolare.
Il totale e disperato disorientamento in cui si trova l’Italia intera è evidente quando milioni di persone si riconoscono e ripongono tutte le loro speranze in un salumiere laureato de Castéo che sta diventando un idolo nazionale (mentre scrivo – 277.140 fan nella pagina facebook).  Si televota a rotta di collo per far vincere uno che si è messo a sfidare il sistema “grande fratello”, sabotando tutte le sue decennali trappole emotive, frantumando gli specchietti per le allodole che finora avevano funzionato, facendosi nemici dentro la casa ma uno stuolo di fedeli fuori.
Un reality che sta implodendo su se stesso come un gigantesco buco nero che tutto inghiotte e inghiottirà, Mauro compreso, temo.

Il televoto è azione popolare illusoria.
Lo smarrimento, la sfiducia, la rabbia, l’insoddisfazione sono reali; televotando la gente si illude di poter ancora dire la sua opinione. Davanti allo schermo vedo persone stanche, perse, che, non riuscendo a far valere la loro azione fuori, in balia di un paese che va a rotoli, sono portate a televotare a tutto spiano, credendo di cambiare qualcosa, almeno in tv. Se ci si identifica in azioni di ribellione televisiva, se si acclamano Guy Fawkes mediatici affinché appicchino il fuoco una volta per tutte, vuol dire che c’è stanchezza e l’esigenza di rompere, cambiare, rivoluzionare un sistema che sta infangando tutto.

Il televoto è l’oppio dei popoli.
Ma la carica ribelle si consuma di fronte alla tv, il tempo di un sms. Allora mi viene da pensare che i signori del Palazzo abbiano creato il televoto per narcotizzare la tensione civile e lo spirito critico rendendo innocuo il pubblico, che, applaudendo e mandando sms, non rompe più di tanto.

È questo il riflesso che lo specchio tv ci rimanda indietro.
Finché qualcuno, esasperato, spegnerà la scatola e incendierà il parlamento, ma quello vero.


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