Solo due rampe di scale e già aveva il fiatone, delle goccioline di sudore tra naso e  labbra, gli occhiali che scivolavano verso il basso, insomma quella concitazione silenziosa provocata dal portarsi appresso l’ingombro della sua persona. La donna si diresse ondeggiando come una boa verso la vetrinetta, gli occhi già fissi sull’oggetto dei suoi desideri.

Portava un pullover fucsia di seconda mano con inserti di paillettes sulla scollatura, una camicia bianco lucida e una gonna lunga, scura ma slavata, con il bordo plissettato. I capelli crespi e biondicci erano tirati indietro da un cerchietto sottile di metallo. Si avvicinò  senza spostare lo sguardo e rimase in silenzio per qualche istante.  All’altezza della vetrinetta si scorgevano i tronconi delle sue gambe, ritagliate e messe in cornice: due monoliti compatti incassati in un paio di stivaletti con i lacci, condannati a restare sempre fuori moda. Sollevò finalmente la testa e gli occhi minuscoli, persi in quella pienezza degna di una creatura di Botero, accennarono allo snack più calorico tra quelli esposti.  Bofonchiò qualcosa di simile a quel nome vagamente esotico, riempiendosi già le guance con un boccone d’aria. Prese la barretta e se la rigirò in mano come un piccolo scettro, mentre la borsa le scivolava dal braccio. Si guardò attorno, diede un’occhiata in giro e poi recuperando il fiato, trascinò  i piedi verso l’uscita, facendo un gradino alla volta e una pausa più lunga sul pianerottolo. In strada controllò che nessuno stesse a guardarla e davanti a un’altra vetrina, quella dei giocattoli in saldo, prese a mordere il cioccolato, fin dentro al cuore bianco di cocco.

Fu allora che le scese una riga umida dagli occhi, di sudore o di pianto. Con la bocca ancora piena, prese la sciarpa di tweed rossa – mal abbinata, e si asciugò il viso.


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