C’è un cassetto senza fondo in cui butto tutto quello che all’istante non mi soddifa.
Proprio quello che non mi piace vedere, toccare, ascoltare, rileggere, ma non ho il coraggio o la forza di uccidere. Ci sono pagine stropicciate, cd strisciati, foto calpestate, volti oscurati, cuori ammaccati.
Lo chiudo a chiave così che non salti fuori niente che non voglia, evitando il rischio che gli obbrobri prendano vita in mia assenza e mi facciano vergognare in giro. E poi si sa che divento rossa.
Così dimentico quello che vi ho messo, per due giorni oppure qualche settimana. Può passare un mese, anche anni. Basta non vederlo più, quello schifo, per dimenticarsi che esiste e tanto basta a staccargli il pensiero di dosso. Vero? Sì, quasi.
Poi quando mi sono ripulita la memoria, ho fatto respirare tutte le cellule cerebrali, riapro il cassetto e toh! salta fuori quella cosa, oddio quella cosa che mi faceva tanto orrore: quanto era brutta, acerba e malfatta! Tanto mi ripugnava, incompleta e deforme, mi violentava solo pensarla possibile, esistente, fatta da me. Bleah!

Ma, forse, non è così male come credevo. Anzi è quasi quasi accettabile – come mai non me ne ero accorta che valeva qualcosa? Dio mio, a pensarci bene è perfino bella questa creatura di due anni fa…tre mesi fa…ieri. Qualcosa di buono c’era, ma non lo vedevo.
Il tempo l’ha salvato.
Grazie cassetto.

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